IL NUOVO CESARE | 27 Settembre 2016

Grillo e il demone della distruzione

Mentre la Raggi va alla deriva, Beppe Grillo tenta di salvare il Movimento 5 Stelle archiviando la democrazia diretta e imponendo un sistema di terrore. Ma così facendo avvia solo un inevitabile processo di autodistruzione

di ROBERTO BETTINELLI

«Farò io il capo politico». E’ con queste parole che Beppe Grillo ha bollato la festa palermitana del Movimento 5 Stelle rinunciando al passo di lato che aveva fatto un anno a Imola. Un ruolo che lo impegnerà «a tempo pieno» e che ha descritto come una vera «svolta». 

La decisione era nell’aria. Obbligata. Ma più che di un atto di forza si tratta di una prova di debolezza. Se la strategia iniziale avesse funzionato, infatti, il fondatore del Movimento 5 Stelle non sarebbe costretto a soccorrere un partito che fa acqua da tutte le parti. La giunta Raggi, invece di qualificarsi come una vetrina di buon governo capace di assestare un colpo mortale alla vecchia politica costruendo un trampolino di lancio per l'esecutivo nazionale, si è trasformata in una palude mortale. Ciò che rimane sotto gli occhi dell’opinione pubblica è il simulacro svuotato di una speranza. Intorno al primo cittadino romano gravita un gruppo in dissesto, lacerato dalle invidie e dalle rivalità, incapace di mettere mano ai drammatici problemi della capitale. 

E anche quando Virginia Raggi, dopo le polemiche con Grillo, è riapparsa a sorpresa sul palco di Palermo snocciolando una serie di «bello» e «bellissimo», ha rimediato una figura a dir poco imbarazzante per chi dovrebbe imprimere una svolta alla città di ‘mafia capitale’ e non riesce nemmeno a chiudere la partita elementare dell’assessorato al Bilancio. 

L’elenco dei fallimenti è corposo. Le purghe che hanno colpito ripetutamente i deputati e i senatori grillini, la non brillantezza delle amministrazioni di Parma e Livorno, le sbavature del candidato premier in pectore Di Maio, le riunioni segrete e segretissime, la liquidazione di macro e mini direttori, l’ombra di Davide Casaleggio che ha ereditato il posto del padre Gianroberto al vertice dell’organizzazione pentastellata. Gli elementi di criticità non solo si accumulano, ma si moltiplicano con il risultato che Grillo, da vero padre-padrone, è ritornato sulla scena con un nuovo regolamento che rimette nelle sue mani tutto il potere. 

Un cesarismo, il suo, che si esprime soprattutto attraverso le sanzioni. La possibilità di sbattere fuori a tempo determinato o indeterminato i dissidenti sembra essere diventata lo strumento principale di governo. Appare a tutti gli effeti come la sola e unica preoccupazione del leader pentastellato e del suo entourage più ristretto. 

I miti di Rousseau e della democrazia diretta, come ai tempi della rivoluzione francese che tanto ispira le fantasticherie della politologia grillina, sono stati scalzati miseramente dall’integralismo di Robespierre e dalla purezza di un ‘terrore’ che si applica contro chiunque osi contestare la linea ufficiale. 

Una verticalizzazione e una mummificazione del potere che contrastano con il forsennato battage a favore della rete e dello sharing tanto caro ai 5 Stelle, e che si impongono come una apatica ratifica alle distorsioni della società odierna dove la tendenza dominante è proprio quella di concentrare la facoltà decisionale, escludendo i più e riducendo gli spazi di democrazia. Un aspetto che accomuna Grillo a Matteo Renzi che, grazie all'avvallo irresponsabile del suo partito e di un pugno di voltagabbana, sta portando avanti un piano che va a riplasmare simultaneamente la costituzione e la legge elettorale. I due, invece di smentirsi, si confermano a vicenda. 

E così mentre il premier non eletto getta le basi per edificare una imperitura oligarchia, Grillo si riprende tutto il potere ma, facendolo, non può evitare lo sfaldamento di un partito gettato nella paranoia più soffocante, destinato a rinnegare una domanda originaria che era tutta all’insegna dell'uguaglianza e della rivolta contro le élite, e che proprio per questo motivo difficilmente potrà non essere preda del demone dell’autodistruzione. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.