DEMOCRAZIA | 25 Febbraio 2015

L’antipolitica e le opposizioni inconcludenti

In Italia ci sono tre opposizioni. L’antipolitica di Lega e 5 Stelle, quella tradizionale di Forza Italia ormai troppo debole, e infine Ncd che tenta la lotta di governo. Ma tutte e tre sono inconcludenti

di ROBERTO BETTINELLI

In Italia esistono tre tipi di opposizioni. Ma nessuna sembra poter contrastare in alcun modo lo strapotere renziano. Partiamo dalla prima. La più rumorosa e sfacciata, nata e nutrita dal seno dell’antipolitica. E' il caso della Lega salviniana e dei 5 Stelle. Due forze che si caratterizzano più per i 'no' che per le proposte che avanzano. 

Perché un partito possa configurarsi come alternativa credibile rispetto al governo in carica, è indispensabile che si concepisca ‘insieme’ al proprio avversario. Deve cioè tentare di batterlo riconoscendo però il ruolo dell’altro che include tutte le responsabilità e i condizionamenti in merito alla fattibilità delle proposte da mettere in campo. La sfida, in questo caso, è prendere in mano le redini dell’esecutivo. Le parole del leader e il contenuto del programma devono essere coerenti rispetto al raggiungimento di questo obbiettivo. 

Lega Nord e Movimento 5 Stelle non fanno né una cosa né l’altra. Rifiutano qualsiasi tipo d’interlocuzione con gli avversari, opponendo alla linea governativa una serie di messaggi che esulano dal raggiungimento di un equilibrio fra bisogno e sostenibilità. E’ una posizione che scivola nel populismo e conduce all’irrilevanza come dimostrano gli otto milioni di voti grillini ‘congelati’ in parlamento. Se escludiamo la ‘caciara’ e le sguaiate proteste alle quali ci hanno abituato, è evidente che i sostenitori del comico genovese non riescono a portare a casa nulla pur avendo alle spalle un’ottima performance elettorale. 

Una situazione simile è quella della Lega. Forte nei sondaggi, ma politicamente isolata. Salvini ha scavato un gap incolmabile rispetto al partito di Alfano pregiudicando la possibilità di dialogo con un partito che pur essendo al governo con Renzi si riconosce nell’alveo culturale del centrodestra. L’aggressività del segretario del Carroccio miete consensi nelle frange più bellicose del popolo leghista ma sta compromettendo seriamente la nascita della sola alleanza che potrebbe salvare la Regione Veneto dall’avanzata inarrestabile del Pd renziano. In caso di sconfitta, la leadership sarebbe decisamente a rischio dal momento che già adesso il segretario deve vedersela con altri ‘uomini forti’ come Maroni e Tosi, meno potenti sul piano comunicativo ma più efficaci su quello politico. 

C’è poi l’opposizione di Forza Italia. Dopo aver pagato l’eccesso di fiducia concessa a Renzi, gli azzurri hanno recuperato una strategia di attacco anche se con una potenza di fuoco fortemente ridimensionata a causa della scissione di Alfano e delle purghe interne che hanno preso di mira Fitto e i suoi sostenitori. A ciò si deve aggiungere lo smarrimento dovuto alle aperture incompressibili sul tema dei diritti civili e delle tesi animaliste. Un programma che ha visto figure di second’ordine come Francesca Pascale e Michela Vittoria Brambilla conquistare in modo del tutto ingiustificato la ribalta, sferrando un duro colpo ai consensi del partito di Silvio Berlusconi. 

Ncd rappresenta il terzo e ultimo tipo di opposizione. Il più raffinato ma anche il più difficile. Il Nuovo centrodestra e l’Udc sono confluiti nel gruppo di Area Popolare imboccando la strada dell’alleanza col Pd. L’esito di questo percorso può essere riassunto in questi termini: voti pochissimi, potere molto. Ministri, segretari e sottosegretari: già ad una prima occhiata è evidente la disparità fra la rappresentanza nei ruoli di governo e il reale radicamento di una forza politica che che ha saputo difendersi piuttosto bene al sud ma che nelle regioni settentrionali è ridotta ad una presenza quasi simbolica. 

Già è ostico far passare l’idea che si governa insieme al nemico. Se poi, una volta che si fa il grande salto, non si lotta per rivendicare nulla della bontà del Jobs Act, si accetta passivamente l’elezione di un presidente della Repubblica imposto dalla sinistra e si tende a mantenere un basso profilo per il timore di reazioni negative da parte dell’alleato, è evidente che si trasmette all’elettorato l’immagine di un partito incerto sul piano dei valori e opportunista nel raggiungimento degli obbiettivi. 

Il tipo di opposizione perseguito da Lega e 5 Stelle consente di capitalizzare al massimo la contrarietà al sistema. A guadagnarci sono soprattutto i leader. La crescita nei sondaggi è garantita, ma lo è anche l’isolamento che deve scontare il partito. Nessun programma nato in queste condizioni, tanto per intenderci, potrà mai trovare applicazione nell’agenda politica. Il secondo tipo di opposizione è quello di Forza Italia che può essere efficace unicamente in presenza di una forza numerica rilevante. Un peso che il partito di Silvio Berlusconi ha avuto sicuramente in passato, quando era in auge il Pdl o quando il sistema delle coalizioni permetteva di aggregare tutte le sigle che facevano riferimento alla stessa area culturale, ma che ora non ha più. Per recuperare qualche chance di vittoria sarebbe necessario procedere alla riunificazione con i fuori usciti di Ncd, Udc esercitando una forza centripeta su tutti i gruppuscoli che orbitano nella galassia del centrodestra. Quanto al partito di Alfano, se continua a mostrare verso Renzi la timidezza che ha mostrato finora, non ci sarà alcuna evoluzione positiva rispetto allo status quo che evidenzia una netta sudditanza verso il Partito Democratico. Se non si fa largo al più presto l’esigenza di una leadership più coraggiosa e incisiva, la situazione è destinata a peggiorare al punto da mettere in pericolo la sopravvivenza del partito. Qualcosa, all’interno di Ncd, si sta muovendo in questa direzione ed è naturale che a farsene carico siano soprattutto gli esponenti del partito che governano nelle regioni settentrionali, a partire dalla Lombardia, che hanno più volte manifestato il loro dissenso al ministro Lupi. 

La storia ha dimostrato che il processo di democratizzazione nasce in virtù di grandi cambiamenti che investono la società politica e che coincidono con l’ampliamento del suffragio, l’organizzazione dei partiti e la libertà di critica verso chi governa. Tornando al caso italiano lo scenario più auspicabile dovrebbe garantire, accanto alla corazzata del Pd e a un leader centrista come Renzi che ha saputo accaparrarsi una fetta di elettorato ostile a una forza politica di sinistra, un grande partito di centrodestra. Sarebbe allora possibile vedere all’opera un tipo ‘spurio’ di opposizione capace di esprimere la grinta e la determinazione di Lega Nord e 5 Stelle, ma senza lasciarsi andare alla deriva del populismo mantenendo la posizione antagonista di Forza Italia con il senso di responsabilità di Ncd. Solo così l’Italia può diventare una democrazia capace di mettere a frutto il bipolarismo guadagnando una volta per tutte le fortune di un sistema governato dalla regola d’oro dell’alternanza. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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