ANALISI ELETTORALE | 01 Giugno 2015

Il centrodestra al bivio e la crisi delle Regioni

Astensione record nelle Regioni rosse. In Liguria il «fatto politico rilevante», possibile soluzione all'anomalia dell'Italia, dove manca un partito di centrodestra a garanzia di alternanza democratica. L'esperto dell’Istituto Cattaneo analizza il voto.

di LUCA PIACENTINI

L’astensione record nelle ex Regioni rosse sintomo di una «debolezza della cultura di sinistra». Il successo di Giovanni Toti in Liguria «come fatto politico più rilevante», l’esperimento che potrebbe aprire la strada alla riaggregazione, ponendo fine all’anomalia italiana: la mancanza di un forte partito di centrodestra, assenza che mette a rischio l’alternanza democratica. Dal boom della Lega di Salvini all’immagine di Renzi «leader non tradizionale» che, nonostante le sconfitte a Genova e in Veneto, potrebbe paradossalmente uscire rafforzata. Luci e ombre sul sistema politico italiano nell’analisi del voto di domenica 31 maggio fatta dal direttore di ricerca dell'Istituto Cattaneo di Bologna, Piergiorgio Corbetta. Il sociologo ed esperto di flussi elettorali commenta l’astensione record e sottolinea la crisi delle Regioni: metà dell’elettorato vede «l’istituto regionale come centro di scandali e sprechi». 

Ci risiamo. L’astensione elettorale rimane altissima: rispetto al 2010 l’affluenza alle regionali è crollata di dieci punti. 
«La partecipazione è stata intorno al 50%: uno su due non ha votato. Il dato più basso è in Toscana e nelle Marche, due ex regioni rosse: è un segnale di debolezza nella cultura politica di sinistra, che fa seguito al drammatico calo della partecipazione alle regionali del novembre scorso, quando in Emilia Romagna votò il 37 %. La forte astensione è preoccupante in assoluto perché, se la metà dei cittadini non va a votare, la democrazia è a rischio, ma lo è anche in termini relativi. Mi spiego. La partecipazione elettorale in Italia è in costante decrescita. Alle politiche del febbraio 2013 si è attestata al 75%, un dato non drammatico, anzi leggermente al di sopra della media europea, anche se in Italia eravamo abituati al 90%. E’ invece troppo forte lo scarto tra l’affluenza alle politiche e quella alle regionali. Perché mentre tra 2000 e 2010 la differenza rispetto alle politiche più prossime era attorno ai 10 punti percentuali, adesso siamo ai 25. C’è una diminuzione dell’interesse e della partecipazione politica generale, cui si aggiunge un forte calo di legittimazione dell’istituto regionale. Le Regioni sono in crisi, non sono assolutamente popolari. Gli scandali degli scontrini e delle spese pazze non hanno risparmiato nessuna delle Regioni, che sono viste come centri di cattiva politica. Mentre negli anni Novanta, anche per via delle rivendicazioni della Lega, sulla spinta della devoluzione e del trasferimento di poteri dallo Stato, se ne parlava in termini di avvicinamento della politica ai cittadini; ora ci troviamo nella situazione opposta: le Regioni sono centro di scandali e sprechi, la metà degli italiani sembra pensare che se non ci fossero sarebbe meglio». 

Anche la geografia politica è cambiata. 
«Il fatto politicamente più rilevante è il successo del centrodestra con Giovanni Toti in Liguria. Personalmente consideravo cruciale il risultato in questa Regione anche prima del voto. Non tanto perché non si sapeva chi avrebbe vinto, quanto per l’esperimento politico nuovo, che potrebbe essere seguito da qualcosa di analogo su scala nazionale. L’Italicum spinge infatti nella direzione del bipartitismo, avrà un forte potere ristrutturante sul panorama politico italiano, perché orienta verso due partiti forti che vanno al ballottaggio. Non su due coalizioni che il giorno dopo il ballottaggio si dividono. Oggi il problema della politica è proprio l’assenza di un partito forte nel centrodestra. E poiché la democrazia vive di alternanza, se c’è un solo polo forte, lo stesso sistema politico è più debole. La Liguria ha dimostrato che, se riunisce tutte le forze, il centrodestra può vincere. Potrebbe essere l’inizio di un’aggregazione verso il cosiddetto “partito repubblicano” di cui Silvio Berlusconi ha adombrato i tratti, anche se in modo estremamente confuso». 

Cosa deve fare il centrodestra per rinascere?
«Deve trovare un leader. Diversamente non gli resta che darsi una struttura organizzativa, congressi di partito nazionali, regionali e provinciali con elezioni interne o primarie, attraverso la quale supplire alla mancanza di leadership. E’ nato come il partito personale di un leader, adesso deve trasformarsi in struttura partitica. So che non è facile proprio a causa delle origini, ma non c’è altra strada. Allo stesso tempo, deve muoversi in maniera non spigolosa nei confronti delle altre formazioni del centrodestra, in un’ottica di aggregazione». 

