CENTRODESTRA | 28 Novembre 2016

I falsi problemi delle primarie e del leader

La gara fra Salvini, Meloni e Berlusconi non ha senso. Primarie e leader di coalizione sono i falsi problemi del centrodestra italiano. Il primo passo spetta a Forza Italia che deve organizzare una destra liberale e popolare con ambizioni di governo

di ROBERTO BETTINELLI

Il centrodestra in cerca di un leader e in attesa delle primarie. Un’evidenza che ormai ha acquisito lo statuto dell’ovvietà e che si riaffaccia drammaticamente mentre il Paese si avvicina alla data del 4 dicembre quando gli italiani dovranno pronunciarsi sulla scellerata riforma costituzionale che il premier e il Pd hanno imposta con la forza.

Un’evidenza che negli ultimi anni ha caratterizzato in termini quasi ossessivi la vita della coalizione che ha sostenuto storicamente la sfida con le sinistre, ma che dopo aver generato il ‘problema’ non ha mai trovato una soluzione.

Un’impasse che nemmeno oggi, nonostante l’incalzare implacabile dell’età e delle vicende giudiziarie che hanno scardinato la possibilità di una riedizione della candidatura di Silvio Berlusconi, si è sbloccata facendo segnare una mai minacciata continuità fra il presente e il passato.

Caduto il rivale Fini, archiviato Alfano, messo fuori gioco Bossi, sparita la meteora Parisi ora sono i ‘giovani leoni’ Salvini e Meloni a farsi avanti. Ma inutilmente. Il primo, infatti, dopo le esternazioni del fondatore del Carroccio Umberto Bossi dimostra di avere qualche problema in casa e, considerato il clima da resa dei conti che scoppia ciclicamente nel partito del Nord, prima di prendere in mano le redini di tutto il centrodestra deve fare quanto meno chiarezza all’interno della Lega dove non pochi fra i dirigenti e i militanti non hanno mai sopportato la svolta ‘nazionale’ e lepenista di Salvini. Una svolta che ai loro occhi avrebbe il demerito imperdonabile di tradire l’identità regionalista spingendo verso una personalizzazione estrema della leadership che fa il paio con il protagonismo esacerbato di Renzi e che è destinata ad abbandonare l’obbiettivo di sindacato del settentrione rivendicato dalla Lega.

In merito alla possibile ascesa di Giorgia Meloni, per quanto la fondatrice di Fratelli d’Italia sia riuscita meritatamente a garantire una sopravvivenza elettorale al suo partito ottenendo un risultato che è stato negato ad altri politici più esperti e titolati come i centristi di Area Popolare, non sembra essere questo il momento propizio.

La Meloni, come del resto Salvini, incarnano una destra che ha indubbiamente all’attivo motivi di forza e di fertile connessione con il Paese, ma non al punto da consentire una rinascita del centrodestra. Traguardo, questo, che inevitabilmente può essere ottenuto soltanto in presenza di una proposta meno aggressiva e urlata, capace di raccogliere la sfiducia e la rabbia verso l’incapacità della classe politica senza urtare gli ‘elettori mediani’.  

E’ inoltre da considerare che sia Matteo Salvini sia Giorgia Meloni, per esercitare il ruolo di leader della coalizione e poter rappresentare anche i votanti di Forza Italia, hanno bisogno di percorrere la strada legittimante delle primarie. Esattamente la strada che Silvio Berlusconi seguita a sbarrare e che, proprio per questo motivo, diventa difficilmente praticabile.

Ma nonostante tutto questo, che la paralisi del centrodestra sia definitiva e irrecuperabile, non è per nulla vero. Anzi, lancia segnali di resistenza in continuazione come si evince dalla stretta collaborazione fra i tre governatori del nord Maroni-Toti-Zaia e come denuncia la battaglia unitaria per far prevalere il ‘no’ al referendum del 4 dicembre. Una vitalità che nelle ultime turnazioni amministrative e regionali è stata ampiamente confermata dimostrando come, pur in assenza di una leadership prestigiosa come era quella del Berlusconi dei tempi migliori, il centrodestra sia in grado di immaginarsi unitariamente coordinando il lavoro di amministratori locali, dirigenti e soprattutto un popolo di sostenitori fedeli alla causa.

Un mondo eterogeneo, spesso disarticolato nei valori e nelle proposte, viziato da un’ambiguità strutturale in merito alla alternative laici-cattolici e pubblico-privato come rivelano alcune declinazioni di Forza Italia e il cedimento della Lega Nord sullo sdoganamento dei servizi collettivi. Posizioni che però, al momento opportuno, riescono a sovrapporsi e a trovare ambiti di coerenza considerati credibili dagli elettori.

A giudicare dalle differenze sui contenuti come dalla lontananza dei toni e degli argomenti, sembra inutile tentare di convertire questa varietà e ricchezza in un singolo partito e sembra far bene Berlusconi, che non ha sotto mano un clonecapace di imporsi con lo stesso successo nel mercato politico, a dire di no alle primarie ossia al metodo che sarebbe più ragionevole per far emergere una leadership nazionale.

Due elementi di criticità, partito unico e primarie, che si configuarno come una rotya di approdo idealer ma che appaiono irrisolvibili per un centrodestra dove gli elettori nordisti della Lega appaiono difficilmente trasferibili ad altri contenitori politici almeno quanto quelli di Silvio Berlusconi, legati in modo viscerale ed esclusivo al ‘capo’ degli azzurri.

Conviene forse, viste le premesse, rimanere con i piedi per terra e procedere autonomamente riservando la fase della unificazione al periodo pre-elettorale e, in caso di vittoria, a quella di governo. Il che sta a significare che, come nella Francia di Fillon e Le Pen, spetta a Forza Italia organizzare e ridare fiato alla tradizione della destra liberale e popolare battendo in modo indipendente la via dell’individuazione di una nuova leadership che possa dare un seguito all’era berlusconiana.

Un percorso inevitabilmente condizionato dal Cavaliere che resta il plenipotenziario del partito incaricato di rappresentare la destra moderata e con aspirazioni di governo, ma che proprio per questo motivo non deve più cadere nella trappola di ‘fondersi’ con il Pd di Renzi facedno scemare l’unica opportunità che rimane in uno spettro partitico dove è già presente ogni possibile sfumatura.

Gli ingredienti più importanti ci sono tutti: una tradizione consolidata, il voto popolare, un gruppo rodato di amministratori locali e nazionali. Manca solo il leader ed eventualmente le primarie per definirlo. Al momento due falsi problemi per il centrodestra italiano. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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