ALFANO & VERDINI | 09 Giugno 2016

Il flop meritato del Partito della Nazione

Il Partito della Nazione esiste solo nelle aule parlamentari. Gli italiani rifiutano un progetto di potere che unisce Renzi, Verdini e Alfano. Il ‘Pd melassa’ e il centrismo opportunista non hanno futuro

di ROBERTO BETTINELLI

Se c’è qualcosa di chiaro dopo le elezioni amministrative è il flop del tanto atteso Partito della Nazione. Il Pd di Renzi ha stretto accordi con tutti gli interlocutori possibili e immaginabili pur di sfondare al centro e sottrarre voti al centrodestra. Ma le comunali hanno dimostrato, per stessa ammissione del premier, che le chance di sopravvivenza sono esegue e fanno riferimento soltanto alle aule parlamentari. Non è, quindi, un progetto politico che può vantare un radicamento autentico nel corpo e nell’anima del Paese. 

Renzi, leader del principale partito della sinistra italiana, ha reclutato gli ex berlusconiani Denis Verdini e Angelino Alfano pur di assicurare lunga vita al suo governo. Un’operazione furba, moralmente disinibita, ma che si è mostrata incapace di dare un impulso vero alla rinascita economica e morale della nazione. E' risultata fallimentare anche ai fini della conquista della fiducia dell’opinione pubblica come è emerso dai dati scoraggianti dell'astensione. Il premier è uscito sconfitto da un test elettorale che ha cercato in ogni modo di ridurre a fatto secondario ma che ora, considerata la portata dell'insuccesso, lo costringe a rivedere strategie e alleanze. 

Verdini è stato indicato immediatamente come il caprio espiatorio. Il tracollo del Pd a Napoli, dove l'ex azzurro si è esposto pubblicamente al fianco della candidata renziana Valeria Valente, e la flessione generale del Pd hanno spinto Renzi ad una riflessione negativa. Il patto che ha aperto le porte della maggioranza di governo ai parlamentari di Ala è risultato controproducente. Verdini e seguaci hanno rimediato un prevedibile fiasco trascinando nella polvere il mediatore Luca Lotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e lo stesso Renzi che ha ratificato l’accordo. Una manovra tenuta nascosta ai sostenitori del Pd a causa della evidente impresentabilità di Verdini, ex colonnello di Forza Italia alle prese con numerose grane giudiziarie. 

Una trama a causa della quale il segretario del Pd è stato interpretato, a ragione, come un mero tattico della politica. Denis è stato indispensabile al Senato per condurre a termine riforma costituzionale, Italicum, unioni civili. Ma uscita dalle stanze del palazzo e tornata nella vita reale, l’abbinata Renzi-Verdini è stata punita dagli elettori. Il che sta a significare che non solo Ala non ha alcun appeal elettorale, cosa peraltro evidente, ma che non può contare su alcun supporto da parte di Renzi e del Pd. L’esito delle amministrative dimostra che sono loro a diventare le prime vittime di un'intesa siglata alla luce del sole. 

Ma c’è un altro progetto politico che ha pagato un caro prezzo, l’ennesimo, dopo il voto. Ed è il programma centrista degli ex di Ncd capeggiati dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. Le ‘liste popolari’ oscillano intorno al 3%. Un magro risultato che la dice lunga sul gradimento verso Area Popolare, la formazione nata dalla fusione di Ncd e Udc. Nè sembra far intravedere nulla di buono l’annuncio di un nuovo contenitore di stampo liberale, responsabile e moderato che sarebbe guidato dallo stesso Alfano. Ncd è stato un fallimento, AP anche e ora non c’è nessun motivo per cui il ministro più longevo della seconda Repubblica possa riuscire al terzo tentativo. Ciò che in fondo gli italiani non gradiscono della proposta dei moderati è l’ambiguità. La presenza nel governo Renzi non ha garantito alcun argine contro l’ondata laicista delle sinistre. Alfano, Lupi, Schifani e gli altri fuoriusciti del centrodestra non hanno saputo ostacolare le unioni civili né hanno condizionato l’agenda economica del governo favorendo, per esempio, le famiglie naturali. La resa incondizionata al Pd ha instillato nell’elettorato il morbo del sospetto, se non la certezza, di un posizionamento interessato e di comodo. Una nomea aggravata dal fatto che tutti sono stati eletti con il Pdl e, in corso d’opera, si sono trasferiti in massa nel campo avverso. Le stesse dichiarazioni di voler costruire un’alternativa a Renzi e a Salvini in fondo celano la volontà di avere le mani libere così da unirsi, al momento opportuno, con il vincitore di turno. Una visione che non può premiare nel segreto dell’urna.

La ragione è semplice: gli italiani, che hanno perso tutto o quasi a causa della crisi economica e che non vedono i frutti di una ripresa economica inesistente, provano un viscerale e istintivo rifiuto verso i politici che non rischiano tanto e quanto loro. Pretendono semplicità e chiarezza. Non per amore di verità. Ma esigono dai loro rappresentanti le stesse condizioni di rischio che vivono quotidianamente. Tutti: dall’imprenditore al lavoratore, dall’anziano che teme per la pensione al giovane impegnato nella vana ricerca di un impiego. 

Alla luce della situazione che si è venuta a creare dopo le elezioni comunali si evince che Renzi, con ogni probabilità, dovrà scaricare gli alleati e tornare a immaginare un grande Pd che guarda a sinistra. Una cosa è certa: Alfano e Verdini lo rafforzano nelle faccende d'aula ma il beneficio non si estende oltre i confini di Montecitorio e Palazzo Madama.

La gente comune non sa che farsene del Partito della Nazione. Lo tsunami 5 Stelle non ha azzerato la contrapposizione bipolare fra centrodestra e centrosinistra come si rileva dal testa a testa a Milano fra Sala e Parisi. I tantissimi voti persi dal Pd in tutte le principali città, il dato sconfortante dell’affluenza, gli oltre 15 milioni di elettori che si sono espressi nel referendum anti-trivelle e che sono da interpretare come un plebiscito antirenziano sono tutti segnali che spingono il premier a cambiare strategia in vista del pronunciamento sulla riforma costituzionale previsto per il prossimo ottobre. Alfano e Verdini saranno i primi ad accorgersene. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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