DOPO FUKUSHIMA | 05 Agosto 2015

Il Giappone riaccende le centrali nucleari

Il Giappone riaccende la prima delle 48 centrali spente dopo il disastro di Fukushima. Marco Ricotti del Politecnico di Milano: «Il mondo non abbandona il nucleare. E il baricentro si sposta verso la Cina, che sta costruendo 25 nuovi reattori».

di LUCA PIACENTINI

Mentre proseguono le inchieste sulla crisi nucleare di Fukushima avvenuta nel marzo 2011 e per la prima volta, una commissione giudiziaria popolare ha chiesto l’incriminazione di tre ex dirigenti della Tepco, il Giappone si prepara a riaccendere il primo dei 48 reattori spenti in seguito al disastro. La conferma nelle parole di Marco Ricotti, docente di Impianti nucleari al Politecnico di Milano: «Tra pochi giorni le autorità giapponesi riavvieranno il reattore 1 della centrale di Sendai». 

Che cosa non ha funzionato quattro anni fa sulle coste nipponiche? Quali oggi sono le politiche nucleari delle grandi potenze? Come cambiano i rapporti globali di forza nella produzione di energia?

Nonostante tutti parlino di fonti rinnovabili, gli interrogativi sul nucleare sono inevitabili e dettati da realismo. Alla domanda se il mondo stia abbandonando l’energia atomica, il professore risponde senza incertezza: «I fatti dicono di no».

Professor Ricotti, partiamo dall'inizio. Alla luce delle ricostruzioni fatte dagli esperti, che cosa andò storto a Fukushima?
«Dal punto di vista tecnico due cose: i giapponesi non furono in grado di prevedere le dimensioni dell’onda di tsunami, nel contempo mancò un allenamento nella gestione degli eventi estremi sul sito. A Fukushima non funzionò la barriera anti-tsunami, mentre reagirono bene i sistemi di resistenza meccanica al sisma, anche se fu più intenso di quello previsto in sede progettuale. Come accaduto sull'altra costa del Giappone quattro anni prima, un terremoto superiore a quello di progetto non aveva creato particolari danni ai reattori. A Fukushima, però, non era stato previsto che ad un sisma forte si sarebbe generata un'onda di tsunami altrettanto imponente. Un difetto di previsione, quindi, che non prendeva in considerazione uno tsunami oltre i 5/6 m. Le barriere erano state alzate da 3,5 a circa 5 metri e mezzo. Ma non bastò a contenere un’onda di tsunami alta dieci. Il tutto in un quadro di dubbia trasparenza e indipendenza degli ambiti di controllo e gestione delle centrali». 

Che cosa è cambiato dopo l’incidente? 
«Oggi l'autorità di sicurezza giapponese è stata completamente rivista e resa più indipendente. Il Giappone ha fatto autocritica circa le impostazioni generali delle strutture di controllo. Si sono accorti che dovevano diventare ancora più rigorosi. Detto questo, non dimentichiamo due aspetti fondamentali: primo, si è trattato di un evento assolutamente unico quanto a intensità; in secondo luogo, nonostante il danneggiamento di tre reattori e la fuoriuscita di materiale radioattivo, nessun individuo è stato seriamente colpito o tantomeno è morto a causa delle radiazioni. Decine di migliaia di persone sono state evacuate in tempi utili. Questo ha consentito alla popolazione di non subire pericolose esposizioni alle radiazioni». 

Qual è stato dunque l'impatto sulla popolazione?
«Non è minimamente paragonabile a Chernobyl. Non solo perché in Giappone è fuoriuscito un decimo rispetto all’incidente avvenuto in Urss, ma anche perché gli avvisi alla popolazione sono stati immediati e sono state avviate le procedure di evacuazione. Cosa che invece non accadde a Chernobyl, dove le persone furono avvertite solo dopo ore o giorni. I danni psicologici generati dai due incidenti sono stati invece pressoché identici. Anche se determinate aree nei pressi della centrale giapponese sono state riconsegnate alla popolazione, che ora può rientrare nelle abitazioni evacuate, i residenti sono diventati molto diffidenti. Un recente studio pubblicato in Inghilterra lo conferma: il danno principale di un evento nucleare puo' essere psicologico, più che fisico». 

Cosa farà il Giappone?
«Nell'approvvigionamento energetico è simile all'Italia: dipende dall'estero. Dopo avere spento i 48 reattori, al termine dei controlli e introdotti nuovi criteri di sicurezza, inizierà gradualmente a riattivarli. Proprio ad agosto, tra pochi giorni, riaccenderà il primo a Sendai, altri due o tre entro la fine dell’anno. Accadrà tutto in modo graduale, perché ogni impianto andrà controllato da cima a fondo, è necessaria la condivisione del governo locale e la popolazione deve essere d’accordo. Ma il dato resta: il Giappone sta riavviando i reattori». 

Non può farne a meno?
«Rinunciando al nucleare in questi anni, il governo ha calcolato un gravissimo danno economico e industriale, soprattutto nella bolletta energetica e nella bilancia dei pagamenti. Il costo annuo addizionale per la fermata dei reattori è di 35 miliardi di dollari, che portano il deficit commerciale a 112 miliardi all'anno, in gran parte dovuto all'import di fonti fossili. Spenti i reattori, è mancata potenza erogata e disponibilità di energia elettrica a costi contenuti. Fino allo scorso anno il Giappone aveva una sorta di razionalizzazione dell'energia per cui, ad esempio, durante il periodo estivo la popolazione non poteva godere della stessa capacità di raffrescamento del periodo pre Fukushima. Importare olio, gas e carbone è risultato economicamente insostenibile. Oltre a spingere sulle fonti rinnovabili, le autorità hanno quindi ritenuto opportuno riprendere la produzione di energia nucleare in sicurezza. E, se tutto andrà come previsto, nei prossimi anni saranno riavviati molti altri reattori». 

