REFERENDUM | 07 Gennaio 2019

I 5 Stelle e il rischio dell'oligarchia

I 5 Stelle vogliono smontare la costituzione fondata sulla centralità del parlamento. Il referendum senza quorum consegna il paese nelle mani di pochi a spese della maggioranza. La democrazia diretta è il preludio dell'oligarchia. L'opinione

di ROBERTO BETTINELLI

I 5 Stelle vogliono smontare la costituzione. Dopo aver opposto ogni tipo di resistenza davanti al tentativo del Pd, che si è concluso con la doppia bocciatura della riforma costituzionale e del governo dei mille giorni di Matteo Renzi, il vice premier Di Maio e i ministri pentastellati hanno deciso di iniziare il nuovo anno cavalcando il tema del referendum propositivo e della decimazione del numero dei parlamentari.

Una mossa che ha messo in difficoltà l’alleato Salvini il quale, non sbagliando, si è espresso negativamente contro la proposta grillina di introdurre nel nostro ordinamento istituzionale uno strumento di democrazia diretta come il referendum propositivo.

In pratica, grazie al nuovo strumento, saranno i cittadini a ‘fare’ le leggi vincolando le camere ad elaborare i testi normativi corrispondenti. Un procedimento che, in assenza del quorum, consentirebbe a poche migliaia di elettori di sostituirsi al parlamento. I deputati e i senatori subirebbero l’iniziativa di un’altra fonte legislativa che risulterebbe, però, priva di alcun controllo. Sarebbe il trionfo dei pochi sulla maggioranza. In assenza di un quorum di votanti da raggiungere, infatti, un numero anche esiguo di cittadini potrebbe di fatto orientare la produzione delle leggi nazionali.

Un rischio, l’oligopolio, che appartiene in modo strutturale al meccanismo della democrazia diretta che tanto piace al Movimento 5 Stelle e che i nostri padri costituenti hanno arginato prevedendo per il referendum costituzionale e abrogativo la definizione di un quorum decisamente impegnativo. Le iniziative di legge popolare sono ammesse dalla costituzione italiana solo in presenza del pronunciamento di 500mila cittadini o di cinque consigli regionali. E comunque non possono mai riguardare le leggi di bilancio e del fisco come i trattati internazionali a partire dall’adesione all’Unione Europea.

Il referendum propositivo, simultaneamente, è previsto solo a livello regionale e territoriale per decidere in merito alla fusione di enti e comunità locali ma non può mai prescindere dal superamento dell’asticella della maggioranza dei voti.

Il tentativo di sostituire la centralità del parlamento, incardinata nel meccanismo della delega, con una proposta che esalta la democrazia diretta si abbina all’altra battaglia che il Movimento 5 Stelle si appresta a varare e che coincide con  la riduzione del numero dei deputati e dei senatori.

Un’idea che liscia il pelo all’antipolitica e all’odio per la casta ma che ha il difetto di contrarre gli spazi di rappresentatività e di democrazia. La diminuzione degli eletti andrebbe di pari passo con la diminuzione dei collegi elettorali con la conseguenza che i territori sarebbero via via estromessi dal luogo che sta a monte di ogni iter legislativo.

Il centro politico conterebbe molto di più rispetto ad oggi della periferia. E con il centro politico conterebbero molto di più le segreterie di partito che potrebbero paracadutare i candidati infischiandosene del legame di questi con i collegi sparsi sul territorio nazionale. Un modello che forse può entusiasmare i 5 Stelle, abituati a prendere le decisioni sulla base di consultazioni telematiche che non garantiscono mai una larga partecipazione, ma che sul piano dei diritti di rappresentanza configura un netto peggioramento rispetto a quanto avviene attualmente con il modello della democrazia parlamentare. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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