SUL FILM DI VELTRONI | 28 Settembre 2015

I bambini sono

Mandato in onda in prima visione venerdì 25 settembre, in questi giorni viene trasmesso da Sky il film-documentario di Walter Veltroni 'I bambini sanno'

di ROSSANO SALINI

Un bambino che parla davanti a una telecamera, e cerca impacciato di avventurarsi in argomenti difficili come Dio, la famiglia, l'omosessualità, la guerra e la pace non può che suscitare simpatia e tenerezza. E il film di Walter Veltroni I bambini sanno, in onda in questi giorni su Sky, porta a casa con facilità questo effetto di vicinanza, o riavvicinamento, tra il telespettatore e i bambini protagonisti del film.

È probabilmente l'unica cosa riuscita del lungometraggio firmato dall'ex politico; e a ben guardare, non è nemmeno questo un grande risultato. Difficilmente si può far così male da fallire anche sulla simpatia per un bambino che parla in telecamera. Per il resto, non c'è nulla che renda chiaro (almeno a un primo impatto) quale sia stato lo scopo di sottoporre a uno strano interrogatorio 39 fanciulli provenienti dalle parti più diverse d'Italia, o giunti in Italia dalle parti più diverse del mondo.

Il problema, come al solito, sta nella radice. Il problema (per il regista del film, non per i bambini, e nemmeno per noi che guardiamo) è che in realtà i bambini non sanno. Ed è questo il loro bello. I bambini non sanno: i bambini sono. E si lasciano amare per quello che sono. Non hanno bisogno di sapere per affermare il loro valore. Hanno la semplicità dell'essere in sé e per sé, senz'altro da aggiungere.

Il documentario di Veltroni vorrebbe invece banalmente convincerci del fatto che i bambini sanno, sanno tanto, e pur esprimendo il loro pensiero tra parole confuse sanno a volte anche più dei grandi. Un insegnamento da quattro soldi, elargito con un sorriso complice sulle labbra, come se il regista ci stesse disvelando chissà quale stravolgente e paradossale verità. È con questo sorriso sornione che il regista-intervistatore sottopone i malcapitati fanciulli alle domande più disparate, spesso domande difficili, che nessuno aveva mai rivolto loro. E il bambino, non sapendo, non può che rispondere disorientato, nella maggior parte dei casi prendendo in prestito le parole e le opinioni degli adulti, captate qua e là; le riprende storpiandole, spezzandole e ricomponendole in un ordine a lui più comprensibile, o almeno accettabile.

È per questo che il film non offre sostanzialmente nulla quanto a conoscenza di ciò che sono e come guardano il mondo i bambini. Perché è un film fatto per gli adulti, servendosi dei bambini per dimostrare una tesi: i bambini sanno già, quindi non c'è bisogno che gli si insegni nulla. Non c'è bisogno di educarli, col rischio di modificare la loro ingenua e già perfetta visione del mondo. Ognuno deve avere la sua visione, quella che viene così, istintivamente, come una risposta data di fronte a una telecamera accesa, che come un insegnante si aspetta che tu non faccia scena muta, e quindi qualcosa bisognerà pur dire. L'immagine che ne esce è perfettamente coerente col pensiero debole del regista ex-politico: un ventaglio di visioni diverse, che dissolvono e disgregano Dio, la famiglia e il mondo intero, secondo uno schema che piace molto più agli adulti che ai bambini.

Non mancano certo scene belle e toccanti all'interno del film. Si fosse pigiato meno il tasto sul sentimentalismo con le musiche patetiche di sottofondo, queste scene avrebbero forse potuto anche salvare il film intero. La scena reale di un bambino che per la prima volta vede il mare (e il confronto con vecchie scene di film, in primis I quattrocento colpi di Truffaut, riesce bene, rende l'idea che quella è invece realtà, non finzione), la sua gioia, le espressioni del suo volto, il sorriso largo e bellissimo: qui sta quel poco valore che il film ha.

E sarebbe bastato soffermarsi un attimo di più su questo aspetto, per rendersi conto che veramente il bello dei bambini è quello che sono, non quello che sanno. In fondo, non c'è stato bisogno di chiedere a un bambino le sue opinioni sul mondo perché venisse detta su di lui la cosa più grande che mai sia stata detta: che solo chi diventa piccolo come lui sarà il più grande nel regno dei cieli.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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