Qual è la politica nucleare dell’Europa? 
«Dipende dalla strategia dei singoli paesi. La Germania è l'esempio di una scelta politica opposta a quella giapponese: 17 reattori e nessun incidente, eppure ha deciso ugualmente di uscire dal nucleare. L’Italia ha scelto di non riprendere. In Germania la nuova politica energetica verde non avanza però con il passo previsto. Aumentate le fonti rinnovabili, i tedeschi si sono scontrati con problemi infrastrutturali. Ad esempio devono costruire linee elettriche che portano l'energia prodotta dalle pale eoliche nel Mare del Nord verso il sud, dove il fabbisogno è maggiore, nella Baviera». 

Come procederà la dismissione? 
«Oggi la Germania ha nove reattori spenti dopo Fukushima e otto in funzione. Se non cambierà politica, questi ultimi dovranno essere disattivati entro il 2022. Nel frattempo per soddisfare il fabbisogno ha ripreso a bruciare carbone, che non è certo “CO2 free”. Inoltre mentre prima esportava energia, ora la importa dalla Francia, che la produce col nucleare». 

Tra Occidente e Oriente, come si muovono le altre grandi potenze? 
«Come detto, l’Europa è variegata. C’è chi ha deciso di uscire come la Germania, chi di non ripartire come l'Italia e chi ha deciso di rimanere con il nucleare come la Francia, e invece chi sta vivendo una nuova fase come l'Inghilterra, che ha sedici impianti in funzione, piani per la costruzione a breve di due reattori tipo “Epr” con la francese Edf, e di altre 4 o 6 centrali negli anni a venire. Tempi e costi stanno lievitando, di fatto però gli inglesi proseguono nella loro nuova politica energetica che include il nucleare. La Francia ha 58 centrali attive e una in costruzione. Attualmente gli Stati Uniti hanno in funzione 99 centrali e cinque in fase di realizzazione». 

Quindi la famosa “svolta verde” del presidente Obama è solo relativa?
«È in linea con le preoccupazioni di tutti sull'effetto serra. Il che significa investire sulle rinnovabili ma anche sul nucleare, le uniche due fonti che non emettono CO2 e non impattano sul riscaldamento globale. Da sole le rinnovabili non bastano, in quanto sono intermittenti e richiedono forti investimenti nelle installazioni e nell'accumulo. La fonte che può garantire un carico certo e costante è il nucleare. Obama non pensa minimamente di spegnere i 99 reattori: se vorrà una gestione stabile dell’elettricità in presenza di forti percentuali di rinnovabili, sarà costretto ad investire sia nel nucleare che nell'accumulo di energia». 

L’altra grande nazione energivora è la Cina. Quali sono gli obiettivi di Pechino? 
«Dopo avere superato la Corea del Sud per numero di reattori in funzione, a breve la Cina sorpasserà anche Russia e Francia, diventando il secondo produttore mondiale di energia elettrica dopo gli Stati Uniti. Ormai in termini di nuove costruzioni il baricentro nucleare si sta spostando verso Pechino: i cinesi hanno 27 reattori in funzione e ne stanno costruendo 25. Nel nuovo nucleare la Cina è il numero uno».

Si può quindi dire che l'abbandono del nucleare su scala mondiale è un'illusione?
«È corretto dire che l’abbandono del nucleare non si sta verificando. Gli unici che lo stanno lasciando, o perlomeno lo dichiarano, sono i tedeschi, probabilmente anche gli svizzeri, mentre gli italiani hanno cambiato idea sulla ripresa. Tutte le altre grandi nazioni hanno rallentato i progetti e profondamente rivisto gli apparati di sicurezza, ad esempio attraverso gli stress test, ma i numeri dicono che l'abbandono del nucleare non sta avvenendo. Non è nei fatti. Si è spostato il baricentro delle nuove costruzioni verso Cina, India e Russia. Mosca ha una politica commerciale molto aggressiva in ambito nucleare. Ha 34 reattori in funzione e ne sta costruendo nove, ma ha siglato accordi per altri 24 al di fuori del territorio nazionale. Porta avanti una politica molto espansiva: ai paesi che puntano al nucleare fa un’offerta economicamente interessante, proponendo tecnologia, supporto nella costruzione e nella gestione del reattore, e sostegno nel finanziamento. Insomma, un pacchetto completo». 

Tra una quindicina d'anni, una volta rispettati gli impegni dell'accordo internazionale, l’Iran sarà dotato di impianti nucleari civili. Che cosa significa per il mondo? 
«In linea di principio dobbiamo separare nucleare militare e civile. Il problema della security e della non-proliferazione va gestito a livello Aiea e di politica globale, mentre lo sviluppo civile è differente. I russi hanno già siglato intese con l'Iran: se rispetterà gli accordi, certamente potrà dotarsi di nuovi reattori nucleari per produrre energia. Starà all'Iran garantire al mondo che non ha intenzione di sviluppare l’opzione militare». 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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