ARCHITETTURA | 04 Maggio 2015

I grattacieli di Milano e la sfida globale

Lo skyline di Milano contro la crisi post moderna della globalizzazione architettonica. L’Italia delle torri e il rapporto privilegiato con il contesto: così Citylife e Porta Nuova scrivono una nuova pagina nella storia del grattacielo

di MATTEO PIACENTINI

L’Italia si è sempre distinta nell’arte e nell’architettura. La cultura italiana ha saputo leggere le necessità dei tempi e realizzare opere perfette, in grado di aprire nuove strade. E’ successo con il Rinascimento, la riscoperta del valore dell’antico nel momento in cui tutta l’Europa continuava a rielaborare le stesse forme gotiche senza idee originali. E’ accaduto con il Barocco e, in tempi più recenti, con la grande stagione del Razionalismo. Qui gli architetti italiani hanno colto le migliori sperimentazioni tecniche e compositive europee fondendole con lo spirito culturale italiano. Il risultato è stato una declinazione estremamente feconda del Movimento Moderno che ha prodotto capolavori come il Palazzo di giustizia di Milano o il Progetto dell’EUR a Roma. 

IL GRATTACIELO E L’OMOLOGAZIONE GLOBALE
Oggi la globalizzazione architettonica innescata dalla crisi del postmoderno ha annullato le peculiarità nazionali, creando omologazione compositiva e tecnica in ogni parte del mondo. Ognuno può fregiarsi di avere un edificio di Renzo Piano o un’opera di Frank Gehry. Tuttavia questo particolare evento ha favorito la ricomparsa di un neomanierismo che difficilmente è espressione delle peculiarità nazionali, come emerge dalla lezione delle principali facoltà di architettura europee, che producono - a parte rari casi - surrogati delle grandi archistar.

Alcuni particolari approcci progettuali resistono però alla crescente omologazione compositiva globale. L’esempio lampante è la nuova stagione del grattacielo europeo. Questa prodigiosa tipologia edilizia nata a Chicago alla fine dell’Ottocento e perfezionata negli anni Venti a New York è arrivata in Europa - salvo alcune sporadiche eccezioni - attraverso l’opera degli architetti londinesi, che ne hanno rivoluzionato le forme. Oggi certamente le principali fonti d’ispirazione per la progettazione degli edifici a torre rimangono New York, Londra e i paesi orientali, come Dubai e Singapore. 

L’Italia ha scoperto il grattacielo solo negli ultimi anni, e la sperimentazione si è concentrata prevalentemente a Milano. Qui, nella città che cambia e si evolve in continuazione, si sta scrivendo una nuova pagina nella storia dell’edificio alto. Si pensi ai cantieri di Citylife o del complesso di Porta Nuova, dove architetti di tutto il mondo si stanno confrontando con il particolare contesto progettuale italiano. Sono infatti gli architetti italiani a progettare i grattacieli più particolari e interessanti, partendo da elementi compositivi unici al mondo.

IL RAPPORTO CON LA CITTÀ 
Già con la criticatissima Torre Velasca dei BBPR si è introdotto un tema fondamentale per la città italiana: il contesto. La gran parte delle nostre città è costituita da edifici con alle spalle secoli di storia. Come ci si può relazionare ad essi? Gli architetti che in questo periodo stanno lavorando alle torri milanesi, tentano di rispondere a questo interrogativo.

La particolarità compositiva degli edifici risiede infatti nel loro rapporto con il contesto. Non si tratta di oggetti appoggiati nel tessuto urbano indiscriminatamente autoreferenziali, ma torri che rileggono la tradizione italiana, parallelepipedi dalle facciate estremamente dinamiche e comunicative, con un basamento che, cambiando forma, si relaziona direttamente agli edifici che lo circondano. L’esempio migliore è certamente la nuova sede di RCS dello studio Boeri, il cui basamento, creando una corte aperta, reintroduce e reinterpreta la tipologia della piazza cittadina, sulla quale si affaccia nuovamente una torre. Qui emerge nettamente il valore della torre milanese, che non risiede nell’altezza veritiginosa newyorkese e neppure nella libertà formale dei grattacieli londinesi, ma nel rapporto tra città e torre. 

