POLITICA | 27 Aprile 2015

Il Cav e l’idea vincente del Partito Repubblicano

Renzi e il nanismo delle opposizioni. Berlusconi ha ragione. Serve un Partito Repubblicano che unisca i liberali per battere le sinistre del Pd e garantire l’alternanza

di ROBERTO BETTINELLI

Se c’è qualcuno che può e deve fare una proposta vincente per rimettere in piedi un centrodestra acciaccato, demotivato e perfino inutile nella sua incapacità di qualificarsi come opposizione plausibile allo strapotere del Pd, questo è Silvio Berlusconi. L’annuncio di voler dare vita a un Partito Repubblicano sul modello della formazione politica che negli Stati Uniti ha portato al successo Reagan, la dinastia Bush e che oggi controlla il congresso americano va esattamente in questa direzione. 

Che sia il Cavaliere ad assumersi ancora una volta l'onere e il diritto dell’impresa, nessuno dovrebbe metterlo in discussione. I limiti dell’età certo non agevolano, ma se il sistema politico italiano ha conosciuto a partire dagli anni ’90 una polarizzazione che ha finalmente introdotto il meccanismo dell’alternanza, è solo grazie alla 'discesa in campo' di Berlusconi. E’ stato lui a riconoscere la legittimità dei nuovi partiti, Lega e Alleanza Nazionale, che ormai rispecchiavano grandi fette di elettorato ma che venivano trattate alla stregua di paria da parte delle forze politiche che costituivano l’arco costituzionale. Dopo deceni di ininterrotto potere democrstiano che era degenerato via via nella palude sempre più fetida del centrosinistra e del pentapartito, l’Italia si è ritrovata improvvisamente, complice la nuova legge elettorale maggioritaria, a beneficiare della regola d’oro della democrazia che prevede la possibilità di sostituire chi governa.

Destra contro sinistra e hi prende anche solo un voto in più ha il diritto di formare l’esecutivo e guidare il Paese. Uno scenario essenziale e perfettamente comprensibile: alleanze fra i partiti decise prima delle elezioni, un leader individuato fin dall’inizio della competizione, una squadra che lo sostiene e che proviene da tutte le forze della coalizione così da assicurare la più ampia rappresentanza, un programma semplice e chiaro. Elementi che oggi appaiono scontati, e che di fatto lo sono quando si ha a che fare con una democrazia compiuta, ma che in realtà nella prima repubblica non si erano mai visti. 

«Faremo un Partito Repubblicano, il partito dei moderati» ha promesso il Cavaliere che negli ultimi tempi si è preso anche qualche bella soddisfazione sul fronte giudiziario, incassando l’assoluzione nel processo Ruby dove i giudici lo avevano assurdamente accusato di prostituzione minorile e concussione. Una sentenza che ha ridato vigore a una leadership fortemente menomata dai veti della magistratura, impossibilitata ad esprimere tutta la sua forza carismatica. Insomma, il periodo non è male anche se le elezioni regionali si prosperano come una prova difficile. L’idea di un nuovo contenitore dove far confluire le sensibilità e le organizzazioni che oggi fanno parte di un’opposizione malata di nanismo è un tonificante che può rilanciare le ambizioni del centrodestra e soddisfare le attese di un elettorato smarrito e deluso. 

Il momento, lo si è detto, non è negativo. Renzi è stato obbligato a inscenare il viaggio a Washington per rimpinguare le casse del consenso mentre il suo Pd seguita a perdere quota nei sondaggi, logorato dalla battaglia interna dell’Italicum che si tradurrà molto probabilmente in un vittoria di Pirro del segretario e del suo cerchio magico. Più passa il tempo e più il premier mostra il fianco agli attacchi di chi lo contesta per l’incapacità di dare risposte concrete sulla crisi economica o sulla tragedia dell’immigrazione che l’ha visto tornare a mani vuote dall’incontro a Bruxelles con la Merkel e Cameron. 

