"NAZARENO KAPUT" | 01 Settembre 2015

Il Cav dice no a Renzi e ci guadagna il Paese

Berlusconi, dicendo di no alla riedizione del patto del Nazareno, fa il bene suo e dell’Italia: non condanna Forza Italia ad essere una forza ancillare del Pd e costruisce un’opposizione ragionevole senza la quale la democrazia non potrebbe esistere

di ROBERTO BETTINELLI

Che Berlusconi faccia bene a resistere alla tentazione di cedere a Renzi per siglare una nuova versione del Patto del Nazareno, non ci sono dubbi. 

Finora tutti coloro che hanno deciso di legarsi al segretario del Pd ci hanno rimesso. A partire dalla vecchia guardia del partito che dopo avergli spianato la strada nella corsa al vertice del Nazareno si è resa conto dell’errore e ha organizzato una dissidenza interna tanto rumorosa quanto risibile. Letta è stato platealmente rottamato, Bersani è finito nel sottoscala, D’Alema boccheggia, Alfano è stato silenziato e molto probabilmente verrà inglobato nel Pd/Partito della Nazione. 

Berlusconi, scottato dal comportamento sleale dei dirigenti dem, ha provato a collaborare con il presidente del Consiglio. L’ha fatto e in buona fede. Ma ci ha messo poco a capire che la relazione era fruttuosa unicamente per uno dei due. E quello non era certo lui. 

Così ha rotto. E, a giudicare da come sono andate le cose, ha fatto solo bene. I sondaggi, è giusto riconoscerlo, non sono brillanti per Forza Italia, una formazione politica che vive della luce riflessa del suo leader. Berlusconi non è più quello dei tempi d’oro. La vocazione maggioritaria del defunto Pdl non sembra più recuperabile per gli azzurri, ma l’idea che andare verso Renzi e il Pd sia un cammino inevitabile è tutto tranne che una garanzia di sopravvivenza. Gli umori dei sostenitori, ai tempi in cui reggeva il patto del Nazareno, erano addirittura più deludenti. 

Ma se il presente non è roseo, è impossibile negare che in Italia l’elettorato del centrodestra sia scomparso. Ha solo bisogno di potersi riconoscere in una forza autorevole e competitiva, capace cioè di giocarsela ad armi pari con il Pd. Uno scenario che è stato confermato dalle elezioni regionali e dalle amministrative dove il Cav si è preso importanti soddisfazioni come la vittoria in Liguria o il felice assedio della roccaforte rossa di Venezia. 

Il Pd, oggi, è il partito che va per la maggiore. Un primato che non sembra facile scalfire. Ma questo non vuol dire che sia lo status quo sia immutabile. Un leader di partito ha sostanzialmente due obblighi: il bene della nazione e il bene della ‘fazione’ che lo sostiene. Fra i due elementi è evidente che è il secondo, contrariamente ad ogni moralismo, a rappresentare la priorità. Senza un partito coeso, radicato, pronto a lottare in periferia come al centro dei gangli del potere un leader non sarebbe in grado di fare nulla. Di certo non potrebbe fare nulla per il suo Paese. Sarebbe, cioè, del tutto inutile. 

Per questo motivo Berlusconi ha tutte le ragioni del mondo per rifiutare l’invito avanzato da Renzi che pure offrirebbe, nell'immediato, grandi vantaggi. Un rifiuto che non ammette cedimenti qualora non siano accolte due condizioni: la logica coalizionale al posto del premio di lista nell’Italicum e un no secco alla riforma costituzionale che, è inutile negarlo, ridurrebbe sicuramente i poteri della Camera alta ma la consegnerebbe definitivamente nelle mani del Pd. Sono i dem, infatti, a detenere il quasi monopolio dei consigli regionali e con la riforma di Renzi invece dei senatori siederebbero nei banchi di Palazzo Madama gli eletti nei parlamenti delle Regioni. Superare il bicameralismo perfetto è un obbligo, ma non si può tacere sul fatto che la soluzione proposta avvantaggi solo Renzi che, peraltro, pur di tagliare il traguardo si è detto disposto a raccattare qualsiasi sostegno a Palazzo Madama prima del referendum che dovrebbe tenersi nel 2016. 

Bene, se questa è la sua intenzione perché allora non mettersi al tavolo con Berlusconi per andare fino in fondo e abolire del tutto il Senato rafforzando i poteri di decisione del premier con un’elezione sancita dal voto popolare, mettendo mano in modo compiuto e ordinato a una Costituzione che ormai ha fatto il suo tempo. 

Il Cav non è uno sprovveduto e non vuole di certo fare la fine di Alfano che, dopo aver tenuto a battesimo il Nuovo Centrodestra, è stato schiacciato da Renzi sulle posizioni governative rinunciando a incarnare il ruolo di leader del partito e limitando la sua azione all’esercizio delle funzioni di ministro dell’Interno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Ncd è spartito dalla scena politica contraendosi a dei livelli residuali. Gli stessi rappresentanti, soprattutto quelli che agiscono sui territori e che devono rendere conto ad un elettorato smarrito e demotivato, pagano il prezzo di un messaggio ambiguo e non convincente, impossibilitati ad assolvere al primo obbligo dell’attivista di partito. Ossia il proselitismo. 

Se Berlusconi ha davvero in mente, come seguita a dichiarare, di voler costruire un centrodestra alternativo alla sinistra non può che restare un avversario di Renzi e del Pd, puntando a dare una voce all’Italia che prova una forte insoddisfazione verso l’operato di un governo che promette tantissimo e realizza troppo poco. 

Il Cav, dicendo di no alla riedizione del patto del Nazareno, fa il bene suo e della nazione: da un lato evita di trasformare Forza Italia nell’ennesima forza ancillare del Pd e dall’altro mette a disposizione del Paese un’opposizione ragionevole, esperta, dotata di cultura di governo e senza la quale la democrazia non potrebbe esistere. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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