PITTURA | 12 Luglio 2015

Il corpo dei corpi: l'arte carnale di Raul Gabriel

«Il sacro è avanguardia del contemporaneo»: così l'artista di origine argentina spiega il cuore della sua arte, simbolica e figurativa, niente affatto concettuale, incentrata sulla figura del corpo crocifisso

di ROSSANO SALINI

Non ho mai scritto di arte; tanto meno di quell'ambito particolarissimo e quasi misterico – nel senso proprio dell'iniziazione – che è la cosiddetta arte contemporanea. Non la conosco se non in maniera superficiale, e quel poco che ho avuto modo di conoscere non ha mai destato in me non dico passione, ma nemmeno interesse. Il motivo è presto detto: la conoscenza di ogni forma d'arte è una conoscenza affettiva, e nasce pertanto da un'esperienza, da un incontro che abbia un impatto simile a quello d'un primo appuntamento d'amore. Nulla di tutto questo mi è mai accaduto di fronte a opere appartenenti alla grande categoria dell'arte contemporanea, che sempre ho trovato o cervellotica, o banalmente provocatoria, o approssimativa, o inconcludente. E soprattutto mai, mai in grado di destare un'emozione autentica, dietro la nebbia delle verbose giustificazioni di chi cercava di convincermi del contrario. Sarebbe come spiegarmi il motivo per cui mi dovrei innamorare, ho sempre obiettato. Non funziona così. E penso, in fondo, di aver sempre avuto ragione.

Poi capita, in un tardo e caldissimo pomeriggio milanese, di finire nello studio di un artista su invito di un amico. All'ingresso, nessun impatto: non per mancanza di interesse per le opere, ma per il semplice motivo che le tele sono tutte girate, di schiena, e ciò che si presenta alla vista è solo l'artista e intorno a lui l'ammasso di legni incrociati che fanno da ossatura alle tele nascoste. Prima le presentazioni, e il racconto del percorso artistico: interessante, come ogni esperienza umana. Forse con un pizzico di fascino in più: l'artista mi cattura, parla di una ricerca espressiva incentrata sul corpo che è segno dell'infinito, su un corpo, il corpo che su tutti ha istituito un ponte tra il finito e l'infinito, quel corpo crocifisso dritto fra terra e cielo. Seguo con attenzione: ma per ora è attenzione a una persona e al suo vissuto. L'arte ancora non c'entra.

Quindi il gesto: una tela presa per mano, per quell'incrocio di legni che la sorreggono, poi girata e infine svelata. A prima vista sono segni indistinti. Ma è una frazione di tempo: pochi, indefinibili istanti e quei segni prendono forma, la forma di un corpo, un fascio di invisibili e al tempo stesso visibilissimi nervi, muscoli, ossa. La stessa cosa accade con la seconda, la terza e via via le altre tele: un corpo che non si presenta subito, ma che si lascia cogliere, riconoscere per poi imprimersi negli occhi e nella mente come un corpo naturalisticamente dipinto mai sarebbe in grado di fare. E quel corpo dritto, in chiaro scuro, quel torace, quel semplice accenno di gambe e braccia non lasciano spazio a dubbi: non c'è iscrizione, non c'è corona di spine, non c'è il segno della ferita nel costato, ma si tratta di ''quel'' corpo. Che è corpo come gli altri corpi e al tempo stesso più degli altri corpi. È il corpo dei corpi. Lo si riconosce quasi all'istante, e quell'impressione non si leva più dalla mente.

Questo è l'incontro con l'arte di Raul Gabriel. Artista non ortodosso, approdato tardi alla pittura, di cui parla come di una «casa» riscoperta. Non ha il timore di dire che la sua arte dice, parla, esprime qualcosa. Non ha il timore di trasmettere un fuoco, che è proprio di chi sente di avere un compito da portare a termine, e sa che il tempo stringe. Non banalizza, non riduce. Insomma: non sembra un contemporaneo. Parla la lingua dei contemporanei, ma attraverso di essa comunica qualcosa che sta prima e al tempo stesso oltre l'arte contemporanea. La sua – incredibile a dirsi – è arte sacra: e lui sfida il mondo di oggi dicendo che «il sacro è avanguardia del contemporaneo».

