LIBERAZIONE | 24 Aprile 2015

Il 25 aprile: una festa da abolire

La parabola della Festa della Liberazione: da pia illusione a menzogna. Un simbolo che ha tenuto a battesimo la neonata Repubblica e che vuole celebrare le glorie inesistenti della Resistenza

di ROBERTO BETTINELLI

Quando si parla di abolire la Festa del 25 aprile, e fortunatamente accade sempre più spesso, bisogna tenere in considerazione il fatto non secondario che questa data rappresenta un mito. E come tale ha la sua utilità che deriva dal fatto di essere un simbolo. Ovvero qualcosa che, per sua natura, rimanda ad altro. Un’idea, per esempio. Come è appunto il caso del 25 aprile che non è trattato alla stregua di un giorno come tutti gli altri, ma nell’immaginario collettivo rinvia alla liberazione dalla dittatura fascista e all'avvento della democrazia. 

La politica si nutre di simboli. E di miti. Sono indispensabili per conquistare il consenso. E mantenerlo. Ma il mito è anche e sempre un inganno. Una falsificazione della realtà. E non c’è altro modo per definire la Festa della Liberazione, un appuntamento fabbricato ad arte per ricoprire di gloria immotivata l’insurrezione dei partigiani contro i nazifascisti nella primavera del ’45. 

Il presidente Mattarella, nell'intervista rilasciata al direttore di Repubblica Ezio Mauro, ha definito la Resistenza «un moto di popolo». Il capo dello Stato ha voluto spazzare via ogni interpretazione elitaria tentando di allargare le maglie il più possibile e facendo diventare un’iniziativa di pochi un’azione di massa. Ma non è stato convincente anche se ha avuto il merito di riconoscere la gravità del lungo e imperdonabile silenzio della cultura ufficiale su «episodi drammatici ingiustamente rimossi, come quelli legati alle Foibe e all'esodo degli Italiani dall'Istria e dalla Dalmazia». Gliene rendiamo atto. 

Il 25 aprile ha il compito di osannare la Resistenza nel tentativo di farla diventare un patrimonio comune. Una missione perfettamente riuscita in passato ma che diventa più difficile di anno in anno. E che oggi, francamente, appare impossibile. L’evoluzione della ricerca storica ha mostrato i tantissimi difetti, alcuni imperdonabili, di una stagione che la cultura della prima Repubblica, dominata dalla sinistra e dal cattolicesimo progressista, ha sempre portato in palmo di mano. Il 25 aprile ha subito una crisi irreversibile di fascino e di credibilità. Una caduta in disgrazia che si avverte poco fra gli uomini delle istituzioni, obbligati a onorare le spoglie della Resistenza per dovere costituzionale, ma che è certamente diffusa nella mente e nella pratiche dei comuni cittadini. 

Il mito, in sostanza, non ha retto alla prova implacabile del tempo. E questo accade perché l'adulterazione della realtà è stata spregiudicata al punto da non renderne possibile la protezione sulla lunga distanza. Si sono aperte delle crepe nella copertura ideologica. I riti e le liturgie tanto care alla sinistra hanno perso la capacità di persuadere. Le ragioni del declino di popolarità della Festa della Liberazione sono diverse, ma è giusto ricordare le principali. 

L’influenza sulle sorti della guerra delle bande partigiane è stata nulla. Sono state le forze alleate, dopo la sbarco in Sicilia dell’ottava armata britannica di Montogomery e la settima armata americana di Patton, a risalire faticosamente la penisola a causa della resistenza tedesca e a provocare la fine di Mussolini e l’armistizio. Se gli americani e gli inglesi non avessero combattuto a Montecassino e ad Anzio, se non avessero liberato Roma e sfondato la linea Gustav, se non avessero messo in ginocchio la produzione di armamenti nell’Italia del Nord bombardando le fabbriche, i 65mila partigiani che avevano cercato rifugio sulle montagne dal novembre del ’44 per ordine di Alexander non sarebbero mai potuti scendere dai loro nascondigli e sfilare trionfalmente nelle vie e delle piazze delle città italiane. E in ogni caso, quando si decisero a farlo, i tedeschi se ne erano già andati oppure avevano deciso di deporre le armi a causa dell'inarrestabile avanzata alleata. 

