NON SOLO EXPO | 11 Maggio 2015

Il fermento di Milano, tra inaugurazioni e proteste

Nella città dell'Expo tante cose iniziano e altre finiscono. Ma rimane il dubbio che nessuna iniziativa sia in grado di guardare, con sincerità, al futuro

di DUCA LAMBERTI

Da alcuni giorni Milano è teatro di inaugurazioni e manifestazioni. E guardando che cosa e come si inaugura, e per che cosa e come si manifesta, si impara molto sui tempi delle cose, sulle battaglie da combattere e sul bene della città.

Il primo maggio parte l’Expo di Milano, la grande manifestazione planetaria sui temi della nutrizione e dell’alimentazione. Il cielo è grigio, pioviggina, il teatro all’aperto che contiene fino a 11mila persone tra prato e gradinate sembra minuscolo dentro un sito espositivo divertente, immenso, colorato. L’inaugurazione è sobria ma emozionante, aiutata dallo stupore per lo strano posto in cui ci si trova, dove tutto il mondo è in mostra. Cantano i bambini l’inno d’Italia (“siam pronti alla vita…”) volano le frecce tricolori, parlano le autorità. Il premier Matteo Renzi ringrazia Letizia Moratti, che, da Sindaco di Milano, ha avuto la visione e il coraggio di portare avanti questo sogno. Visione che non le è valsa la rielezione ma che è diventata un evento che attira su Milano gli occhi del pianeta. E scusate se è poco. L’Expo è bellissima. L’incredulità e lo stupore di persone da tutto il mondo che passeggiano per il decumano, la strada lunga 1,6 km e larga oltre 400 metri che attraversa il sito da est a ovest, contrastano con i toni funerei e pessimistici con cui i giornali italiani hanno riempito le loro pagine fino a ieri: parole come “ritardi”, “figuraccia”, “camouflage” sono spariti, nessuno se ne ricorda più, e nessuno ne chiederà mai conto. Siamo fatti così, abbiamo poca fantasia per immaginare il futuro e la memoria corta rispetto al recente passato.

Intanto in città (che sembra distante anni luce da Rho, mentre sono solo 15 minuti di treno) le manifestazioni dei “no Expo” devastano il centro, incendiano auto, distruggono vetrine, imbrattano muri con scritte incomprensibili. Due sono le immagini che rimangono di questo delirio: la foto dell’anarchico (nostalgico) in sedia a rotelle con il casco integrale, e l’intervista al ragazzino che vuole fare “bordello” perché “ci sta dentro”. Nessun dialogo, nessuna idea, solo bordello, per dire “no” ad una cosa che c’è già. Questa manifestazione non ha l’aria rivoluzionaria di chi vuole rovesciare la società, ma solo quella un po’ triste di chi si annoia a giocare alla playstation.

Scattano le contromanifestazioni. Alcune spontanee, come un notaio che si mette ala finestra con la bandiera italiana, bersagliato dalle uova, una nonna che grida alle forze dell’ordine di sparare, alcuni cittadini che, passata la buriana, armati di secchio e scopa provano a pulire le strade dove vivono e lavorano; altre organizzate. Il centrodestra si muove in ordine sparso, con un presidio la sera (FdI), un ritrovo con Salvini in Comune, due incontri convocati e disdetti al bar Magenta tre giorni dopo. Il Partito Democratico lancia l’hashtag #NessunoTocchiMilano e, con la gran cassa dei giornali, convoca una manifestazione civica in piazzale Cadorna per pulire e, simbolicamente riprendersi, la città. Oltre 10mila persone (media tra i 20mila dichiarati dall’organizzazione e i 7mila, secondo la Questura…) sfilano senza bandiere di partito e si contendono le poche scope e i secchi a disposizione. Il Sindaco, riluttante persino a partecipare, improvvisa un comizio con megafono a mano. Il successo della manifestazione (di cui, a posteriori tanti rivendicano la paternità, a partire dal pittoresco assessore arancione D’Alfonso che parla di “nuovo partito municipale”) deriva anche dalla sua ambiguità: in fondo, come Caino, Milano ha sbagliato (con l’Expo, con le multinazionali, con le banche, ecc.), ma non si può sfregiarla per questo: Milano è dei partiti, della sinistra movimentista, dei no-tutto, ma tutti insieme, tutti in festa. Come sempre, a sinistra, tanta indignazione e poca responsabilità.

Il Sindaco Pisapia continua le inaugurazioni, a partire dalla bellissima Darsena, riqualificata e restituita alla città: «L’abbiamo fatta noi, dopo i disastri precedenti». Come sempre, è vero solo in parte: manca la memoria del passato e la prospettiva. La Darsena è un progetto collegato ad Expo, che questa amministrazione ha ereditato e portato a compimento. E’ però solo un pezzo del lavoro sull’acqua a Milano: le “vie d’acqua” sono state affossate proprio dalla malintesa volontà di dialogo di questa amministrazione; sul Seveso e sulle sue esondazioni si è intervenuti in emergenza e in ritardo; sulla riapertura dei Navigli, progetto approvato da un referendum proposto da larghi pezzi della maggioranza, la Giunta ha preferito far calare un assordante silenzio.

Aprono nuovi spazi per la cultura (forse troppi), tutti bellissimi e lucidati: il museo delle culture all’ex-Ansaldo, la Fondazione Prada, il Silos di Armani, lo spazio della Fondazione Bracco. Tutti con mostre bellissime, e con la scommessa sulla possibilità di sostenersi nel tempo. Perché la cultura costa, e solo i progetti di qualità saranno premiati dal pubblico e dagli sponsor, e potranno continuare ad essere fiore all’occhiello per la città. Rimane invece chiuso tra le sue impalcature il Teatro Lirico: il fiore all’occhiello della Giunta Pisapia, l’unico progetto di cui può intestarsi genesi e sviluppo, è ancora fermo al palo.

Il bello delle inaugurazioni è che si può vedere il risultato e il frutto di un lavoro fatto. Speriamo di poter inaugurare, a Milano, un modo di vivere la città che sappia far memoria del passato ed avere una visione di futuro.


DUCA LAMBERTI

Nato negli anni Settanta a Milano, medico fallito, pregiudicato, questurino suo malgrado, tutto sommato un tipo poco raccomandabile. Innamorato di sua moglie, dei suoi figli e della sua città, che osserva da dentro e aspetta che diventi grande.

Twitter: @DucaLamb

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