Nella dialettica interna al centrodestra, dove può condurre la crescita impetuosa della Lega? Matteo Salvini è in grado di rivendicare il ruolo del leader? 
«Questo è il problema. Salvini sarebbe anche in grado di rivendicare il ruolo del leader, ma dovrebbe abbandonare la sua politica radicale e, oserei dire, estremista. Il centrodestra può vincere soltanto se si colloca in una posizione moderata. Salvini segue la linea di Marine Le Penne, che in Francia perde tutti i ballottaggi. In un sistema politico che designerà il vincitore attraverso il ballottaggio, come accadrà con l’Italicum, sarà molto difficile che vinca un partito estremo. Se Salvini continuerà a cavalcare la protesta senza stringere alleanze con il centrodestra moderato, potrebbe far nascere un problema sistemico». 

Come è pensabile a destra un partito vincente e maggioritario alla stregua del Pd? Quella del centrodestra è una storia politica di coalizione, che include anche la Lega e pezzi diversi. 
«E’ vero, ma la strada è segnata. Le leggi elettorali sono nate anche per dare forma ai sistemi partitici. L’Italicum influirà sull’assetto dei partiti. Anche la sinistra aveva almeno due teste culturali e ideologiche, se non tre, l’estrema sinistra, il Psi e il Pci. Un’evoluzione lenta, molto indietro nel tempo. Ma c’è stata. La destra potrebbe muoversi in questa direzione se sapesse strutturarsi sul territorio e trovare un grande leader dall’immagine vincente, come la sinistra con Renzi. Credo che molti lo seguirebbero». 

Area Popolare conferma in parte le percentuali nelle Regioni del sud, ma è molto bassa al nord. Come valuta l’esperimento politico? 
«In due Regioni era alleata del centrodestra, altrove ha corso da sola, in altre era alleata della sinistra, cambia il nome ogni volta: sul piano politico è assai debole, c’è poco da fare. Questo partito dovrebbe esercitare il ruolo di aggregatore del centrodestra ma è in scontro apertissimo ed estremamente aggressivo con la Lega, mentre con lo stesso Berlusconi non ci sono segnali di riavvicinamento. Mi sembra che abbia di fronte a sè un futuro molto oscuro».

Queste elezioni erano un test per Matteo Renzi? 
«In un certo senso sì, anche se non c’erano candidati propriamente “renziani”. Si è detto che i candidati di Renzi erano Alessandra Moretti in Veneto e Raffaella Paita in Liguria. Ma entrambe escono dalla dalla tradizione precedente, non sono “renziane” in senso proprio. Quanto alla candidatura di De Luca in Campania, si è imposta per il radicamento territoriale. Se Renzi non l’avesse sponsorizzata, lui avrebbe corso da solo e vinto ugualmente. Renzi ha dovuto accettare obtorto collo. Non ci sono candidati nati dalla sua costola politica e sconfitti. Il risultato cinque a due non è brillante, certo, conferma il precedente. E sicuramente a Genova c’è stata una sconfitta, ma anche questa va interpretata: potrebbe essere anche la disfatta di chi ha corso per fare perdere Il Pd, come Pastorino, sceso in campo proprio con questo obiettivo». 

In ogni caso sembra che il “renzismo”, il movimento di rinnovamento del Pd, si diffonda a fatica nei territori. 
«Non c’è il minimo dubbio. Ma probabilmente questa parziale sconfitta o i problemi interni così forti, nell’opinione pubblica favoriscono l’affermarsi dell’immagine di un Renzi alternativo alla politica tradizionale. Il suo carattere innovatore, giovanilista e rottamatore è quello che piace all’elettorato, che oggi protesta, protesta e protesta. Vota i Cinquestelle, i Salvini o non va a votare, è insofferente rispetto alla politica. Con una interpretazione del Pd contro la sclerosi del passato, Renzi esce da queste elezioni con l’immagine di un politico non tradizionale. E tutto sommato potrebbe giovargli». 

Lei è un esperto dei Cinquestelle: come giudica il risultato del Movimento fondato da Grillo?
«Non avendo altre liste alleate collegate ai candidati, il confronto con le elezioni precedenti è più semplice. In tutte e sette le Regioni ha preso meno voti rispetto alle europee. Non è andato avanti ma, cosa più importante, ha consolidato la presenza politica e territoriale. I Cinquestelle hanno più difficoltà, nelle elezioni cosidderre “di secondo ordine”, degli altri partiti: non hanno una classe politica di amministratori uscenti e a volte hanno presentato figure totalmente sconosciute. Per loro, aver consolidato con poche perdite il risultato delle europee è positivo. Hanno rinunciato ad alcune caratteristiche iniziali, si sono ricreduti rispetto all’idea di puntare tutta la comunicazione sul web; con il direttorio è saltata la disintermediazione, l’assenza di intermediari tra leader e popolo; emergono leader a livello nazionale come Di Maio, che ha dimostrato di avere spessore politico. Insomma: diciamo che i Cinquestelle stanno probabilmente passando da partito della protesta pura a formazione che comincia a ragionare in termini più tradizionali insieme agli altri partiti».  

Vista l’astensione altissima, non sembra però che il Movimento abbia ulteriori margini di crescita. 
«Se si confermano al 20% sono comunque il secondo partito. Pur avendo preso il 25% nelle elezioni politiche hanno ottenuto un successo strepitoso: possono andare ai ballottaggi e arrivare ad amministrare città importanti». 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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