L'ASSALTO DEI MIGRANTI | 01 Settembre 2015

Il blocco di Budapest simbolo del fallimento europeo

L'assalto dei migranti alla stazione di Budapest e la polemica a distanza tra il governo austriaco e quello tedesco. L'Unione Europea è attrezzata per rispondere all'ondata migratoria più grande della storia moderna?

di LUCA PIACENTINI

L'ondata di profughi non si ferma. Quelli arrivati in barca dal Mediterraneo in Italia dall'inizio dell'anno sono oltre 115.000, circa 95.000 si trovano nei vari centri di accoglienza. Mentre il ministero dell'Interno impone alle prefetture di trovare posti tra alberghi e residence in fase di svuotamento al termine dell'estate, nel resto d'Europa la tensione cresce sul fronte orientale dell'esodo migratorio. La stazione di Budapest è stata sgomberata martedì per respingere l'assalto dei profughi che tentavano di salire sui treni della speranza verso l'Austria e la Germania. 

"Nessun convoglio arriverà o partirà dalla stazione fino a nuovo ordine. Chiediamo a tutti di sgomberare", si sono sentiti dire le centinaia di migranti dagli altoparlanti. Un portavoce del governo ha spiegato il tentativo di Budapest di applicare la normativa europea, che obbliga gli extracomunitari a dotarsi di passaporto e visto all'interno dell'area Schengen. 

Si tratta del flusso proveniente da Grecia, Turchia e Balcani, che è riuscito a superare i confini europei nonostante la barriera con la Serbia. L'emergenza coinvolge anche Vienna, che ha visto arrivare lunedì più di 3.500 migranti. Un esponente del governo austriaco ha chiesto chiarezza alla Germania, visto che apparentemente molti profughi si stanno muovendo certi di essere accolti dal governo tedesco. Berlino ha risposto che le regole di Dublino, che prevede che la domanda di richiesta di asilo venga rivolta allo Stato in cui il migrante fa il proprio ingresso nell'Unione Europea, restano in vigore, anche se la Merkel ha fatto sapere che non respingerà i siriani.

Una polemica a distanza inutile e stucchevole, mentre gli spazi pubblici dei cittadini vivono scene da terzo mondo e i disperati in fuga dall'Africa continuano a morire annegati nelle estive o ammassati nei container abbandonati cinicamente lungo le strade. 

E' l'immagine del fallimento dell'Unione europea. Dell'incapacità di trovare una soluzione rapida, condivisa ed efficace. Al punto da suscitare un inquietante interrogativo: le istituzioni UE sono politicamente e tecnicamente attrezzate di fronte a questo fenomeno migratorio senza precedenti nella storia moderna? 

Per sviluppare la domanda può essere utile un parallelismo con la crisi economica e finanziaria. L'istituzione di regolazione monetaria, la Banca centrale europea, ha reagito in modo sicuro sotto la guida del governatore Mario Draghi, che ha varato il quantitative easing. Il presidente di Confindustria Squinzi ne ha ancora una volta certificato l'efficacia, citandolo, accanto al prezzo del greggio, tra le ragioni della fragile ripresa italiana, ad onta di ciò che ha tentato di far credere nelle ultime ore ai cittadini il premier Matteo Renzi intestandosene il merito. L'interrogativo è se questa Europa di tecnocrati e politici, che sembra avere gli strumenti per affrontare la tempesta finanziaria globale, ha a disposizione anche le mosse strategiche per evitare l'irreparabile di fronte all'emergenza immigrazione. 

Ne va della credibilità stessa del progetto politico alla base dell'istituzione europea. Meglio i singoli Stati o meglio l'Unione? I trattati vanno cambiati? E se sì, in che misura? La Gran Bretagna appartiene all'Ue ma non ne condivide l'euro, porta avanti le proprie politiche con i distinguo necessari radicati in una forte tradizione democratica, la più antica del mondo, e insieme con la concretezza tipica anglosassone; non aderisce al trattato di Schengen e in questo modo ha un'arma in più per garantirsi la sicurezza di fronte al terrorismo internazionale; da ultimo il premier David Cameron ha annunciato che il Regno Unito vieterà l'ingresso agli stranieri senza requisiti, anzitutto senza lavoro. 

Certo, serve realismo. Nessuno si aspetta dalle istituzioni europee la linearità e la velocità di azione politica tipica di paesi, come quello britannico, con governi forti e legittimati. Ma che dal magma delle dichiarazioni pubbliche e dalle innumerevoli riunioni cui ormai assistiamo da mesi, qualche misura dotata di ricadute concrete debba venire è il minimo che i cittadini possono e devono pretendere. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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