RETORICA PARTIGIANA | 25 Aprile 2016

Il 25 aprile e il falso storico della Resistenza vittoriosa

La Resistenza è stata ininfluente ai fini della liberazione della penisola dai nazi-fascisti, ha colpevolmente mentito sui massacri della guerra civile, è diventata il simbolo dell’Italia comunista. Ma ha ancora senso celebrare il 25 aprile?

di ROBERTO BETTINELLI

In una società che ha l’ossessione dell’immediato e dell’evanescente, caratterizzata da attributi come la ‘liquidità’ e la ‘fluidità’, è corretto riproporre ciclicamente spazi e momenti destinati alla memoria. Sono i momenti in cui l’esistente è sottoposto al giudizio che si sviluppa a partire dal confronto con il passato. 

Se si escludono i giorni che rivestono un’importanza cruciale nel calendario religioso L'esigenza di ‘fermare’ il flusso dell’esistenza, di giudicare appunto, si manifesta in occasione delle ricorrenze che scandiscono la storia dell’Italia repubblicana. Fra queste il 25 aprile, la Festa della Liberazione, ricopre un ruolo fondamentale. E usurpato.

Il 25 aprile è il giorno in cui si festeggia la liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Un’impresa che la storiografia encomiastica della Resistenza attribuisce alla guerriglia partigiana. Non c’è nulla di più falso. Il fascismo si è disgregato a causa della scelta nefasta dell’entrata in guerra al fianco della Germania. Benito Mussolini è stato esautorato la sera del 24 luglio del ’43 da un ordine del giorno del Gran Consiglio del Fascismo redatto dal gerarca Dino Grandi, squadrista e figura di spicco del ventennio, già ministro della Giustizia, degli Esteri e presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Si trattò di un golpe interno ed ebbe successo grazie al contributo attivo della monarchia sabauda. La riunione del 24 luglio venne preparata da Grandi dopo aver preso accordi con il re Vittorio Emanuele III che aveva detto chiaramente come fosse necessario il passaggio della sfiducia del Gran Consiglio per destituire Mussolini. Dei 28 membri presenti alla seduta, 19 votarono a favore dell’ordine del giorno, 8 votarono contro e uno si astenne. Il giorno dopo Mussolini venne arrestato a Villa Savoia e il re, forte dell’articolo 5 dello Statuto Albertino, riprese il comando delle forze armate. 

Come si evince da questa rapida carrellata il fascismo finì a causa di un'implosione e non certo, come si è voluto far credere a lungo, per l'aggressione del movimento partigiano. Un attore, questo, che non può rivendicare molto nemmeno sul fronte della guerra ai nazisti dal momento che furono gli alleati, a partire dagli sbarchi in Sicilia e ad Anzio, a cacciare l’esercito di Hitler dalla penisola. 

I partigiani diedero un apporto minimo, confuso, irrilevante ai fini della conclusione del conflitto. In più le loro azioni, spesso condotte irresponsabilmente contro i reparti tedeschi già in fuga, provocarono reazioni sanguinose contro la popolazione civile che si sarebbero potute evitare risparmiando la vita a numerosi innocenti. 

L’insurrezione del 25 aprile, in memoria della quale è stata istituita la Festa della Liberazione, venne ordinata dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia guidato da Longo, Sereni, Pertini e Valiani e fu, in tutta onestà, una risposta più che altro simbolica, priva di rischi e di effetti sul piano militare. 

Drammatica fu invece la stagione della guerra civile che venne inaugurata subito dopo. Il copione è ampiamente conosciuto grazie al successo dei libri coraggiosi di un giornalista di sinistra come Giampaolo Pansa. Italiani contro italiani, partigiani contro repubblichini, faide e vendette. Una scia di sangue che non consente a nessuna delle due parti, men che meno ai ‘resistenti’ che in taluni casi seguitano a mentire sui massacri compiuti, di mettersi al petto le medaglie della verità e dell’impunità. 

I morti ci furono sia fra le fila dei partigiani sia fra quelle dei fascisti. Ma con la differenza rilevante che ai primi è stato concesso tutto, compresa una gloria militare immotivata e la piena immunità davanti al tribunale della storia. Ai ‘vinti’, invece, è stato negato tutto. Perfino la dignità del ricordo. 

Sgombrato il campo dagli equivoci di natura storica, resta da capire quale è stata l’eredità del 25 aprile. Nata per volontà del più grande statista repubblicano, Alcide De Gasperi, è diventata via via il trionfo di una morale superiore, personificata nel mito della Resistenza.

Il paradosso della Festa della Liberazione, concepita per suggellare nel candore e nell’eroismo la nascita della nuova repubblica, è che è diventata successivamente il simbolo di quella cultura di sinistra che non ha mai smesso di odiare la nazione sorta sulle ceneri del ventennio per immaginare un’altra Italia. A lungo, quest’altra Italia, è stata plasmata sul modello della Russia comunista. Un regime che ha superato di gran lunga il fascismo mussoliniano nella repressione delle libertà uguagliando, nei crimini e negli stermini di massa, la Germania nazista. 

Ora fortunatamente i sostenitori dell’altra Italia, ideologica e di sinistra, non possono più contare sul silenzio della storia. La Resistenza ha ormai mostrato il suo vero volto. L’inganno non può essere perpetrato se non colpevolmente. 

Il 25 aprile non può più essere la festa in cui legittimamente si celebra la vittoria del movimento partigiano. Può essere, però, molto di più. La festa della riconciliazione nazionale. Ma allora, in tutte le città italiane, dovrebbero apparire corone di fiori per i vinti e non solo i vincitori. E a scuola gli studenti dovrebbero apprendere la verità dei fatti invece della menzogna. In assenza di questi segnali è doveroso negarne il valore storico ed educativo. Ed è impossibile non denunciarne la sostanziale inutilità ai fini della costruzione di una coscienza nazionale fondata sulla pacificazione, sull'unità e sul comune senso di giustizia. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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