VOTO SEGRETO | 30 Luglio 2015

Il caso Azzolini e il passo indietro del Pd

Azzolini, il Senato vota secondo Costituzione. L’imbarazzo del Pd che prima dice sì all’arresto e poi ritratta tutto per salvare il governo. Una vicenda che rispecchia la parabola di Renzi: dalla rottamazione alla ‘manutenzione’ del potere

di ROBERTO BETTINELLI

Dietro la decisione dei senatori del Pd di votare in massa per salvare il collega del Nuovo Centrodestra Antonio Azzolini c’è indubbiamente la volontà di non far cadere il governo Renzi. Un dato di fatto che testimonia lo sviluppo della parabola del premier. Dopo la fase infuocata e romantica della rottamazione si trova ora a gestire la ‘manutenzione’ del potere. Un compito ben più complesso che richiede una buona dose di cinismo e, soprattutto, la disponibilità a siglare accordi sottobanco come ben dimostra la scelta di ricorrere al voto segreto per non far precipitare l'esecutivo in una crisi pericolosa. Sacrificare Azzolini avrebbe significato perdere la lealtà del partito di Alfano dove l'ex sindaco di Molfetta ed ex presidente della quinta Commissione Bilancio del Senato esercita un potere notevole. 

Ma questa vicenda si inserisce anche nel contesto di una contrapposizione fra i poteri dello Stato che, contro ogni demonizzazione, deve essere inquadrata per quello che è veramente: una opzione legittima prevista dalla Costituzione. 

Chiariamoci. Innanzi tutto se Palazzo Madama avesse confermato la decisione della Giunta per le autorizzazioni di dare seguito alla richiesta di arresto dei magistrati di Trani che indagano sul crac da 500 milioni di euro dell’ex ospedale psichiatrico ‘Casa Divina Provvidenza’ di Bisceglie, Antonio Azzolini non sarebbe finito in galera. Ma a casa sua. 

I giudici, infatti, hanno chiesto la detenzione domiciliare. Non la reclusione in carcere. La differenza è rilevante. Soprattutto per i cittadini. Un conto è avere a che fare con un ceto politico che impone il voto segreto in un ramo del parlamento per salvare un senatore che altrimenti andrebbe dritto dritto in cella. Un conto è sapere che il ‘reo’ non sarebbe stato rinchiuso insieme ai delinquenti comuni, ma avrebbe raggiunto, e con tutta calma, la sua abitazione. Dove sarebbe rimasto in attesa che la giustizia facesse il suo corso. Con i tempi che conosciamo. Gli stessi magistrati che hanno avviato l’inchiesta ‘Oro Pro Nobis’ hanno sempre precisato che Azzolini non era tra i promotori di quello che è stato descritto come un «gruppo di malaffare». Il che vuol dire, in buona sostanza, che il senatore pugliese in galera potrebbe non finirci mai. 

Detto questo ciò che si è verificato non deve stupire più del dovuto. La democrazia si fonda sulla separazione dei poteri dello Stato: esecutivo, legislativo e giudiziario. Si tratta di 'volontà' che si incarnano in organi specifici: governo, parlamento e magistratura. I membri di questa triade, secondo la Costituzione, sono esplicitamente legittimati a rivendicare autonomia e indipendenza. E, in forza di questo diritto, sono implicitamente autorizzati a configgere. Il parlamento, per esempio, può far cadere un governo rifiutandosi di votare la fiducia. Il governo può ricorrere alla decretazione d’urgenza per forzare la paralisi delle due camere. La magistratura, vedi il caso Azzolini, può avanzare una richiesta di misura cautelare a carico di un parlamentare che può essere respinta in aula. Ciò che è accaduto, quindi, non è un vulnus della democrazia come vogliono far credere le opposizioni. Al contrario è il sale della democrazia 

Chiusa la parentesi dedicata alla riflessione giuridica, torniamo al dato schiettamente politico. I senatori dei 5 Stelle hanno urlato «ladri» davanti a un responso che era del tutto scontato da quando i vertici del Pd hanno dato libertà di coscienza ai propri senatori. Un passo indietro clamoroso quello dei democratici che, pur di non travolgere il governo, hanno sconfessato le parole del presidente del partito Matteo Orfini che aveva dichiarato quanto fosse «inevitabile votare a favore dell’arresto». Una posizione confermata dai membri della Giunta delle immunità che ha visto i componenti dem schierarsi compatti contro Azzolini. 

Il Senato ha respinto la richiesta dei giudici con una maggioranza schiacciante: 189 no, 96 sì e 17 astenuti. Un risultato che sarebbe stato impossibile ottenere se i rappresentanti del Pd non avessero obbedito all'ordine di scuderia. Se è vero infatti che la richiesta di voto segreto è stata avanzata dal Nuovo centrodestra e dal drappello dei ‘verdiniani’, è altrettanto vero che il Pd di Renzi nelle ultime ore, infischiandosene della figuraccia che avrebbe rimediato agli occhi dei propri elettori e del Paese, ha stabilito che Azzolini andava salvato a tutti i costi. I senatori hanno agito con un mandato ben preciso, chiaramente concordato al livello della segreteria centrale. Peccato però che il resto del partito non era d'accordo. E si è spaccato. Ma  questa volta la reazione di sdegno non ha interessato solo gli anti renziani di professione della sinistra dem ma anche il governatore della Regione Friuli Debora Serracchiani, molto vicina al presidente del Consiglio. La numero due di Renzi è arrivata addirittura a dire che il Pd dovrebbe chiedere scusa agli italiani per quello che aveva fatto. 

Non ha sbagliato Salvini quando ha dichiarato che, salvando Azzolini, Renzi ha salvato sé stesso. Il premier doveva scegliere. La compattezza del Pd o la sopravvivenza del governo. Ha scelto la seconda. E’ ancora presto per capire se il prezzo pagato è stato equo o troppo alto. Di certo, l’ambizione di Renzi non è a buon mercato. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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