CINEMA | 06 Dicembre 2014

I trucchi di Woody Allen non spiegano l’amore

Magic in the Moonlight, l’ultima fatica del regista newyorkese, è una commedia solo a tratti gradevole e prigioniera di un’ossessione: quella di negare la speranza

di RICCARDO CHIARI

Ci tiene subito a specificarlo il buon vecchio Woody che “dai cartomanti fino al Vaticano” il meccanismo rimane sempre lo stesso: ti viene spacciata l’illusione di un Aldilà che non c’è.

Woody Allen è ateo. Uno dei pochi atei, forse l’unico, a dire qualcosa di davvero interessante. Di norma infatti è sempre preferibile, sul piano intellettuale, il dubbio dell’agnostico rispetto al dogma dell’ateo. Ma Allen non pare covare molti dubbi. Dio non c’è e basta. Inutile farsi illusioni.

Un concetto ribadito e sottolineato ossessivamente in diversi suoi suoi film, fra cui molti   capolavori, e soprattutto nella sua ultima opera: Magic in the Moonlight.

La trama è piuttosto semplice. Siamo negli anni ’20, età in cui occultismo e sedute spiritiche imperversano in tutta Europa. Uno fra i più famosi prestigiatori in circolazione, noto con il nome d’arte “Wei Ling Soo” (Colin Firth), viene ingaggiato dal suo più caro amico nonché collega Howard Burkan (Simon McBurney) allo scopo di smascherare la fenomenale e graziosa sensitiva Sophie Baker (Emma Stone), divenuta una celebrità per le sue doti presso tutti i salotti della borghesia europea. L’avvenente e misteriosa fanciulla si rivela un osso più duro del previsto riuscendo alla lunga a convincere lo scettico illusionista che esista “un oltre” rispetto all’effimera realtà e cambiandone la visione esistenziale. Il nostro eroe ricomincia a gustare la vita, annusa i fiori e ammira i panorami senza più struggersi per la caducità del cosmo. Saranno le conseguenze di un improvviso incidente a farlo ripiombare nella sua visione cinica e disperata dandogli la possibilità di smascherare, infine, i trucchi della presunta sensitiva. L’unica “magia” che si sprigionerà sarà proprio l’amore per la sua ingannatrice. 

Woody Allen confeziona una commedia piuttosto sciatta, sebbene a tratti gradevole, farcita di sterili e poco interessanti dialoghi sull’esistenza di Dio e sulla realtà trascendente. Per imbastire la sua 46a opera si rifà a un canovaccio già visto in altri suoi film, come ad esempio il ben più divertente Basta che funzioni. L’idea di un genio che si staglia ben alto sopra la vita mediocre degli altri esseri umani, rei di non porsi le giuste domande, e che viene sedotto da una belloccia provinciale e ignorante è roba già vista, compresa e archiviata. I dialoghi sul senso della vita e sull’esistenza di Dio peccano di un difetto di fondo: non esiste un reale interlocutore. La pseudo ricerca della verità descritta da Allen è essa stessa un trucco perché si svolge in un terreno le cui regole sono già state scritte dall’autore: l’impossibilità assoluta di trovare una risposta che dia significato al nostro esistere.

E qui viene da domandarsi se non stia prevaricando nel brillante regista un senso di stanchezza esistenziale che lo riduce a riproporre infinitamente il proprio ritornello senza soluzione di continuità, quasi come mettesse in atto un rito sacerdotale nel cui rifugio trova l’illusione della pace.

Cessa il desiderio perfino di far ridere, di risultare brillante con le sferzanti battute cui in decenni ci ha abituato (Zelig, Amore e Guerra, Provaci ancora Sam, Prendi i soldi e scappa…), ma sparisce anche la sublime drammaticità di alcuni suoi altri lavori, come Manhattan o Match Point , e tutto si risolve in un finale agrodolce in cui l’amore si rivela se non una vera e propria salvezza, almeno l’unica “magia” alla quale aggrapparsi come naufraghi a una boa.