Detto questo chi se la cava peggio è il centrodestra che, per come è ridotto, non serve a nulla. In Puglia Raffaele Fitto ha rotto con Berlusconi. Giorgia Meloni, a capo di Fratelli d’Italia, ha deciso di sostenere il candidato di Ncd Schitulli invece della dirigente del suo stesso partito: Adriana Poli Bortone, ex ministro dell’Agricoltura nel primo governo del Cavaliere. In Liguria Giovanni Toti ha raccolto di schianto l’adesione di Forza Italia e Lega Nord, ma quella del Nuovo Centrodestra che fino all’ultimo è rimasto indeciso se collocarsi al fianco del Partito Democratico. In Campania Ncd e Forza Italia sostengono entrambi il governatore uscente Caldoro. Ma si tratta di un caso isolato. In Veneto, infatti, Forza Italia e Lega Nord hanno scommesso su Luca Zaia mentre Ncd ha trovato il suo candidato in Fabio Tosi, sindaco di Verona e segretario della Liga Veneta. 

Sulla Lega è necessario fare una riflessione in più. Di certo non entrerà a far parte del nascente Partito Repubblicano, ma è proprio lo straordinario successo di Salvini a mettere in difficoltà la formula berlusconiana dal momento che ha invertito il rapporto di forza con gli azzurri. Ora sono gli eredi di Bossi a guidare lo schieramento. E non potrebbe essere diversamente dopo la svolta filogovernativa di Ncd e la lontananza dalla scena politica del Cavaliere. Il linguaggio di Salvini può infastidire per i toni e i contenuti, ma è rimasto troppo a lungo il solo baluardo contro l’oppressione delle tasse, l’allarme sicurezza, l’immigrazione clandestina, la burocrazia asfissiante. 

Di certo non serve a preparare l’alternativa a Renzi. Il profilo di Salvini è ancora troppo anti-sistema. Se il segretario del Pd spopola è anche perché non c’è nessuno a contendergli seriamente il campo. Il fronte del avversario è frantumato. Al suo interno ci sono micro partiti e macro correnti che puntano ormai alla mera sopravvivenza. L’Italicum, in questo contesto, gioca un ruolo fondamentale. E’ stato notato ripetutamente come la soglia di sbarramento del 3% sia molto bassa. Ma Renzi ha tutta la convenienza a fare in modo che lo sia. Se fosse più alta, pur di assicurarsi l’ingresso in parlamento, i ‘leaderini’ non esisterebbero a mettere da parte invidie, risentimenti e ripicche. Nascerebbe all’istante un contenitore in grado di competere con il Partito Democratico. Proprio ciò che Renzi vuole evitare a tutti i costi. 

Ma se il centrodestra allo stato attuale non esiste più come entità politica, non è così per i suoi elettori. La Dc ha governato per cinquant’anni grazie al sostegno di un elettorato che era molto più a destra dello stesso partito. Berlusconi ha battuto e umiliato le sinistre alleandosi simultaneamente con i secessionisti del Nord e con i nazionalisti del Sud. Il Pdl dei tempi d’oro non aveva nulla da invidiare alle percentuali plebiscitarie del Pd renziano. Il popolo di centrodestra c’è ancora. Ed è più arrabbiato di prima. Pronto alla riscossa. 

Ciò che manca, invece, è la proposta politica. Il Pd si riconosce nella tradizione socialista. Perché la democrazia italiana funzioni davvero è necessario che a fronteggiarlo ci sia una grande forza liberale e moderata. Il centrodestra ha bisogno di un partito e di un leader. In merito al primo, il progetto del Partito Repubblicano dove siano garantiti i processi di partecipazione e di competizione per decidere gli incarichi di vertice, compreso quello del ‘capo’, fa ben sperare. Quanto al secondo, la caccia al successore del Cavaliere è aperta. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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