Il corpo, la carne è al centro della sua ricerca artistica. Una stranezza: di carne, di corpi come li intendiamo normalmente non se ne vedono sulle sue tele. Ma, come già detto, la corporeità delle sue linee viene intravista, riconosciuta, conquistata per poi non essere più abbandonata. È come se il corpo comunicato da quei segni emergesse continuamente dalla tela in una costante opera di creazione che si perpetua istante dopo istante: come l'essere di cui siamo fatti non è un semplice schiocco iniziale, ma è un continuo esser generato e rigenerato, così nell'opera di Gabriel il corpo significato dalla materia impressa sulla tela sembra subire un costante processo di creazione, di concretizzazione, di incarnazione. Il fondo monocolore è un oltre che prende forma e sostanza nelle nervature al centro della tela: dove c'è bianco, il bianco prende colore e tonalità; dove invece c'è nero, il nero prende luce, e non c'è luce più reale e visibile di quella che illumina le rughe della materia centrale che rappresenta il corpo. 

È la grande tradizione dell'arte in cui il sacro è dentro la concretezza e la carnalità; è la luce che rompe il nero dei dipinti di Caravaggio, portata all'estremo. Qui potrebbe sembrare tutto nero, oscurità: ma la luce catturata dalle grinze di materia nera vince, dando corporeità e carnalità a un'opera tutt'altro che astratta, tutt'altro che concettuale. L'arte di Raul Gabriel è un'arte simbolica, nel senso figurale e scritturale del termine, dove il segno, concreto e reale, rimanda a qualcosa di altrettanto reale.

Penso che non si possa trovare modo migliore per rendere artisticamente, figurativamente il valore infinito del corpo, e in particolare di quel corpo, il corpo crocifisso, che comprende e trascende il valore di tutti i corpi creati. Tant'è che la reazione di fronte a queste tele è il silenzio, la contemplazione, che lascia spazio all'esperienza dell'immedesimazione.

Ma Raul Gabriel non è solo pittura. È un artista che vuole dare molto e non si ferma di fronte a nessuna sfida. E così ci sarebbe un altro grande capitolo della sua opera che andrebbe raccontato, ma che qui, per mere ragioni di spazio, si può solo accennare: Gabriel è un creatore di chiese. Non è banalmente un architetto, non è un progettatore di chiese, di quelle inguardabili e invivibili chiese che vengono costruite al giorno d'oggi. Gabriel è un vero e proprio creatore, un costruttore di cattedrali, dove tutto è concepito e messo in opera per rendere ancor più visibile e sperimentabile la reale presenza di quello stesso corpo drammaticamente rappresentato dalle sue tele. Allora il fonte battesimale diventa un fiotto di sangue e acqua che esce dal costato di Cristo; allora l'ambone è una lastra di un azzurro limpido come l'acqua, che entra nella pietra spaccandola in due; allora la chiesa intera è l'esplosione della forma dell'altare, e tutto guarda all'altare in una tensione di linee che quasi arrivano a incuneare il presbiterio (altro che la sciatta e ''democratica'' circolarità di un presbiterio che tende verso il popolo, in un guardarsi in faccia che sembra escludere o ignorare l'infinita presenza).

Insomma: l'arte di Gabriel è vera, autentica arte sacra. Dove il sacro è reso, attraverso immagini e figure, per quello che è: una presenza reale, un infinito dentro il finito, un verbo fatto carne. Così l'arte contemporanea si supera. E – paradosso strano – un reazionario e diffidente come me può innamorarsi di un'arte che non è reazione al contemporaneo, ma addirittura ne rappresenta l'avanguardia.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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