Veniamo al secondo punto che rivela la sostanziale inadempienza della mitologia costruita intorno al giorno della Liberazione. Si tratta cioè del venir meno di una palingenesi che doveva stabilire nettamente un prima e un dopo, una divisione non solo cronologica ma anche etica. Il prima del fascismo, equivalente al male; il dopo della Repubblica, coincidente con il bene. Una menzogna bella e buona. L’epurazione del personale statale compromesso con il ventennio non è mai stata portata a termine. E' stato Togliatti, segretario del Pci e ministro della Giustizia nei governi Parri e De Gasperi, a metterci una pietra sopra con l’amnistia. Si era reso conto che era impossibile recidere un legame indissolubile e che alla fine l’intera società italiana sarebbe finita sotto processo. Lo Stato aveva vissuto a stretto contatto con il regime mussoliniano, giungendo a una piena e totale immedesimazione, e ciò era accaduto per troppo tempo. Nessuna cesura, quindi, ma una rinnegata eredità. 

Un altro punto. Se prendiamo in esame la presunta utilità di una data che potesse sancire una volta per tutte l’atto di fondazione della nuova Italia, anche qui dobbiamo ravvisare un fallimento completo. La missione pacificatrice che doveva incarnare la Festa della Liberazione non si è mai realizzata. Il 25 aprile è sempre stata la festa della discordia, il giorno della divisione e degli scontri più che dell'unificazione nazionale. Per le sinistre, radicali e no, è sempre stata l'occasione per lanciare attacchi e insulti contro le forze dell’ordine, le istituzioni e gli avversari politici. 

Arriviamo così all'ultima considerazione. La lezione morale che i partigiani hanno preteso di impartire per tutto questo tempo e che ha creato un autentico complesso di inferiorità nelle generazioni successive, si è rivelata del tutto inesistente. E’ ormai accertato oltre ogni dubbio che gli uomini che hanno militato nelle brigate impegnate nella lotta contro il fascismo si sono resi responsabili di crimini gravi e atroci.

Ma se le cose stanno così perché ci dobbiamo tenere la festa del 25 aprile? E chi l'ha inventata? E’ stato Alcide De Gasperi a chiedere al luogotenente del regno Umberto di Savoia di istituire la Festa della Liberazione. Sapeva perfettamente che era necessario stabilire un punto di rottura con il passato e serviva una 'data simbolo' da elevare a cerimonia nazionale. Una forzatura, ovviamente, ma che era indispensabile per raggiungere uno scopo prettamente politico. Una pia illusione che doveva aiutare una giovane e travagliata democrazia a trovare un po’ di forza e di sollievo. 

De Gasperi è stato il leader più intelligente e lungimirante che l’Italia abbia mai avuto. Ha fondato la Democrazia Cristiana, un partito di massa che ha impedito l’ascesa al potere della più potente formazione comunista ad ovest della cortina di ferro, ed è stato l’autore delle scelte cruciali che hanno permesso al nostro Paese di entrare a far parte dell’Occidente democratico. «Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione», ha detto De Gasperi al quale dobbiamo così tanto che non possiamo certo contestargli la decisione di istituzionalizzare un falso mito come il 25 aprile. Se l’ha fatto, come abbiamo cercato di spiegare, è perchè aveva i suoi buoni motivi. Che erano schiettamente politici e che devono essere inquadrati all’interno di un progetto che voleva evitare a tutti i costi lo scoppio di una guerra civile con i comunisti del Pci e nel quale la stessa Costituzione ricopriva un ruolo fondamentale. 

Ma quella che era un'utile credenza si è trasformata gradualmente, e in modo irrecuperabile, in una menzogna. E’ venuta l’ora di dire le cose come stanno. Chi adesso ha il compito di decidere se perpetrare l’inganno dovrebbe ammettere la rovina di un mito nato morto per eccesso di contraffazione. E provvedere al più presto. Come? Cancellando il 25 aprile dal calendario delle feste nazionali e considerarlo per quello che è stato veramente. Un giorno come gli altri in uno dei periodi più bui della nostra storia. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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