REFERENDUM | 05 Luglio 2015

Grecia, no all'austerity e sì al populismo di Tsipras

Referendum greco: vincono gli slogan oltranzisti antieuro della sinistra di Tsipras. Ma ora bisogna riprendere il negoziato per disinnescare la 'bomba Grexit'. In ballo c’è il futuro dell’Europa

di ROBERTO BETTINELLI

In Grecia ha vinto il no nel referendum indetto dal premier Tsipras che, senza esagerare, ha un’importanza epocale. Un voto che va ben oltre l’interrogativo se accettare o meno la bozza di accordo presentata da Commissione europea, Bce e Fmi. La decisione del popolo greco, che ha visto prevalere nettamente le ragioni degli 'oxi' sostenute da Tsipras, è destinata ad avere ampie e profonde ripercussioni per tutti i Paesi dell’Eurozona. 

Il progetto dell’Unione Europea si è lasciato alle spalle l’età dell’oro vissuta dai padri fondatori De Gasperi, Schumann e Adenauer. Un periodo iniziato nel secondo dopoguerra e che ha consentito di raggiungere due grandi obbiettivi: la pace e il mercato comune. Erano i tempi in cui ‘stare insieme’ era la soluzione che tutti ritenevano necessaria per assicurare lo sviluppo economico e la crescita democratica. Tempi molto lontani. 

Il referendum greco è la prova che il progetto di un’Europa transnazionale è sotto accusa come non era mai accaduto in passato. La debolezza attuale è sotto gli occhi di tutti. I movimenti euroscettici guadagnano terreno ad ogni turnazione elettorale e a prescindere dagli schieramenti tradizionali come dimostrano bene la destra lepenista e la sinistra di Tsipras. All’esterno dei propri confini l’UE è sfidata dalla Russia di Putin, dalla Cina e dall’India che le rubano quote di mercato in tutti i settori produttivi, dall’offensiva del terrorismo islamico che ne minaccia gli interessi energetici in Nord Africa e mette a rischio l’area del Mediterraneo sferrando attacchi micidiali nelle capitali e nelle città del vecchio continente, dagli Stati Uniti che seguitano a intrattenere un rapporto privilegiato con la Gran Bretagna derubricando le istituzioni di Bruxelles a interlocutori secondari. 

Mentre il progetto unitario è oggetto di una contestazione senza precedenti, la decisione del popolo greco di dire no al patto con Bruxelles apre una ferita nella convinzione di un destino comune del continente che ha preso con i Trattati di Roma del ’57. La crisi greca porta con sé il pericolo di una tempesta finanziaria che rivela come il mito dell’euro sia venuto meno per questioni di tenuta interna oltre che per l’impari competizione con il dollaro che resta la moneta di riferimento degli scambi internazionali. L’Eurozona ha bisogno di una leadership che sappia iniettare fiducia nei popoli prima ancora che nei governi. 

I 18 Paesi che hanno contribuito alla nascita dell’euro devono interrogarsi sul futuro economico e politico di un’entità costituzionale ibrida e democraticamente immatura, capace di sottrarre sovranità agli Stati ma che ora più che mai deve essere percepita come un valore aggiunto se non vuole fallire. I parametri finanziari che stabiliscono il ‘dentro o fuori’ dall’euro sono da riscrivere. I Paesi che stanno vivendo momenti di grande difficoltà come la Spagna, il Portogallo e l’Italia hanno il diritto di vedere rispettate le proprie ragioni e prerogative. E’ in atto un conflitto fra il Nord e il Sud dell’Europa anche se l’esempio della Grecia rimane un unicum. Nessuna delle altre economie latine ha smesso di onorare gli impegni con i creditori e rischia il default. 

Il modello di Berlino non può essere replicato tale e quale in ogni lembo del vecchio continente. In questa prospettiva il ‘caso Grexit’ diventa un’occasione per i governi che lamentano l’eccesso di austerità dell’Europa germanocentrica. L’esito del referendum e la previsione della Bundesbank, che ha comunicato alla Merkel il pericolo di una voragine di 14,4 miliardi di euro nelle casse della banca centrale tedesca qualora la Grecia uscisse dall’euro, consentono di attuare un cambio di rotta. Il premier Renzi, invece di spacciare il semestre italiano come un successo quando in realtà è stato un nulla di fatto che non ha saputo prevenire il disastro di Atene che pure iniziava a mostrare le prime avvisaglie, dovrebbe tentare di dare un contributo in questa direzione. 

