BRUXELLES | 02 Marzo 2017

Il flop del libro bianco sul futuro dell’UE

Cinque scenari possibili e nessuna certezza: la presentazione flop del libro bianco di Juncker metafora di un’Europa al capolinea, incapace di fermare la deriva dando risposte concrete ai cittadini

di LUCA PIACENTINI

Il Parlamento distratto e deluso riunito a Bruxelles per il discorso di Juncker sul futuro dell’UE  è una metafora perfetta dell'Europa: una platea di interlocutori scettici o disinteressati - Stati e cittadini - che non ascoltano un leader in cui non si riconoscono - l’UE simboleggiata dalla presidente della Commissione. 

Il flop della presentazione del libro bianco andata in scena mercoledì 1 marzo durante la mini plenaria è l’ennesima conferma di due fatti, entrambi preoccupanti. Primo, l’Europa per come la conosciamo sembra giunta al capolinea e va cambiata ad ogni costo, di sicuro prima che crolli sotto l’onda d’urto di qualche referendum nazionalista; secondo, segnali di una volontà vera di cambiamento, al momento non si vedono. 

Di certo non emergono dalla deludente illustrazione del documento di Juncker, da cui la gran parte degli analisti e commentatori si attendeva per lo meno un’indicazione politica precisa sulla strada da percorrere. 

Invece no: solita impostazione generica, mera illustrazione di soluzioni possibili tutte da dettagliare, nessuna scelta. Certo, per stessa ammissione dell’ex primo ministro lussemburghese, non spetta alla Commissione indicare la via. Ma agli Stati. Che in vista delle celebrazioni dei 60 anni del Trattato di Roma, che sancì la nascita della Comunità economica europea, hanno avviato un confronto sugli scenari post Brexit. 

Come sarà l’Europa a 27? Al momento le cinque ipotesi cui ha accennato brevemente Juncker si collocano tra i due estremi della riduzione dell’UE al mercato unico o della sua trasformazione in federazione. In mezzo, la fumosa ‘Europa a più velocità’, la soluzione di un’UE che fa ‘meno cose ma meglio’ e l’attuale tran tran. 

Stando alle cronache, sembra che Juncker abbia fatto un passo indietro evitando di esprimere preferenze, per evitare di finire nel tritacarne delle critiche dagli Stati. Che, è bene ricordarlo, ad oggi restano gli unici interlocutori efficaci che orientano la macchina politico-amministrativa di Bruxelles. Tra questi ce n'è uno che dà costantemente le carte, gestendo il gioco per tutti gli altri: la Germania. Che, come spiegano esperti economisti e politologi, detta la linea politica tanto che molti non si muove foglia che Berlino non voglia. L'esempio classico dei due pesi e due misure usati da Bruxelles è quello del surplus: voce grossa con gli Stati a rischio deficit come l'Italia, costantemnte nel mirino, estrema timidezza davanti all'enorme surplus commerciale tedesco in barba alle regole. 

L’aspetto forse più serio da focalizzare è l’assenza di ipotesi di una messa in discussione dei trattati. Il che rende inevitabile una domanda: come migliorare l’UE senza cambiarne la carta di identità, appunto i trattati? Delle due l’una: o le maglie del tessuto istituzionale sono così larghe da poterlo stiracchiare quanto e come si vuole, e quindi c’è da chiedersi che cosa sia in realtà questa benedetta (o maledetta) Unione Europea, oppure ci si sta gradualmente nascondendo dietro frasi di circostanza, annunci di una presunta volontà di cambiamento priva sostanza. 

Perché l’UE deve cambiare? Rispondiamo con una domanda: come sopravviverà alla Brexit e alle prossime elezioni nazionali di Francia, Germania, Olanda e Italia? 

Responsabilità vuole che il percorso di riforma debba essere avviato immediatamente e in modo radicale. Ma tra gli europeisti che oggi si riempiono la bocca indicando la saggezza dei fondatori, chi sta dimostrando di avere la stessa statura, l’autorevolezza, la profondità culturale o la lungimiranza di mettere in cantiere soluzioni reali? 

Euro sì oppure no? Ha senso la moneta unica senza forme di condivisione dei bilanci e dei debiti pubblici fra Stati? Come preservare il mercato unico? Come rispondere efficacemente alla domanda di sicurezza contro il terrorismo, protezione sociale contro la disoccupazione e di rassicurazione di fronte al fenomeno migratorio che sembra svilupparsi fuori controllo? I dibattito ferve, le soluzioni latitano. 

Mentre il tempo passa e, giorno dopo giorno, nella percezione dei cittadini l’Europa sembra allontanarsi sempre di più. Di certo, in Italia, dell’UE l'uomo della strada identifica con chiarezza anzitutto un volto: quello della maestra bacchettona pronta a salire in cattedra per un rimbrotto a causa dei compiti  non fatti. In questo modo però non si alimenta certamente il senso di appartenenza (sempre che ci sia, cosa di cui dubito) e, per restare alla metafora scolastica, dagli studentio si ottiene solo una reazione: il desiderio di abbandonare la classe il prima possibile. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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