NON SI BRINDA | 16 Aprile 2018

I veti dei 5 Stelle bloccano il Paese

La strategia dei veti di Luigi Di Maio vuole solo dividere il centrodestra preparando il terreno per i futuri successi elettorali dei 5 Stelle. E' il vero obbiettivo di Grillo e Casaleggio. Intanto i problemi degli italiani rimangano irrisolti

di ROBERTO BETTINELLI

Non è proprio il momento di brindare. Anche un appuntamento prestigioso come il Vinitaly non deve far dimenticare ai protagonisti della politica nazionale che, ora come ora, la priorità va data al progetto di dare un governo stabile al Paese. Matteo Salvini e Luigi Di Maio erano entrambi presenti alla manifestazione veronese che celebra la superiorità dell’enologia italiana nel mondo. Ma se Salvini ha lasciato trasparire nelle sue dichiarazioni l’ammissione di una crescente amarezza e difficoltà nel tracciare la strada verso la nascita dell’esecutivo, mostrando una maggiore consapevolezza per gli effetti di una situazione che si sta aggravando anche a causa della crisi siriana, Di Maio non ha dato alcun cenno di ravvedimento.

L’atteggiamento del leader dei 5 Stelle non fa presagire nulla di buono. E', in sostanza, la strategia dell’azzardo che sta allungando pericolosamente i tempi della formazione dell’esecutivo. L’errore tattico di voler a tutti i costi spezzare l’alleanza del centrodestra ha bloccato finora ogni possibilità di raggiungere l'obbiettivo. Un veto che risulta incomprensibile perché non è motivato dai contenuti ma deriva da un mero pregiudizio contro Silvio Berlusconi. Dire che il centrodestra è il vecchio, quando gli attuali equilibri hanno stravolto i rapporti di forza che risalivano al '94 dando più potere alla Lega ai danni di Forza Italia, è un'affermazione che non corrisponde alla realtà. Ma si configura altresì come priva di fondamento la novità che Di Maio attribuisce al Pd come seconda alternativa per insediarsi a Palazzo Chigi. Se c'è un partito usurato dagli anni oltre che dalla lotta fra correnti è proprio il Nazareno. 

E’ evidente che il leader pentastellato sta cercando, brutalmente, di alzare il prezzo della trattativa. E' un segno di immaturità o di furbizia. Di Maio, comportandosi in questo modo, manifesta la volontà di non voler dare un contributo sincero allo sforzo collettivo di garantire la stabilità istituzionale. Precondizione, questa, per fornire una soluzione ai tanti problemi degli italiani.

La meta primaria sembra piuttosto quella di indebolire Salvini dividendolo dal suo principale alleato. Una mossa che può essere compresa solo se il valore dei programmi ai fini dela costituzione di una squadra di governo è azzerato e se, all’orizzonte, si profila l’ennesima sfida elettorale.

Una sfida che i 5 Stelle rischiano però di perdere ancora una volta in presenza di un competitore forte come il centrodestra che si appresta ad un vero trionfo nella prova cruciale del Friuli mentre in quella residuale del Molise risulta il vero avversario dei pentastellati.

Se Di Maio avesse davvero la struttura dello statista che gli viene attribuita da Grillo e Casaleggio, invece di pretendere l’impossibile e spaccare il centrodestra o continuare nella strategia dei ‘due forni’ lanciando segnali di pace al Pd dopo averlo descritto come il male assoluto in campagna elettorale, si limiterebbe a fare la sola cosa ragionevole che viene autorizzata da un contesto così incerto. Dovrebbe, cioè, aprire un dialogo aperto e serrato sui contenuti dando seguito alla proposta del contratto di governo che ha copiato pari pari da Angela Merkel.

Una proposta fattibile, non peregrina, corretta nel metodo e auspicata anche dal capo dello Stato Sergio Mattarella che dopo aver avviato il secondo giro di consultazioni si è ritrovato con sconforto al punto di partenza. Sarebbe un gesto di responsabilità che il delfino di Grillo alla fine non è disposto a perseguire fino in fondo perchè, con ogni probabilità, il traguardo non coincide con un onesto confronto sui contenuti ma con il tentativo di frantumare il centrodestra preparando il terreno per i futuri successi elettorali. 

Ma Di Maio dovrebbe esere più cauto. Il ritorno alle urne non è detto che giovi incondizionatamente a chi a più di un mese dalla data del voto, pur avendone avute tutte le possibilità, non è stato in grado di onorare il mandato degli elettori.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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