IL VIAGGIO DI RENZI | 18 Aprile 2015

Il brutto risveglio dopo il sogno americano

Scaricato da Obama sulla Libia, Renzi torna a casa a mani vuote. Lo aspettano il boom dello spread, il Pd in rivolta, il record europeo di tasse e disoccupazione. Cronaca di un viaggio nato per rilanciare il consenso interno

di ROBERTO BETTINELLI

Scaricato da Obama sulla Libia, Renzi se ne torna a casa dagli Stati Uniti a mani vuote. Un successo nell’ambito della politica estera, ora come ora, gli sarebbe tornato estremamente utile. Il suo astro si sta appannando dopo una serie di insuccessi che ha collezionato nell’ambito della politica nazionale. Il processo di cambiamento del Paese annunciato attraverso le ormai fin troppo note riforme, si è arenato. La spaccatura del Pd sull’Italicum e la trattativa in corso con i dissidenti del partito sul Senato che potrebbe tornare elettivo, sono evidenti segni di difficoltà. Ma nonostante le pacche sulle spalle e l’endorcement smaccato, chiaramente richiesto e gentilmente concesso da Obama, il premier non ha ottenuto la copertura sulla questione libica che si aggrava di giorno in giorno e che vede l’Italia ormai lasciata sola anche dall’Unione Europea. 

A ben guardare non si può nemmeno dire che il saldo del viaggio a Washington del presidente del Consiglio sia invariato. Il bilancio, infatti, non può che essere negativo. Renzi ha rimediato una brutta figura. Se gli Stati Uniti hanno respinto un impegno serio in merito a un possibile intervento militare in Libia, che a giudicare dai commenti di diversi analisti resta una soluzione inevitabile sul lungo periodo, l’Italia ha invece detto sì alla richiesta di prolungare la permanenza dei propri soldati in Afganistan che resta una ferita aperta dell’amministrazione Obama. 

Sicurezza delle coste, sbarchi ed episodi di pirateria contro la nostra marina mercantile, presidio dei pozzi petroliferi e dei giacimenti di gas dell’Eni, lotta al terrorismo dell’Isis, difesa delle minoranze cristiane, una maggiore flessibilità negli accordi commerciali del Ttip che vedono ancora troppe riserve da parte del governo americano. Sono tutti temi sui quali Obama doveva pronunciarsi ma che non hanno prodotto alcun passo avanti. 

Il ‘tesoretto’ di Renzi è stato definito un’arma di distrazione di massa. Una boutade nata con l’intenzione di deviare l’attenzione dell’opinione pubblica da un’analisi puntuale degli effetti della crisi che non accenna a mollare la presa. Il passato e il presente, infatti, sono tutto tranne che incoraggianti. Renzi lo sa e ha tentato, come sempre, di sfuggire alla responsabilità con un’escamotage propagandistico. Meglio concentrarci sul futuro e sulle prospettive di impiego di un improbabile gruzzolo di 1,6 miliardi di euro piuttosto che farsi mettere all’angolo e rendere conto di una strategia che non sta portando né punti di Pil né nuova occupazione. 

Il viaggio americano del premier ha lo stesso scopo del ‘tesoretto’ fantasma. In un momento in cui l’Italicum ha spaccato violentemente il Partito Democratico, mettendo in pericolo la riforma elettorale sulla quale Renzi sta costruendo abilmente la sua rielezione a Palazzo Chigi, una stretta di mano con il più grande e potente politico democratico del pianeta può essere utile per rilanciare l’immagine di un presidente del Consiglio che non riesce a far decollare il Paese e corre addirittura il pericolo di non controllare il suo stesso partito. 

Se è vero che l’assemblea dei parlamentari del Pd ha visto prevalere la sua linea, è altrettanto vero che la spaccatura c’è stata. Non si tradurrà certamente in una scissione come sperano invece tanti di coloro che gravitano nell’area subdola e grigia del neonato centrismo, illudendosi di saltare il prima possibile sul carro di un nuovo partito depurato dagli elementi più legati alla tradizione della sinistra. Ma se le diverse correnti dei dissidenti del Pd riusciranno a trovare una linea comune, non sarà facile per il segretario portare avanti l’Italicum. Tanto più che le opposizioni, in una forma più o meno spontanea, stanno dando vita a un fronte unitario. Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega Nord e anche il Movimento 5 Stelle non ne vogliono sapere di una legge elettorale che sembra fatta su misura per il Pd e che non tutela a sifficienza la regola dell’alternanza. 

Se mettiamo in fila le riforme finora varate da Renzi risulta chiaro che la percezione del cambiamento è superiore alla realtà dei fatti. Le Province sono ancora vive e vegete; il Jobs Act non ha generato, come era d’altronde prevedibile, l’atteso rilancio dell’occupazione; le tasse sono aumentate, comprese quelle che dovevano alleggerire la pressione fiscale a carico dell’aziende; la riforma costituzionale che coincide con la non eleggibilità del Senato sta per andare a farsi benedire dal momento che il premier è pronto a sacrificarla per convincere la minoranza dem ad accettare l’Italicum. 

Il viaggio a stelle e a strisce di Renzi, se voleva ottenere un risultato concreto per il Paese, doveva tradursi quanto meno in una promessa di aiuto degli Stati Uniti a fare della Libia un tema prioritario dell’agenda della massima potenza mondiale e dell’Onu. Così non è stato. L’unico risultato utile Renzi l’ha strappato alla Georgetown University dove è stato ricoperto di applausi tenendo uno di quei discorsi che tanto lo gratificano sul piano emotivo. Ha citato Bob Kennedy: «Il futuro non è un dono ma una conquista», ma la sua è stata la versione ‘spaghetti western’ del mito americano della frontiera. Se non avesse prontamente aggiunto una battuta di Woody Allen per dare un tocco d’ironia, il suo tentativo sarebbe scaduto in una scimmiottatura a buon mercato dello stile ‘I have a dream’ che caratterizza la comunicazione politica made in Usa. 

Ma ora il breve sogno americano è terminato e Renzi deve tornare ad affrontare le vicende molto più prosaiche e drammatiche di casa nostra: lo spread ha fatto registrare un balzo di cinquanta punti in un mese portando a quota 140 il differenziale con i bund tedeschi, il Pd e le opposizioni sono in rivolta, il tasso di disoccupazione è stabile al 12%, la pressione fiscale è alle stelle e resta la più punitiva della zona Euro. Un brutto risveglio attende il presidente del Consiglio dopo la parentesi svagante e illusoria del viaggio nella terra promessa.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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