VISTI DALL’ESTERO | 09 Giugno 2015

Il brutto risveglio elettorale di Matteo Renzi

Elezioni: anche la stampa internazionale rileva la battuta di arresto di Renzi. E sul Financial Times, l’ex direttore dell’Economist Emmott si chiede se il premier sia davvero capace di cambiare le cose o sia «tutto chiacchiere e niente fatti»

di LUCA PIACENTINI

Le elezioni sembrano avere sgretolato il sogno renziano: cambiamo l'Italia, facciamolo in fretta. Non che prima ci credessero in molti, almeno a giudicare dai sondaggi. Ora però, i segnali di cedimento del Partito democratico, che alle elezioni di domenica 31 maggio ha perso due milioni di voti, certificano che la strada del cambiamento per il presidente del consiglio Matteo Renzi è tutt'altro che in discesa. E mostrano con chiarezza che gli italiani non sono disposti a lasciarsi abbagliare da narrazioni affascinanti o facili immagini giovaniliste. 

Non bastano le parole. Su questo giornale lo abbiamo scritto molte volte: chi governa deve fare i conti con la realtà, che in una democrazia avanzata è fotografata (e in buona parte fedelmente) dai numeri dell’economia, dove oggi i segnali di ripresa sono troppo deboli perché la gente possa percepirli. 

Lo scrive nel commentare il voto sul Financial Times, anche Bill Emmott, ex direttore dell’Economist. Emmott (giornalista non proprio tenero con la destra, autore del documentario “Girlfriend in a Coma” aspramente critico verso Berlusconi) si sofferma sulla necessità per il premier Renzi di cogliere i segnali provenienti dalle urne. Il commento apparso all'indomani del 31 maggio è chiaro: l'esito elettorale è un campanello di allarme che l'ex sindaco di Firenze farebbe bene a tenere in seria considerazione, ascoltando «il messaggio degli elettori». Secondo Emmott la vera domanda è se Renzi sia davvero in grado di cambiare le cose e dare un futuro migliore all’Italia oppure sia «tutto chiacchiere e niente fatti». 

Sono passate solo poche settimane da un articolo di tutt'altro tenore verso il premier Matteo Renzi, un pezzo apparso su un altro autorevole quotidiano in lingua inglese, l'edizione internazionale del New York Times. L’analisi pubblicata il 26 maggio a firma Mike Peakock, corrispondente della Reuters, prende in esame la situazione del centrosinistra europeo, sottolineando che serve un nuovo corso. Il giornalista fa il check up alla sinistra dopo il voto nel Regno Unito che ha sancito la disfatta del Labour Party. Una sconfitta bruciante che, scrive il giornalista, rende evidente il dilemma di fronte al quale si trova il centrosinistra in tutto il continente. 

Ebbene, passando in rassegna i casi di Spagna, Grecia, Germania e Francia, l'articolo sottolinea invece la vitalità di Matteo Renzi, che «sembra essere l’eccezione» «restando popolare» e, nel contempo, avviando le «riforme che che nessun altro leader italiano ha avuto il coraggio di tentare». L’ex sindaco di Firenze «si è trovato di fronte un’opposizione nel caos» e ha unito alle riforme «tagli di tasse per pensionati e i redditi più bassi». Più profondamente, sintetizza il giornalista, è riuscito a fare passare il messaggio che la sua è l’ultima occasione per fare uscire l’Italia dalla crisi. 

Una convinzione probabilmente rafforzata dall’oltre 40% di consensi incassato dal PD lo scorso anno alle elezioni europee, un’opinione che però oggi sembra vacillare. Almeno stando ai dubbi sollevati da Emmott sul Financial Times, termometro degli umori della City. La Lega Nord è la vera star delle elezioni, si legge sul giornale britannico, mentre il Movimento 5 Stelle, i cui elettori «credono di avere ancora molte ragioni per protestare», ha preso il 15-20&. In altre parole: la protesta sale o tiene. «Perché questa mancanza di gratitudine», si chiede l’opinionista? «It’s the economy, pazzo», è la risposta. Nonostante i deboli segnali di ripresa economica, Emmott sottolinea infatti che ci vorrà ancora molto tempo prima che gli italiani percepiscano che le cose stanno cambiando per davvero. 

Andando poi a vedere concretamente che cosa ha fatto Mr. Renzi, Emmott, pur lasciando intendere tra le righe un giudizio positivo sul tentativo riformatore di Renzi, si concede un filo di ironia: riforma del lavoro a parte (che faciliterà le imprese ad assumere a tempo indeterminato «ma solo quando avranno bisogno di più manodopera»), la conquista principale di Renzi è stata una «nuova legge elettorale che ha richiesto oltre un anno di negoziati». E qui la stoccata: si tratta di una legge che né darà vita né tutelerà posti di lavoro, «eccetto forse quello dello stesso Renzi». 

Ma neppure questo, come dimostrano le elezioni, è scontato. La soluzione suggerita dal commentatore del Ft è una dose forte di riforme liberali, che spazzino via una volta per tutte «gli ostacoli alla creazione di nuove imprese e i fattori che limitano la concorrenza»; altra questione da affrontare con urgenza è la giustizia, che deve garantire «l’esecutività dei contratti». 

Insomma: dopo le prime illusioni elettorali delle elezioni europee, gli italiani sono tornati con i piedi per terra e pretendono un segnale deciso. Attendono risposte concrete. In particolare i moderati, aggiungiamo noi, che è opinione comune siano rimasti sostanzialmente a casa, ingrossando le fila dell’astensione. La domanda a cui tutti cercano di rispondere, per dirla con Emmott, è se Renzi sia «tutto chiacchiere e niente fatti» oppure no. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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