L’ARCHITETTO 'ARTISTA' | 23 Maggio 2016

Il Decostruttivismo entrerà nelle facoltà di Architettura?

A Salerno l’ultima opera di Zaha Hadid, l'unica donna ‘nobel' dell’architettura. Ha conquistato mezzo mondo ripensando lo spazio attraverso forme instabili. La sua morte apre un nuovo capitolo: il Decostruttivismo vincerà la diffidenza accademica?

di MATTEO PIACENTINI

La nuova stazione marittima di Salerno è l’ultima opera di Zaha Hadid, scomparsa a 65 anni il 31 marzo. Unica donna a ricevere l’ambito Premio Pritzker, considerato il nobel dell’architettura, Hadid ha saputo imporsi in una professione quasi esclusivamente maschile, facendo del talento la propria forza. Mai una parola sull’urgenza di un’emancipazione femminile nel mondo arabo: il posto se l’è preso grazie ai suoi progetti. 

Architetto astuto e spietato, considerata sempre sopra le righe, ha conquistato le accademie di mezzo mondo con le linee ispirate al costruttivismo sovietico. La sua morte apre certamente un nuovo capitolo nella storia dell’architettura contemporanea. 

Quando Philip Johnson nel 1988 la scelse per esporre insieme a Frank Gehry, Rem Koolhaas e Daniel Libeskind alla sua mostra di architettura al MOMA di New York, Zaha Hadid entrò a pieno titolo nella neonata cerchia dei decostruttivisti. Nel corso degli anni, a chi le domandava cosa significasse ‘decostruttivismo’, rispondeva sarcasticamente: «Chiedetelo a Philip Johnson! E’ lui che ha scelto quel nome per la mostra del MOMA, io non mi ritengo decostruttivista».

Una risposta che chiarisce alla perfezione il caos dell’architettura contemporanea. Da una parte le archistar che, con la libertà formale erede del Post-moderno, influenzano i giovani studenti attraverso suggestioni e sogni irrealizzabili; dall’altra un minimalismo ancorato al passato ormai lontano dei grandi maestri del Moderno. Il Decostruttivismo si pone nel mezzo: un’idea dell’architettura che esiste solo nelle opere di alcune menti geniali (Zaha Hadid e Frank Gehry per primi) e che frettolosamente gli storici dell’architettura hanno voluto definire come stile. 

Già una volta nella storia ci si è trovati davanti a questo bivio: nel 1935 sempre Johnson attraverso una mostra con cui richiamò le più grandi menti del Moderno, coniò il termine International Style. Il suo sogno era codificare i temi affrontati dalla modernità così da renderli insegnabili. Ben presto però questa operazione si rivelò fallimentare, dando origine non ad uno stile ma bensì a un vero e proprio Manierismo, di cui il Brutalismo è certamente il prodotto più famoso. Oggi questi eventi si ripetono e la morte di Zaha Hadid riporta il tema in primo piano. 

Harvard, l’ESA di Parigi, la facoltà di architettura di Vienna, sono solo alcune delle prestigiose università che lentamente si stanno addentrando in questo mondo assolutamente pericoloso. La difficoltà è chiara: insegnare uno stile che altro non è se non un ‘neo-manierismo architettonico’, esattamente come avvenne nel primo dopoguerra.

La totale assenza di presupposti teorici universali ha prodotto copie e imitazioni delle incredibili opere delle archistar mondiali. Non si rintraccia un’idea così forte come il percorso linguistico di Zaha Hadid, che affonda le radici tra cultura araba e costruttivismo sovietico, oppure la profonda devozione ebraica di Daniel Libeskind. Tutte espressioni assolutamente personali. Esistono solo opere da osservare e imitare, ciascuna frutto di una ricerca personale dell’architetto. Suggestioni incredibili, che spesso risultano anche difficilmente comprensibili all’osservatore. Non a caso sempre più spesso ci si interroga sul nuovo limite tra architettura e scultura, che pone il tema dell’artista-architetto. Il metodo di lavoro di Frank Gehry è noto a tutti, ed è esemplare per chiarire il concetto. 

