CHI HA VINTO | 05 Marzo 2018

Il centrodestra e la Lega Nazionale

Elezioni politiche: Lega guida il centrodestra e il Paese. Tracollo del Pd, Renzi verso le dimissioni. Di Maio colonizza il Sud. Ecco la nuova geografia del potere dopo le elezioni. Lo scenario

di ROBERTO BETTINELLI

Alla chiusura delle urne i nodi della politica, come si usa dire, vengono al pettine. E così è stato per le elezioni del 2018 che hanno visto emergere un centrodestra a trazione leghista, l’affondamento del Pd renziano, la conquista del Sud Italia da parte dei 5 Stelle con un Di Maio pronto a far uscire il movimento dalla ‘naftalina’ per inserirsi pienamente nelle dinamiche del potere. Il centrodestra veleggia oltre il 37% in entrambi i rami del parlamento con Matteo Salvini che ha vinto nettamente il duello interno con Forza Italia mentre il partito di Giorgia Meloni ha raddoppiato i consensi al contrario dei centristi di Noi con l’Italia condannati ad un risultato tanto atteso quanto deludente.

Stando ai patti che hanno portato alla nascita della coalizione tocca dunque a Matteo Salvini rivendicare la ‘primogenitura’ nella fase di costruzione del governo. Di certo Berlusconi rispetterà l’accordo, come peraltro lo stesso leader della Lega che ha già escluso l’intesa con i 5 Stelle, e allo stato attuale è prevedibile che sarà questa la strada lungo la quale si muoverà il capo dello Stato nell’assegnazione dell’incarico. Il Movimento 5 Stelle, infatti, è sì il primo partito con il 32% ottenuto alla Camera e al Senato ma è la coalizione di centrodestra ad essersi affermata con forza nella gara tripolare. E avendo la Lega superato Forza Italia con un distacco di oltre quattro punti, che in alcuni territori del Nord si è innalzato fino a guadagnare una forbice pari al doppio dei consensi incamerati dal partito azzurro, sarà Matteo Salvini ad avere la responsabilità di dare vita all’esecutivo. Una missione non facile dal momento che il centrodestra non ha la maggioranza parlamentare anche se Salvini ha annunciato che «il governo ci sarà e sarà un governo di centrodestra».

La prestazione eccezionale della Lega è tutta da addebitarsi alla capacità del proprio leader che, nelle settimane della campagna elettorale, ha tenuto 300 comizi girando in lungo e in largo la nazione. Ha tolto il sostantivo Nord accanto al nome del partito di Umberto Bossi inaugurando con coraggio una prospettiva sovranista e nazionale. Ha imposto la flat tax come il perno della strategia economica per far uscire il Paese dalle secche della crisi. Ha tranquillizzato gli indecisi mostrandosi in pubblico con i simboli della tradizione laica e religiosa, la costituzione e il rosario, denunciando l’ipocrisia dell’antifascismo della sinistra e presidiando meglio di ogni altro contendente il tema dell’immigrazione. Una serie di iniziative che Forza Italia non ha saputo contrastare pagando lo scollamento del partito sul territorio e nemmeno Silvio Berlusconi, in campo fin dal primo minuto, è riuscito a colmare il gap di una macchina organizzativa che non è stata all’altezza della situazione. Un Berlusconi senza il quale, è giusto ribadirlo, Forza Italia avrebbe accusato un ulteriore e ben più traumatico ridimensionamento.

La vittoria del centrodestra si è tradotta parallelamente nel tracollo del Pd renziano che si è presentato al voto con un segretario ormai ‘cotto’ e inviso agli italiani per le troppe promesse non mantenute, percepito come una minaccia dalla stessa sinistra, convinto di poter irretire l’opinione pubblica affidandosi all’elogio del mediocre lavoro condotto durante i mille giorni in cui è stato alla guida di Palazzo Chigi. Il centrodestra ha letteralmente asfaltato i dem nelle regioni settentrionali, ha eroso il consenso del Pd nei territori dell’Italia centrale mentre al Sud è stato il Movimento 5 Stelle a punire Renzi.

Qui, infatti, Luigi Di Maio ha prosciugato i voti della sinistra grazie ad un programma statalista che ha scavalcato il Pd. Un’operazione agevolata dallo stesso Renzi che ha dato l’impressione di voler rincorrere gli indecisi e i delusi berlusconiani invece di assicurarsi la fedeltà del proprio elettorato. Il leader del Pd non ha capito che in una partita tripolare è più importante mettere in sicurezza l’eredità del passato piuttosto che immaginare scenari inediti e rischiosi. L’entità della disfatta non può che avere un epilogo: le dimissioni. Renzi potrebbe opporsi ma sarebbe controproducente per sé e per il partito scivolato al di sotto di un’imbarazzante quota 20%. Il titolare del Nazareno si avvia così a lasciare nel momento in cui i diretti rivali generazionali, Salvini e Di Maio, diventano i veri protagonisti delle sorti politiche del Paese. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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