L’ITALIA DELLE TORRI
L’Italia è costellata di torri, da quelle fortificate a quelle campanarie, ed ognuna di esse ha saputo diventare parte integrante del paesaggio urbano. La sfida che i progettisti italiani si stanno ponendo in modo fecondo è proprio questa: non l’altezza ma il giusto rapporto spaziale con il contesto. Una sfida che solo gli italiani possono affrontare. Chi meglio conosce il valore del patrimonio esistente, da conservare nel modo giusto? E’ così che si reintroduce il valore nazionale nella cultura e nell’architettura, rileggendo una tendenza mondiale e reinterpretandola attraverso le peculiarità della propria tradizione. Ecco che le facciate delle torri tornano ad assumere valore, cessando di essere semplici piastre vetrate indefinite, possono nuovamente diventare elementi vivi e accogliere la vegetazione, come nel Bosco Verticale. Per cinquecento anni è stata la mole del Duomo a regnare incontrastata sullo skyline di Milano, finché quarant’anni fa un gruppo di giovani architetti non ha pensato che la città fosse qualcosa di più del Duomo. 

E’ nata la modernissima Torre Velasca; subito dopo, il Grattacielo Pirelli: è iniziata così una ridefinizione dell’identità urbana, non tradita ma evoluta. C’è stato chi ha criticato profondamente queste scelte e chi timidamente le ha difese, ma nessuno può negare il valore culturale che hanno assunto nel corso dei decenni. 

Il grattacielo Pirelli è milanese quanto la Scala o il Duomo. Rappresenta la città, così come la rappresenteranno la torre Galfa di Melchiorre Bega o il Bosco Verticale di Boeri. Con un tocco in più: lo spirito nazionale. Quel particolare approccio tutto italiano, che guarda al contesto e si adopera per adattarsi ad esso e modificarlo nel modo più opportuno. La prerogativa che ha permesso la nascita della torre italiana non è infatti la carenza spaziale di Manhattan o l’horror vacui della grande densità. E’ uno spirito moderno che sta investendo tutto il mondo. Oggi è inutile immaginare una Milano senza grattacieli. Bisogna interrogarsi piuttosto sulla loro qualità, analizzare il particolare approccio al tema progettuale, in modo da evitare errori. Deve nascere, e sta lentamente nascendo, il grattacielo milanese. E’ una necessità che si è imposta nel momento in cui si è deciso di costruire il complesso di Porta Nuova o Citylife.

LA SFIDA DEL FUTURO 
E’ la genialità italiana quella che può permettere a Milano di non perdere l’appuntamento con la storia. Lo skyline della città sta cambiando molto velocemente. Sta a noi far sì che cambi nel modo giusto, che sia l’inizio di una rinascita della cultura architettonica italiana. Data la loro portata, queste opere incideranno a lungo sul futuro della città. Ed è alla città nel suo complesso e a chi l’amministra che spetta il compito di cogliere la sfida che pongono i giovani architetti. 

Spetta alla pubblica amministrazione porsi l’obiettivo di definire un’idea di città che sappia trasformarsi nella giusta forma urbana. Le nuove generazioni di progettisti si stanno accorgendo di quanto si sia mancato l’appuntamento con la storia, e cercano di rimediare. 

Milano non deve temere il futuro. Queste opere di architettura non cancelleranno la memoria di ciò che è stato, piuttosto rappresenteranno l’impulso per scrivere un nuovo capitolo nella storia cittadina. Troppo spesso si ha paura del futuro, ma se nei secoli passati ci si fosse lasciati fermare da banali sentimentalismi storicisti oggi non potremmo certamente gustare la bellezza di opere ardite come la Tour Eiffel o il museo Guggenheim di New York. 

A Milano si sta lentamente scrivendo una nuova pagina nella storia del grattacielo. Una pagina tutta italiana, che i giovani architetti consegneranno alla storia. Una pagina che renderà la città sempre più importante e competitiva sulla scena internazionale. Non la trasformerà nella New York padana, ma valorizzerà la propria identità attraverso opere innovative. 

Occorre però fare attenzione: non sempre le opere più celebrate sono le migliori. Molte volte le intuizioni geniali rimangono infatti relegate in periferia o, semplicemente, messe in secondo piano nei concorsi. Per questo la Milano che cambia non deve e non può abbassare la guardia, continuando ad interpretare l’originalità italiana in modo innovativo. 


MATTEO PIACENTINI

Nasce nel 1992, vive a Cremona. Dopo il Liceo artistico, durante un viaggio a Berlino, decide di iscriversi alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. E’ appassionato di musica e letteratura

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