MAGLIA NERA EUROPEA | 29 Ottobre 2015

Il flop del governo Renzi. Quando lo Stato non paga i debiti

L’Italia peggior pagatore d’Europa: la Pa salda i fornitori a 144 giorni contro i 19 della Germania. Ma lo stato inadempiente verso le imprese, pretende tasse e iva con scadenze inderogabili. E’ così che il governo Renzi fa ripartire l’economia?

di LUCA PIACENTINI

Qualcosa è stato fatto. Ma è troppo poco. E, nonostante la riduzione, non basta ancora. Cinque mesi: a tanto arriva infatti la media dei tempi di pagamento della pubblica amministrazione. Un arco temporale inaccettabile per le aziende, le quali mentre attendono che il settore pubblico onori i propri debiti, sono invece obbligate dallo stato inadempiente a versamenti non procrastinabili. Lo stato viola le regole al punto che un anno fa l’allora commissario europeo all’Industria Antonio Tajani aprì una procedura di infrazione contro l’Italia, imponendole di accorciare il periodo necessario affinché i fornitori ricevessero quanto dovuto da Asl, Regioni, Province, Comuni e non solo. 

La verità è che nonostante i giorni impiegati dai burocrati per pagare le aziende siano scesi dai 165 del 2014 ai 144 del 2015, il gap con la media europea rimane impressionante: + 106. L’allarme è stato lanciato dalla Cgia di Mestre, che ha ripreso i dati diffusi da Bankitalia. «Al netto dell’importo ceduto in pro soluto - dichiara il coordinatore dell’ufficio studi Paolo Zabeo - sono 61 i miliardi di debito che la nostra Pa deve alle imprese fornitrici. Una cifra imponente che fatica a diminuire». Il report sottolinea che, «secondo i dati di Intrum Justitia, nonostante i tempi di pagamento nell’ultimo anno siano scesi di 21 giorni, la nostra Pubblica amministrazione si conferma la peggiore pagatrice d’Europa», «rispetto ai nostri principali partner economici». Qualcosa è stato fatto, come riconosce la stessa Cgia. L’introduzione della fatturazione elettronica obbligatoria «ha reso più trasparente il rapporto commerciale tra il pubblico e il privato», ma il giudizio di fondo resta negativo: «il debito complessivo rimane ancora troppo elevato e i ritardi nei pagamenti sono del tutto ingiustificati».

I conti italiani sono sorvegliati speciali di Bruxelles, che da sempre vigila sul primo debito pubblico d’Europa, una somma spaventosa che supera abbondantemente i duemila miliardi di euro, che riduce drasticamente i margini di manovra ai governi seriamente intenzionati a rilanciare l’economia. Ecco la strada: tagliare la spesa pubblica e liberare risorse da destinare alle imprese. Diversamente non si vede come il governo guidato da Matteo Renzi potrà sostenere la ripresa al di là delle parole di ottimismo, diventate ormai una rumore di fondo che i ministri sono pronti ad attivare davanti a qualunque informazione statistica dotata di segno positivo. 

La direttiva dell’Unione Europea in vigore ormai dal 2013 prevede che la pubblica amministrazione saldi i debiti a 30 o 60 giorni. L’Italia ha sostanzialmente ignorato la norma. Ed è scattata la procedura di infrazione, che attualmente vede gli esperti di Bruxelles analizzare bimestralmente eventuali progressi fatti da Palazzo Chigi. Ma quanto più lontano rimane il traguardo, tanto più inadeguato appare l’attuale governo. Non diciamo di porre come obiettivo la chimera dei 24 giorni della Gran Bretagna o i 19 della Germania. Basta chiedersi, al ritmo di un taglio di 20 giorni l’anno, quanto tempo impiegherebbe l’esecutivo anche solo ad avvicinarsi a livelli di paesi come la Bulgaria, che paga a 52 giorni. Se continuasse la riduzione che abbiamo visto negli ultimi dodici mesi, non basterebbero forse 4 o 5 anni. Un tempo inaccettabile. 

Che cosa sarà nel frattempo delle nostre imprese che attendono il denaro? Chi guida un’azienda lo sa bene: a fine mese deve pagare gli stipendi dei collaboratori, onorare i debiti con le banche, saldare le bollette e versare le tasse che, nel complesso, sfiorano il 70%. Lo sblocco dei pagamenti è una priorità assoluta non più rinviabile. Ma la meta, dicono i numeri, è ancora lontanissima. Lo tengano presente, a Palazzo Chigi, perché al momento c’è poco da stare allegri ed essere ottimisti.


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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