CHI PERDE COMANDA | 07 Marzo 2018

I 5 Stelle ‘adattati’ pronti a governare col Pd

Il darvinismo dei 5 Stelle: Di Maio si rimangia tutto e si ‘adatta’ al Pd per governare. Il via libera dei poteri forti. Ecco l’evoluzione democristiana dell’unica forza antisistema italiana

di ROBERTO BETTINELLI

La missione dei 5 Stelle è ‘adattarsi’ ed è stato il fondatore del movimento a dettare la nuova linea evoluzionista. «Noi siamo un po’ democristiani, un po’ di destra, un po’ di sinistra, un po’ di centro. Possiamo adattarci a qualsiasi cosa. La specie che sopravvive non è quella più forte ma quella che si adatta meglio» ha detto il comico genovese dopo che il delfino Di Maio è riuscito a strappare il 32% dei consensi nella sfida tripolare battendo il Pd e classificandosi al secondo posto dopo il centrodestra. 

Un Di Maio che, dopo aver auspicato di ricevere l’incarico di formare il governo dal presidente Mattarella, ha sentenziato: «Destra e sinistra sono superate». Un giudizio, questo, molto simile a quello pronunciato da Angelino Alfano ai tempi in cui doveva giustificare, dopo gli anni trascorsi in Forza Italia e nel Pdl, la ‘strana’ alleanza con Renzi e con il Pd.

Le frasi di Grillo e Di Maio mettono in luce il darvinismo che si è impadronito dell’unica forza anti-sistema del Paese. La Lega di Matteo Salvini, infatti, non può essere definita tale dal momento che ha alle spalle una duratura esperienza di governo a livello regionale e nazionale. Non così i 5 Stelle che finora si sono cimentati solo a livello comunale ottenendo, peraltro, scarsi successi.

Il capo politico dei 5 Stelle, ha ribadito Grillo, è Luigi Di Maio. E’ lui il candidato premier ed è lui, oggi, a modificare geneticamente il movimento dichiarando decaduto il romantico isolazionismo della precedente legislatura e avviando una strategia di apertura che punta con determinazione all’inglobamento del Pd.

Una strategia di rottura e incongruenza rispetto al recente passato quando Di Maio descriveva i dem come il male assoluto della politica italiana. Ma allora non c’era ancora l’urgenza di reperire in fretta un alleato per dare vita ad un governo alternativo a quello di Berlusconi-Salvini-Meloni. Certo, Renzi è un ostacolo. Ma fino ad un certo punto: il segretario del Pd ha confermato la sua indisponibilità a farsi carico degli errori commessi come dimostra l’episodio delle ‘dimissioni non-dimissioni’ anche se la situazione di ambiguità non può durare a lungo. Renzi ha sulle spalle la responsabilità di una sconfitta senza eguali e il tentativo di far ricadere su Gentiloni le ragioni della debacle, accusandolo di aver imposto una campagna elettorale troppo tecnica e non abbastanza ‘sognante’, l’ha reso inviso alla gran parte del partito. La possibilità della sua permanenza al vertice del Nazareno appare compromessa.

L’ipotesi di sbarazzarsi di Renzi, dunque, è tutto tranne che peregrina e Di Maio sta lavorando proprio in questa direzione. Una convergenza, quella fra i grillini e le sinistre, che può riuscire anche sulla base di altri elementi a partire dal precedente di Bersani che, ai tempi in cui ricevette l’incarico da Napolitano nel 2013, fu il primo a tentare di sdoganare i 5 Stelle incamerando un netto rifiuto. La vocazione sudista, statalista e assistenzialista del programma elettorale proposto da Di Maio, inoltre, si integra molto bene con le istanze di una sinistra defenestrata dal Sud che, dopo la stagione renziana, ha bisogno di rimettere al centro della propria azione la questione sociale. Lo strumento del reddito di cittadinanza sembra fatto apposta per attirare nell’orbita grillina la neonata formazione di Grasso e un Pd di ‘sinistra-sinistra’ depurato dalle scorie renziane. A tutto questo si aggiungono gli endorsement di Eugenio Scalfari, guida storica di Repubblica, e Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, che hanno già dato la loro benedizione ad un governo M5S-Pd al pari di Sergio Marchionne.

Le condizioni e le volontà sembrano favorevoli anche se la vittoria inequivocabile del centrodestra possiede argomenti indiscutibili perché il mandato esplorativo del presidente della Repubblica, ai fini della costruzione dell’esecutivo, non vada a Luigi Di Maio ma a Matteo Salvini. Non farlo significherebbe violare l’esito del voto popolo, e con esso la stessa democrazia, allontanando ulteriormente i cittadini dalla politica. Un errore che Sergio Mattarella non può e non deve commettere.

Ma qualora si giungesse ad un’alleanza fra Pd e 5 Stelle è certo che i dem avrebbero un ruolo decisamente minoritario e sarebbero risucchiati nella galassia grillina. Al tempo stesso Di Maio e seguaci dovrebbero accettare la modifica sostanziale della propria identità che implica il passaggio dall’opposizione al governo. La gestione del potere costringe a dare prova di un pragmatismo che molto spesso non può che affidarsi alla tattica e al compromesso. I 5 Stelle dovrebbero, in definitiva, rinunciare all’idealismo e al purismo che appartengono alla politica condotta in via esclusiva dai banchi dell’opposizione. Ma una volta cambiata l’identità, non potrà che cambiare anche il messaggio. E questo sarà, certamente, meno efficace e seduttivo. Fare le cose, in politica come nella vita, è immensamente più difficile che annunciarle o descriverle.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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