CINQUECENTO REGATE | 01 Luglio 2015

Il cantiere navale che ha vinto tutto

Cinquecento regate e decine di medaglie. Il mito della vela nella storia del cantiere Lillia: dallo scantinato senza elettricità sul Lago di Como alle Olimpiadi di Atene, dove ha vinto l’intero podio. Intervista a Domenico Lillia: «Grande passione»

di REDAZIONE

Il nome è entrato nel mito. Tra gli addetti ai lavori tutti sanno cosa significa Lillia. Anzitutto una barca: la Star, il natante entrato nell’olimpo della vela. E vittorie, tante: almeno 500 regate e una ventina di medaglie olimpiche. L'azienda è familiare, la storia italiana. Fino in fondo: parte dalle rive del Lago di Como, nel 1957, e qui rimane per 60 anni, mentre i prodotti fanno il giro del mondo e vincono praticamente tutto. 

Gianni Lillia si mette a costruire scafi il legno a Musso, nel Comasco. Il primo laboratorio non è un garage ma una cantina. La parabola del cantiere attraversa decenni di storia, campionati mondiali, europei e olimpiadi, ogni stagione della progettazione nautica: dal legno di cedro alla vetroresina, materiale in cui vengono costruite le moderne barche ultraleggere. La base operativa si sposta a Pianello del Lario, sempre in provincia di Como. Poi la tragedia: nel 1981 Lillia perde Gianni, il padre fondatore. 

Ma la determinazione del fratello Domenico, detto “Meco”, e la passione del figlio Stefano, grande amante della vela, presto diradano le nubi all'orizzonte e aprono la strada ad un futuro costellato di successi incredibili. Fino alla consacrazione definitiva con la medaglia olimpica ai giochi di Atlanta nel 1996, proprio grazie alla Star. “L’olimpo”, nel vero senso della parola, viene raggiunto nel 2004 in Grecia, ai giochi di Atene, dove grazie alla nuova barca progettata da Stefano Lilia insieme a Luca Devoti, il cantiere riesce a conquistare tutto il podio. Oro, argento e bronzo. 

Mentre racconta, “Meco” ci accompagna tra le barche del cantiere. Ha 75 anni («non ho vergogna a dirlo») ma è pieno di energia. Cammina tra gli scafi in manutenzione, indica un artigiano («è con noi da quarant’anni»), toglie i teli e scopre imbarcazioni in legno che hanno fatto la storia («questa è la numero uno»). E risponde alle nostre domande. 

Da dove viene Lillia? 
«Da una grande passione. Mio fratello Gianni era un velista. Amava le regate. Negli anni Cinquanta veleggiava con il Dinghy (un tipo di imbarcazione da regata, ndr)».

Come è nato il cantiere?
«Ad un certo punto Gianni ha deciso di fare da sé. L’obiettivo era costruirsi il Dinghy in proprio. Ha contattato un dipendente che lavorava in un cantiere nautico e lo ha portato a Musso».

E’ qui che fu costruita la prima barca?
«Sì, la numero uno. L’ha appena vista (attraverso i vetri, indica il natante coperto nella stanza accanto). Gianni è partito in uno scantinato, non c’era neppure la corrente».

E poi?
«Abbiamo iniziato a vendere agli amici, ingrandendoci progressivamente. Siamo passati a costruire altri tipi di barche, tutte molto belle, come la Finn e la Star». 

Che vi ha reso celebri in tutto il mondo.
«Ha visto la luce negli anni Sessanta. E’ grazie a lei se il laboratorio ha assunto la forma di un vero e proprio cantiere nautico». 

La scomparsa di suo fratello è stato il momento più difficile. Come avete reagito?
«Alla morte di mio fratello Gianni mi sono dovuto affidare all'esperienza degli operai e alla passione di mio figlio Stefano. Che ci ha messo l'anima. Il segreto è ascoltare i consigli dei famosi timonieri, i fuori classe, come Torben e tanti altri. E’ come ascoltare i consigli di un pilota di Formula uno che ti dice come mettere il volante. È così che siamo riusciti ad andare avanti, creando queste barche famose che hanno vinto olimpiadi e campionati europei, competizioni in tutto il mondo. Non c'è nazione in cui non abbiamo vinto un campionato». 

Quante regate in tutto? 
«Circa 500. Oggi vantiamo barche in ogni angolo del pianeta: Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Cina, Europa, e soprattutto Stati Uniti, da costa a costa. E poi il Sud America, Brasile, Argentina e Cile. Senza contare le medaglie: almeno una ventina, tra oro, argento e bronzo». 

Come nel 2004.
«Esatto. Ad Atene abbiamo vinto l’intero podio. Non era mai accaduto che un cantiere nautico si aggiudicasse oro, argento e bronzo. E’ stato un grande successo». 

Qual è oggi la sfida? 
«Andare avanti. Ci pensa mio figlio Stefano, che fa barche di tutt'altro tipo. Non più olimpiche. Anche se molti sono sicuri che la classe Star rientrerà alle olimpiadi del 2020» 

Perché?
«Dicono che sia una barca troppo bella per lasciarla fuori dai giochi».


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