AREA POPOLARE | 03 Giugno 2015

«Il brand non tira, serve una svolta»

L’assessore regionale Parolini commenta il voto: «Otteniamo risultati solo con una presenza personale e diretta. Il brand di Area Popolare non tira. Non possiamo far finta di niente: occorre cambiare radicalmente»

di LUCA PIACENTINI

Area Popolare è un progetto politico dal fiato corto: «Il marchio nazionale non trascina, serve una svolta radicale». Di fronte ai risultati ottenuti dal partito alle ultime elezioni l’assessore regionale lombardo del Nuovo Centrodestra Mauro Parolini non nega la realtà. E sottolinea la necessità di rilanciare in modo «rapido e drastico». Per convincere gli elettori a «sceglierti - dice - servono un programma chiaro, azioni esemplari e un brand riconoscibile. Tutto questo ora non c’è». La strada giusta? «Ricostruire il centrodestra».

Assessore Parolini, dalle colonne del quotidiano Libero l’europarlamentare Massimiliano Salini parla chiaro: il sostegno a Matteo Renzi deve essere a tempo, la priorità è ricostruire un polo alternativo. Come reagisce? 

«Sono d’accordo. E’ sempre più chiaro che per noi la prospettiva deve essere quella. Soprattutto dopo aver visto che un elettorato di centrodestra c’è ancora e che va a votare. Purtroppo, però, se è vero che da un lato il centrodestra ha gli elettori, dall’altro non ha né una leadership né una struttura capace di affrontare in modo organico le prossime scadenze elettorali. Bisogna restare al governo finché serve, con la libertà di chi non tiene una posizione ma afferma il proprio punto di vista senza timore. Non si sta seduti su una sedia ma si porta avanti una posizione politica e culturale precisa, che non coincide con quella del Pd e che, anzi, su parecchie questioni è molto diversa. Nel contempo va ricostruito un partito moderato di centrodestra, che rappresenti la maggioranza dell’elettorato attraverso un programma di governo e non una posizione di protesta. Se la leadership spetti a Matteo Salvini o ai moderati è una questione decisiva: nelle due prospettive le cose cambiano radicalmente». 

In Liguria la Lega ha fatto il pieno di voti, ma il candidato presidente era un moderato. 

«Esatto. E’ così: con le posizioni di Salvini non si governa. E lui ne è consapevole. Non può giocare a lungo a “dottor Jekyll e mister Hyde”. Non puoi fare campagne elettorali sparando su tutto e poi diventare moderato quando governi. Alla fine la gente non ti crede più. E’ un gioco di breve periodo. Il nostro punto di vista, invece, è in grado di reggere il lungo periodo come è avvenuto per vent’anni». 

Le percentuali di Area Popolare al nord, però, sono bassissime. In queste Regioni, che sono poi le più produttive del Paese, la classe dirigente del partito sta facendo una riflessione in vista di una possibile riunificazione dei moderati? A che punto è il dibattito? 

«Alle elezioni comunali molte liste civiche che facevano riferimento a noi hanno preso tra il 10% e il 20%. Significa che siamo in grado di fare una proposta interessante. Il problema è che il brand nazionale non trascina, ma tira indietro. Tutto questo ci impone una riflessione rapida e drastica. E’ evidente che una fase si è conclusa e se ne apre un’altra in cui riaggregazione, leadership e brand devono essere le questioni centrali. Nel mercato politico i voti di appartenenza sono ridotti al lumicino, ogni volta devi convincere nuovamente gli elettori a sceglierti. E, per farlo, servono un programma chiaro, azioni esemplari, oltre che di contenuto, e un brand riconoscibile. Tutto questo per ora non c’è. I risultati arrivano laddove abbiamo una presenza diretta e personale, se questa manca, il brand non tira. E non possiamo far finta di nulla: dobbiamo prenderne atto e cambiare radicalmente». 

Un elettore su due non ha votato. Il direttore di ricerca dell’Istituto Catteno di Bologna sottolinea che molti vedono le Regioni come centri di spreco. 

«Due anni di campagna ostile su questioni marginali e fondate solo sporadicamente ha prodotto questa devastazione. Se ci fosse più oggettività, si confronterebbero i costi del Parlamento con quelli dei Consigli regionali e si capirebbe che è stata avviata un’azione strumentale anche se, purtroppo, molto efficace. A chi spara sulle Regioni dico che deve confrontare le alternative: anche le peggiori tra le Regioni oggi sono meglio dello Stato. Figuriamoci quelle migliori. Sull’opinione pubblica pesano le campagne orchestrate. Il ruolo delle Regioni va certo ripensato, ma l’idea che il centralismo è buono e il federalismo è cattivo mi sembra stravagante. L’astensionismo è tipico di tutte le democrazie mature e non mi rassegnerei al fatto che metà degli elettori non va alle urne. La questione grave da affrontare è l’astensione dei moderati, convinti che sia inutile votare. E’ un fatto che a lungo provocherà una vera e propria ferita nella democrazia: più la politica perde potere, infatti, più lo acquistano gli organismi non elettivi». 

Come riportare gli elettori moderati alle urne? 

«Occorrono buone ragioni. Non bastano un paio slogan e qualche esortazione. E’ necessario far capire anzitutto due cose sulla politica: che per i cittadini è il solo modo di partecipare alle istituzioni, e che conta più degli organi burocratici».


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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