I greci non hanno dimostrato di avere una maggiore dose di buon senso rispetto a quella dimostrata da un leader che fino all’ultimo ha giocato la carta del populismo per coprire l’inadeguatezza della sua linea politica e che ha indetto un referendum costato ben 40 milioni di euro. Una cifra non indifferente per un Paese che ha un debito complessivo di circa 300 miliardi di euro. Tsipras ha condotto la Grecia dentro un vicolo cieco che ha provocato la chiusura delle banche, il razionamento dei contanti, la fuga dei capitali e dei turisti che rappresentano la prima voce di entrata per l’economia di Atene e che si sono tenuti alla larga da una nazione sull’orlo della bancarotta. 

Il timore di perdere in prima battuta il 10% del Pil e di risarcire da un giorno con l’altro i 90 miliardi di euro che le banche greche devono alla Bce, non ha prevalso contro le argomentazioni del capo del governo di Atene. Adesso non resta che riavviare la trattativa. La prospettiva di dare corso a una moneta parallela ventilata dal ministro dell’Economia Varoufakis, una nuova edizione della dracma, è un’ipotesi che seguita a non convincere. Ma è certo che bisogna trovare al più presto una soluzione. 

Il premier greco non può che attirare su di sé una severa e inappellabile condanna. Ansioso di scaricare sul popolo di Atene la responsabilità del fallimento del negoziato, Tsipras non ha voluto abbandonare gli slogan della sinistra barricadiera che l’hanno portato al potere. «La democrazia batte la paura» ha detto dell’apertura dei seggi. Prima ha scaricato sugli elettori il peso di una decisone che richiede una complessità di giudizio immane, poi li ha bombardati con messaggi tanto ‘emozionalmente carichi’ quanto poveri di contenuti. 

Ma se Atene ha voltato le spalle a Bruxelles, l’Europa non può e non deve rassegnarsi alla perdita della Grecia. Un Paese strategico per l’economia continentale grazie soprattutto alla sua collocazione geografica. E’ la porta che guarda all’Asia come dimostra il gasdotto Trans-Adriatico, considerato un progetto di importanza prioritaria da Bruxelles e che permetterà al gas del Mar Caspio di raggiungere i mercati europei. 

La Grecia, culla del pensiero dell’occidente, è il luogo simbolo della cultura europea. Un aspetto che il politologo Domenico Fisichella ha ben sottolineato in un saggio del suo ultimo libro che descrive «l’ottica greca» come il segnale del «primo carattere fondamentale dell’Europa» dove è possibile rintracciare «l’intera storia del pensiero politico europeo» e dove, nel confronto con le antiche monarchie assolute dell’Asia, viene sancita «la distinzione tra libertà e dispotismo, tra politeia e dispotismo». 

L’Eurotower deve negoziare un nuovo accordo con il governo di Atene che ha dalla sua parte un importante risultato elettorale. E’ possibile immaginare l’avvio del nuovo piano triennale di finanziamento da 50 miliardi e una ristrutturazione generale del debito. I creditori internazionali avevano già messo sul tavolo 15,5 miliardi di aiuti fino a novembre. Un’offerta che Tsipras e Varoufakis avevano prima bollato come «un ricatto» salvo poi, a stallo avvenuto, cambiare idea. E’ questo il punto di partenza per disinnescare la bomba di ‘Grexit’ anche se, dopo il referendum, è lecito aspettarsi misure aggiuntive. Certo, la domanda sull’affidabilità di Tsipras è aperta. Atene pagherà i debiti?

Il ministro dell'Economia Varoufakis ha rassegnato le dimissioni. E' un buon segno. La Grecia è disposta a trattare. D'altronde il Paese è sull'orlo del baratro. Ha bisogno di liquidità. O le banche ricevono soldi dalla Bce o va tutto all'aria. Secondo gli analisti l’Italia deve aspettarsi una ricaduta negativa sullo spread e in borsa. L’entità del contraccolpo non è prevedibile anche se la vigilanza di Mario Draghi e della Bce consente di evitare gli scenari più drammatici. Ma chi sperava in una battuta d’arresto contro la dilagante vulgata euroscettica, è destinato a rimanere deluso.

Il sogno dell’Europa unita è al limite della rottura. Ma non è ancora infranto. Il trionfo del no e di Tsipras è soprattutto da ricondurre al rifiuto verso l'austerity. Una volta che la causa è nota, il male diventa curabile. Qualcosa a Bruxelles deve essere tentato. E in fretta.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.