GUERRIGLIA A MILANO | 03 Maggio 2015

Le molotov dei black bloc e le chiacchiere dei politici

I black bloc devastano Milano. I cittadini si sono visti incendiare auto, case, negozi. Il corteo No Expo e il chiacchiericcio insostenibile dei politici tra accuse e contro accuse

di ROBERTO BETTINELLI

Gli scontri di Milano dimostrano che la lezione del G8 di Genova e dei fatti della Diaz non sono serviti a niente. E dimostrano che quando si ha a che fare con la violenza dei black bloc e degli antagonisti di sinistra è inevitabile usare le maniere forti. Non c’è altro modo per arginare la violenza. Per combatterla, bisogna usare gli stessi mezzi di chi la esercita. Anzi, bisogna usarli con molta più forza e, se possibile, con più intelligenza. 

A Milano le forze dell’ordine hanno saputo circoscrivere la protesta e l’hanno spenta prima che qualcuno ci lasciasse la pelle. Magari qualche cittadino innocente. Ma davanti alle terribili immagini di devastazione trasmesse in televisione sorgono spontanee alcune domande. Perché persone con caschi, mazze e molotov possono scendere in strada e distruggere ogni cosa dileguandosi subito dopo? Perché non li arrestano e li mettono in prigione? 

La manciata di fermi giudiziari dopo la manifestazione e i blitz preventivi non possono fornire una risposta adeguata. Che può essere, ed è, una sola: l’Italia non è un Paese civile. O meglio, è un Paese dove si tutelano tutte le presunte libertà, anche le più false e ingiuste come l'aborto, ma non i negozianti e i cittadini milanesi che si sono visti incendiare vetrine, auto e case. E questo accade a causa di una legislazione che ha sempre voluto garantire piuttosto che reprimere i reati, assecondando le inclinazioni di una giurisprudenza pavida e ideologicamente compromessa. Quando si tratta di avanzare delle critiche contro i rappresentanti del potere giudiziario, la reazione corporativa è immediata e compatta. A difesa della categoria si citano esempi civici straordinari come Falcone, Borsellino, Chinnici. Ma la verità è che se si escludono le grandi eccezioni dei giudici anti mafia che hanno lottato eroicamente contro il crimine organizzato mettendo a rischio la loro stessa vita, non c’è molto altro da difendere. 

«Se estendiamo una tolleranza illimitata anche nei confronti di chi è intollerante, se non siamo preparati a difendere una società tollerante contro l’assalto degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con loro» ha detto il filosofo Karl Popper. Ma non bisogna essere dei filosofi né persone particolarmente erudite o intelligenti per capire che i delinquenti vanno fermati, puniti e messi in carcere. Se non si agisce in questo modo, continuano a delinquere. E se ciò accade, allora è inutile lamentarsi. 

Popper insegna che la democrazia è una libertà che va protetta. Per farlo servono buone leggi. Ma non solo. Chi deve farle applicare, i magistrati, non devono avere paura di onorare la loro missione e soprattutto non devono credere, neanche per un istante, che un diritto inviolabile come la pubblica espressione delle opinioni possa degenerare in episodi di violenza. Una linea interpretativa che invece è passata dopo il ’68 e la stagione delle grandi proteste studentesche e operaie. E’ dai quei tempi, infatti, che si confondono i due piani: da una parte la libertà di parola e di associazione; dall’altra il sopruso, il vandalismo e il terrore. 

I black bloc sono volgari delinquenti e si ammantano di una filosofia anarcoide che si nutre dei miti della sinistra rivoluzionaria. Molto spesso hanno alle spalle buone famiglie e percorsi di studio dignitosi. Un dettaglio non secondario e che esclude perfino quella giustificazione che a volte si concede, sbagliando, a chi è stato costretto a vivere nel degrado e nella povertà. I black bloc non vengono né dall’Africa né dalle lande più misere dell’Asia o del Sudamerica. Sono i figli di un occidente che può essere in declino quanto si vuole, ma che ha ancora la forza per offrire il welfare state più costoso ed efficiente al mondo. 

Il G8 di Genova e i fatti della Diaz sono stati la conseguenza di una tensione che è esplosa non certo per volere delle forze dell’ordine. Anche allora, ad accendere la miccia della rivolta, erano stati i black bloc e gli estremisti che spesso si accompagnano ai cortei della sinistra che partono sempre all’insegna del pacifismo e della non violenza, ma che alla fine e non si sa bene come, si trasformano in vere e proprie insurrezioni. Così sono andate le cose a Genova nel 2001. E così sono andate a Milano con il corteo No Expo che ha sfilato nel giorno della Festa dei Lavoratori. 

Milano è stata attaccata e messa sotto assedio quando invece doveva essere ricompensata per gli immensi sforzi sostenuti per onorare il varo di Expo. I cittadini e i negozianti hanno subito danni per milioni di euro. Gli agenti chiamati a difendere la legalità e la sicurezza sono stati picchiati e feriti. La reazione della città è stata ineccepibile e gloriosa: i milanesi non hanno aspettato che arrivasse qualcosa dallo Stato, ma hanno preso l’iniziativa e si sono messi subito al lavoro. Hanno cancellato i segni della guerriglia con le loro mani. Senza attendersi nulla dai rappresentanti delle istituzioni che hanno promesso di pagare tutti i danni, stimati in diversi milioni di euro.

Il sindaco Pisapia ha detto che il Comune è pronto a costituirsi parte civile nell'eventuale processo. Meglio di niente. Ma bisognava pensarci prima. Il corteo No Expo non doveva essere autorizzato. Punto e basta. La decisione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza di deviare la manifestazione dalle vie del centro storico è stata certamente di aiuto. Ma non ha evitato la tragedia. A Milano, viste le condizioni che erano note a tutti, non doveva esserci alcun corteo il giorno del primo maggio. Senza la manifestazione i black block non avrebbero potuto infiltrarsi e uscire allo scoperto per scatenare l’inferno.

Davanti a questo fallimento, la reazione della politica è inaccettabile. Le accuse e le contro accuse fra chi sostiene il governo Renzi e chi dice che il premier e il ministro dell’Interno Alfano dovrebbero dimettersi, sono solo un chiacchiericcio inutile, fastidioso e sospetto. Se al loro posto ci fosse stato qualcun altro, non sarebbe cambiato nulla. 

La verità è che gli onesti cittadini, ancora una volta, sono stati calpestati e umiliati. Il rischio, reale e mortificante, è che ciò sia accaduto impunemente. I responsabili degli scontri, con ogni probabilità, non subiranno alcuna conseguenza legale per ciò che hanno fatto. E' questo che insegna il passato. Ed è questo che pensa la gente comune che si è ormai abituata a vivere in un Paese che si dice civile ma protegge i violenti. E non sbaglia. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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