NUOVO CENTRODESTRA | 09 Luglio 2015

I vertici del partito? «Assenti dal territorio»

«Ncd? Sul territorio i vertici del partito non si fanno vedere». Intervista al vicepresidente della Provincia di Como Fiorenzo Bongiasca: «Se lavoriamo con la gente, i voti arrivano». Renzi?: «Stabilire le cose da fare e ognuno per la sua strada»

di LUCA PIACENTINI

Un amministratore di lungo corso. Formazione democristiana, eletto prima con Forza Italia, poi con il Pdl. Oggi Fiorenzo Bongiasca è vicepresidente della Provincia di Como e sindaco di Gravedona ed Uniti. Milita nel Nuovo Centrodestra. E’ un uomo concreto, di grande esperienza politica, attento alle richieste dei cittadini e alle esigenze delle imprese. Ha un obiettivo: cogliere le opportunità concrete per il benessere dell’Alto Lago, il territorio che presidia da decenni. Per questo nei giorni scorsi ha organizzato un incontro tra i sedici sindaci della zona e l’europarlamentare del PPE Massimiliano Salini. Un confronto costruttivo su risorse e progetti, nel tentativo di capire il modello di sviluppo che l’Europa promuove sui territori attraverso bandi e finanziamenti. Bongiasca amministra con un occhio attento allo sviluppo economico, con l’altro guarda ai cambiamenti della politica. In una fase particolarmente delicata, soprattutto per lo schieramento moderato.  

Sindaco Bongiasca, oggi il centrodestra è in difficoltà. Qual è il futuro del suo partito, Ncd? L’esperimento politico sembra non tenere al nord, dove il consenso è molto basso. Come uscire dalla crisi?
«Manca un lavoro territoriale, un collegamento con i vertici del partito. Sarò all’antica, ma dico sempre che se si lavora sui territori, incontrando la gente, poi i risultati arrivano».

Perché? I vertici nazionali non si fanno vedere?
«Neppure quelli regionali. Per questo manca il consenso. I voti arrivano se si è presenti. A riguardo condivido il metodo dell’europarlamentare Massimiliano Salini, che programma visite sistematiche nelle province, incontri con i cittadini e gli imprenditori. L’importante è muoversi, cercare di capire. Come dico sempre ai miei concittadini quando vengono in Comune per chiedere interventi, quando ci si impegna e tentando di risolvere i problemi, i frutti si vedono. Per questo il metodo Salini è molto efficace: consente di toccare con mano le questioni, farsi un’idea precisa e trovare le soluzioni giuste». 

Cosa pensano dell’alleanza con Matteo Renzi gli elettori di Ncd che incontra sul territorio?
«L’elettore della nostra zona è di centrodestra. Non gli piace l’alleanza con la sinistra. E’ chiaro che in un momento di crisi come questo serve un accordo trasversale. Faccio l’esempio della Germania: anni fa è uscita dal tunnel con un governo di larghe intese. Ma, ripeto, occorre stare sul territorio, parlare con la gente. Sopratutto dedicare tempo ed energie. Personalmente mi alzo alle sei e vado a letto a mezzanotte. Il momento è grave e servono gesti straordinari. Non si può restare fermi». 

Quanto è importante il radicamento sul territorio? 
«Sono sempre stato autonomista. Nel 1993, quando crollò la Dc, aderii ad un movimento trasversale nato su scala locale. In un’azienda si individuano i problemi e si decidono strategie chiare per risolverli. La nostra Regione è il traino dell’Italia. Non può essere ignorata. Se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo avere una forte voce lombarda. Sul piano nazionale, poi, resto dell’idea che il segretario non debba ricoprire incarichi di governo. Il ministro faccia il ministro. Quattro gambe lavorano meglio di due». 

Il ruolo del ministro assorbe troppe energie e non consente di fare il capo del partito? 
«Certamente. Due figure avrebbero più visibilità. Inoltre il capo del partito avrebbe la libertà di sparare politicamente, attaccando quando deve. Era il metodo della Democrazia cristiana. E funzionava». 

Lei è anche vicepresidente della Provincia. Come giudica la riforma Renzi? 
«E’ l’ennesima dimostrazione che gli italiani non riescono a fare riforme nette e conclusive. Si parte con un progetto e si finisce per realizzare qualcos’altro. Sono d’accordo con il taglio, ma serviva un piano organico, un’architettura istituzionale coerente tra Comuni e Governo. La Provincia è senza risorse, un ibrido poco comprensibile. E’ necessaria una strategia complessiva anche sul personale: non sono un difensore dei posti pubblici, ma occorre pianificare una serie di passi per garantire un futuro. E poi c’è il problema della burocrazia, che resta il vero nodo in tutta la pubblica amministrazione: la politica deve risolverlo». 

Come valuta Matteo Renzi? 
«Per essere arrivato lì, qualche merito ce l’ha. Ma il problema oggi in Italia non è né Matteo Renzi, né Silvio Berlusconi. La questione è che gli italiani sono un popolo che non vuole decidere. Dobbiamo essere forti. C’è bisogno di un governo trasversale, di larghe intese: unire le forze per mettere in campo pochi interventi necessari ad uscire dalla crisi. Una volta fatto questo, ognuno indossi la propria casacca e corra per vincere le elezioni». 

Condivide quindi la proposta di Salini: governo a tempo, accordo su pochi punti, e ognuno per la propria strada?
«Sì, sono d’accordo. Non riesco a capire come si pensi di riportare la gente alle urne senza una strategia chiara e coerente. Dobbiamo dire perché stiamo al governo, decidere le cose da fare e andare al voto. Poi vincerà il migliore».


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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