NEMICI IN CASA | 16 Novembre 2016

Il centrodestra che rischia l’estinzione

La lite Parisi-Salvini danneggia entrambi. Ma soprattutto sotterra le ambizioni di rivincita del centrodestra che può tornare alla guida del Paese solo coniugando politica e antipolitica

di ROBERTO BETTINELLI

Visto il momento, con Renzi ormai plenipotenziario del Pd e un Movimento 5 Stelle che non indietreggia nei sondaggi nonostante la palude della giunta Raggi, il centrodestra dovrebbe fare di tutto tranne che alimentare divisioni.

Il braccio di ferro tra Stefano Parisi e Matteo Salvini è esiziale per il presente e il futuro della coalizione. Allo stato attuale la lite a distanza, che vede coinvolti l’uomo scelto da Berlusconi per il compito di riorganizzare Forza Italia ed il segretario della Lega Nord, non può che indebolire entrambi. Ma se i due, a causa di un conflitto che non riescono a gestire, diventano meno competitivi in un mercato elettorale dove dominano figure trainanti, come il premier-segretario del Pd e il delfino di Grillo Luigi Di Maio, è evidente che per il centrodestra non c’è alcuna prospettiva di vittoria.

La querelle Parisi-Salvini è stata ben interpretata da Umberto Bossi che nell’intervista al Corriere della Sera ha sottolineato come il primo sbagli nell’assecondare un impulso a creare divisioni mentre l’altro sia in errore nel cercare una intempestiva consacrazione. Obbiettivo, questo, che non può escludere il momento della mediazione.

Parisi, polemizzando apertamente con il principale alleato, non agevola e rischia di compromettere il suo accreditamento presso la comunità politica del centrodestra. Necessità che dovrebbe guidare il pensiero e l’azione dell’ex amministratore delegato di Fastweb nel momento in cui, grazie all’endorsement di Silvio Berlusconi, è stato chiamato a giocare un ruolo da protagonista sulla scena nazionale. Una missione che, se non condotta con una chiarezza ai limiti della brutalità propria dell’antipolitica, può mutarsi facilmente in un traguardo impossibile.

Parisi, in quanto moderato, è giustissimo che tenga un profilo coerente con la sua storia, differente da quello del leader della Lega Nord, ma non può immaginare un centrodestra proteso alla vittoria senza l’aiuto del principale alleato.

Quanto a Salvini, Bossi ha rilevato correttamente un errore nei tempi dovuto all’ansia di strappare una candidatura unitaria del centrodestra. Sarà l’effetto Trump o la discesa nei sondaggi che ha riportato la Lega ai livelli precedenti il sorpasso ottenuto ai danni di Forza Italia, sta di fatto che Salvini non può imporre una leadership che inevitabilmente deve essere oggetto di una contrattazione politica. Sul fatto che il segretario del Carroccio non sia paragonabile a Trump, infatti, non ci sono dubbi. Salvini, a differenza del magnate americano, non ha un passato imprenditoriale di successo. E’ questo il motivo maggiore della sua debolezza agli occhi del Paese. Il suo percorso resta un prodotto puro, per quanto efficace, della politica. E nel paragonarsi ai leader dei 5 Stelle, se si misura la capacità di convogliare simpatie e ambizioni del rabbioso popolo dell'antipolitica, non può che risultare sconfitto. Almeno stando all’attuale rapporto di forze.

Invece di farsi la guerra la coppia Parisi-Salvini dovrebbe comprendere che il centrodestra, come ha già rilevato lo stesso Berlusconi, può tornare a guidare il Paese e può continuare a governare le regioni del Nord solo restando unito e bilanciando le componenti della politica e dell’antipolitica.

La Lega Nord, da sola e con Renzi pronto a riscrivere la legge elettorale secondo un modello proporzionale, non può ambire a prendere in mano le sorti della nazione. Allo stesso tempo Forza Italia ha il bisogno di garantire continuità rispetto all’esperienza berlusconiana che, per evidenti ragioni anagrafiche, deve trovare altre vie rispetto ad un ritorno in campo del fondatore azzurro.

Separare i due antichi alleati significa distruggere il centrodestra. Il che spingerebbe la Lega fuori dai giochi di governo e all’estremità dello spettro politico avvicinando Forza Italia alla ‘linea mediana’ dove ad attenderla c’è il solito Renzi insieme ai fuoriusciti Alfano, Lupi e Verdini.

Mentre Silvio Berlusconi, al pari di un leader come Trump, ha la forza per unire politica e antipolitica e può fattivamente puntare a raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani, moderati e scontenti, Parisi e Salvini non possiedono la medesima caratteristica.

Per farlo, o quanto meno per tentare di farlo, devono necessariamente collaborare. Come fecero ai loro tempi, peraltro, Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. 

L’alternativa a questa soluzione, che si può ormai definire tradizionale, è dichiarare la fine di vent’anni di consolidato berlusconismo dove il risultato di un equilibrio fra destra e centro non solo è stato raggiunto ma difeso a lungo con intelligenza e caparbietà, lasciando la politica italiana in balia del Pd dispotico, elitario e bugiardo di Matteo Renzi o della grossolana, improvvisata, sterile ribellione del Movimento 5 Stelle.

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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