Fu definito ‘post-moderno’ e per un certo periodo si più ritenere che il suo immaginario fosse contagiato da quel tipo di filosofia (nel 1980 Portoghesi lo inviterà a partecipare alla sua provocatoria Biennale). Oggi è considerato uno dei massimi esponenti del decostruttivismo. Si tratta di nomi e definizioni appiccicati alla sua opera da critici impazienti di catalogare. Gehry non si è mai definito decostruttivista, è sempre stato sé stesso: un architetto che ha cambiato ed evoluto il modo di lavorare osservando il mondo che lo circonda. Gehry è il sovvertitore dello stile, del modo stesso di fare architettura. Le sue opere sono quasi sculture abitate, insomma un inno al personalismo.

Volendo recuperare il valore di crisi del decadentismo, ricordando quanto questa filosofia sia debitrice della crisi dei valori tradizionali, si può trovare un rapporto con l’evoluzione architettonica degli ultimi decenni. Il valore estremo assegnato alla cooperazione di tutti i sensi, che lentamente sfocerà in un’intersezione compositiva tra le varie arti, richiama in modo chiaro l'opera di Frank Gehry. In un certo senso si potrebbe affermare che l'intero fenomeno architettonico sviluppatosi in relazione alla crisi del movimento moderno, possa considerarsi decadente. Visioni simili possono essere applicate a Zaha Hadid. Tuttavia la sua morte prematura apre un nuovo scenario. 

La produzione della Hadid è ormai definitivamente conclusa e osservabile: non ci saranno più evoluzioni o nuove idee. Tutto ciò che ha prodotto è ormai storia, ed in quanto tale osservabile e catalogabile. Forse in questo momento è possibile affrontare con gli strumenti giusti il complesso tema del Decostruttivismo.
 
L’unica cosa certa è la difficoltà di assimilare una produzione tanto eterogenea. Le università affrontano troppo facilmente un tema così complesso. Già Rafael Moneo - il solo architetto contemporaneo che spende parte della carriera ad osservare l’architettura che lo circonda con l’occhio dello storico - lamentava questa difficoltà. Si tratta di voler accomunare personalità spesso opposte tra loro, che in comune hanno solo la sovversione dei codici canonici dell’architettura: menti ribelli e rivoluzionarie.

Il Decostruttivismo viene spesso contrapposto al Post-moderno, tuttavia in architettura l’uno non sarebbe mai stato possibile senza l’altro. Il Post-Moderno ha liberato l’architettura da una serie di vincoli e convenzioni che nel corso dei secoli hanno appesantito il lavoro dell’architetto. Lo stesso concetto secondo cui è più importante ciò che sembra rispetto a ciò che è, ha reso possibili strutture che prima erano anche solo impensabili. Il pensiero decostruttivista applica la fiducia innata nella tecnica contemporanea come avevano fatto le avanguardie. Come allora il principio ordinatore sembra essere il caos (Gehry) con lo scopo di infrangere l’unità e la gerarchia delle forme storiche (Libeskind). 

Gli edifici ridisegnati con forme instabili, ridefiniscono i concetti di interno ed esterno degli spazi (Hadid). Se il pensiero decostruttivista non cerca il significato di un’opera, in un certo senso ne mette in luce le contraddizioni, allora si può capire la diffidenza accademica nei confronti di questa corrente. Spesso infatti, viene imputato a questi architetti di comportarsi interamente da artisti, proponendo soluzioni formali che nulla hanno a che fare con l'architettura essendo semplici esercizi compositivi.

E’ esemplare il caos che regna nella professione, tuttavia nei prossimi decenni probabilmente quello che finora non è stato altro che Neo-Manierismo, potrà forse trasformarsi in un nuovo stile che affonda chiaramente le radici nella produzione attuale.


MATTEO PIACENTINI

Nasce nel 1992, vive a Cremona. Dopo il Liceo artistico, durante un viaggio a Berlino, decide di iscriversi alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. E’ appassionato di musica e letteratura

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