Ma non è anche questa un’illusione? Perché innamorarsi dovrebbe avere maggior valore rispetto ad altri tipi di illusioni, come quella religiosa o spiritistica? Qui si inceppa il meccanismo, qualcosa non convince.

E viene da domandarsi quindi su che cosa si basi la convinzione che l’amore, in una visione scettica e materialista della vita, possa davvero rappresentare un’ “oasi nel deserto”, come il protagonista del film definisce la sua amata. L’amore, quel fenomeno che spesso viene paragonato da un punto di vista chimico all’effetto che dà un cucchiaio di Nutella, in termini di soddisfazione. Un amore come mero risultato biologico, frutto di non ben identificate sinapsi che, spinte dal desiderio di riproduzione della specie, si attivano scatenando attrazione per un soggetto di sesso opposto, o, quanto meno, per un altro soggetto differente da sé. Se l’amore è dunque soltanto questo perché dovrebbe rappresentare un’ancora di salvezza “speciale” rispetto a tutte le altre?

Woody Allen si avvicina alla fine della propria vita, sarà triste dirlo, ma è la verità. Di amori, lo si sa, ne ha avuti parecchi, per cui dovrebbe conoscerne gli effetti in lungo e in largo. Perché giocherella ancora con quest’ultima illusione? Non sarebbe più coerente affondare definitivamente il colpo e denudare la realtà anche di quest’ultima veste chimerica?

Viene dunque da pensare che anche il trucco di Allen si possa svelare.

L’inganno infatti è nascosto fra le prime battute del film. Paragonare magia a miracolo, cartomanti e Vaticano è un falso presupposto. Se l’emergere di un’“altra dimensione” per il protagonista del film coincide con il credere agli inganni della finta sensitiva, si svela il metodo errato alla base del procedere in un’indagine sulla realtà che avrebbe la pretesa di essere esaustiva. Non è a forza di prove scientifiche che si giungerà alla fede nel trascendente o in Dio. È questo l’inganno in cui ci trae Woody Allen e nel quale casca egli stesso. Anche credere a una sensitiva per via di prove inconfutabili è una sconfitta. E non è vero che gli effetti di questa fede basata su semplici dati empirici porterebbero a uno stato d’animo positivo e ottimista. Lo stesso Erode chiese a Cristo di mostrargli qualche trucco, ma Cristo rimase in silenzio. In altre parole si potrebbero avere davanti agli occhi i fenomeni empirici più mirabolanti, ma ciò non sposterebbe di un millimetro le convinzioni profonde di nessuno. Perché il sospetto di essere soggetti a un trucco ancora non scientificamente spiegato sorgerebbe sempre e comunque. In questo senso la magia presenta sì dei limiti, mentre il miracolo no, poiché quest’ultimo è un’esaltazione della realtà e non una sua storpiatura. Ed è per questo che il tentativo di assimilare questi due concetti radicalmente differenti è sempre destinato a fallire. Il Vaticano non è la scuola di Harry Potter. 

In un’ottica differente l’avvenimento dell’amore può dunque sì essere visto come un evento salvifico proprio nella sua imprevedibile manifestazione.

In tal senso è interessante uno dei dialoghi finali del protagonista con la sua vecchia zia, la quale, attraverso un’amorevole maieutica, gli fa confessare di essersi invaghito della sua ingannatrice. Innamorarsi di una donna, così radicalmente differente da lui, così ignorante, menzognera, superficiale, non ha alcun minimo senso logico. Qualcosa dunque va oltre la logica. Perché qualcos’altro non potrebbe andare oltre i meri dati empirici? 


RICCARDO CHIARI

Si occupa di comunicazione. Dal 2004 ha collaborato con diverse testate giornalistiche in ambito culturale, scientifico ed educativo. 

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