ATTACCO A MOSUL | 20 Ottobre 2016

I cristiani perseguitati e la speranza del ritorno

Due anni fa la fuga in massa dall’orrore dell’Isis. Oggi la marcia delle forze armate per la riconquista di Mosul. L’Iraq della tradizione cristiana millenaria, il sogno di tornare e gli interrogativi sulla ricostruzione

di LUCA PIACENTINI

Molti se ne sono andati. Soprattutto giovani. Il timore è che non tornino più. Ma come raccontano i reportage, c'è uno zoccolo duro che di mollare non ne vuole sapere. Sono i cristiani iracheni, che assistono con un misto di tremore e speranza all'offensiva della coalizione internazionale verso Mosul. 

La paura è che in caso di sconfitta i miliziani dell'Isis si lascino alle spalle una città irrimediabilmente distrutta. Ma ugualmente irresistibili sono il pensiero della casa, il desiderio di riappropriarsi un giorno della propria vita, di riprendere a pregare nelle chiese e tornare al lavoro nelle imprese. Sentimenti accompagnati da sforzi concreti: ci si prepara a ripartire, si ipotizzano progetti di ricostruzione e risanamento, per quanto al momento assomiglino forse più a miraggi che a prospettive reali. 

Certo, il grado della distruzione seminata dall’autoproclamato Stato islamico farà la differenza. Per liberare la città i soldati dovranno combattere casa per casa. Sarà dura e ci vorrà tempo. Gli estremisti dell’Isis sono cinque o seimila, tengono sotto scacco un’area urbana abitata da un milione di persone. Potrebbe accadere l’imprevedibile, gli orrori della guerra e la cieca ritorsione. Lo scenario bellico è potenzialmente spaventoso ma il segnale lanciato dalle comunità cristiane è inequivocabile: non ci arrendiamo.  

«Abbiamo creato alcune commissioni che studino anche tecnicamente come riparare i danni e ripristinare il funzionamento delle zone urbane», spiega un sacerdote caldeo a Lorenzo Cremonesi, l’inviato del Corriere della Sera che quotidianamente offre uno spaccato straordinario di come la popolazione vive l’avanzata dell’esercito verso il cuore della seconda città irachena. 

L’Iraq è tra le culle della cristianità occidentale e di quella orientale. Le comunità locali sono profondamente segnate da una tradizione di fede millenaria, che difendono a prezzo del sangue in una terra tormentata da conflitti. Vi sono caldei, armeni e siriaci. Gli assiri sono i custodi dell’aramaico, la lingua di Gesù. Vent’anni fa i cristiani erano un milione. Oggi si stima che in tutto il paese non superino i 400mila. In 120mila sono fuggiti dalla piana di Ninive dopo il dilagare dell’Isis. Quando gli jihadisti hanno preso Mosul decine di migliaia sono scappati. Si calcola che 50mila siano attualmente insediati ad Erbil, città curda dell’Iraq. E adesso sperano nel ritorno. 

Secondo l’arcivescovo siro-cattolico di Mosul Petros Mouche, l’obiettivo è la riconciliazione nazionale. Contattato dal Servizio di informazione religiosa, il monsignore chiede sicurezza per i cristiani e impegno verso la popolazione. Ai leader delle diverse confessioni, ai musulmani sciiti e sunniti, raccomanda «rispetto» e «tolleranza» reciproca per assicurare un futuro al paese. 

L’appello si può girare alla comunità internazionale, che ha due obblighi fondamentali: anzitutto sconfiggere militarmente Daesh spazzandolo via dall’Iraq e dal Medio oriente; in secondo luogo, durante la ricostruzione non può e non deve ignorare il dramma delle comunità cristiane e delle minoranze perseguitate da fanatici sanguinari. I cristiani hanno il diritto di tornare nelle loro terre e tra le loro case. E chi avrà in mano le leve del potere dovrà lavorare per l’unità, senza cedere alla tentazione di pericolose separazioni etniche, religiose e culturali.  


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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