DOPO LA LEOPOLDA | 08 Novembre 2016

Il governo delle emozioni

Bisogna «tornare ad essere simpatici», ha detto Farinetti alla Leopolda. E l'impressione è che il problema di Renzi e del suo entourage sia questo: come risultare simpatici

di ROSSANO SALINI

Dobbiamo «tornare ad essere simpatici», ha detto in occasione della Leopolda la star imprenditoriale dell'entourgae renziano, Oscar Farinetti. A breve distanza, di fronte alla telecamera dell'immarcescibile Gianni Minoli, il premier Renzi ha ammesso un suo difetto: la cattiveria. Il tutto contornato dalle polemiche legate alla conclusione della kermesse del Partito democratico, con lo psicodramma emotivo per l'urlo «fuori, fuori!» indirizzato dai pasdaran renziani agli oppositori interni del Pd.

L'immagine che la rivoluzione renziana sta dando alla politica del nostro paese è totalmente legata al mondo delle pure emozioni. Abbandonato ormai del tutto il campo del ragionamento, della strategia, del compromesso, della trattativa razionale, tutto è diventato ring di scontro emotivo, e il problema della simpatia o antipatia è diventato il termometro per giudicare dell'efficacia di un'azione politica.

Si tratta di una debolezza culturale molto profonda. L'affermazione di Farinetti, in particolare, è indizio di un errore di prospettiva radicale.

Non si vuol certo far finta che la politica di oggi non si fondi intrinsecamente sull'aspetto emotivo, sull'attrarre l'elettore tramite espedienti che hanno a che fare più con la visceralità che non con la razionalità. E questo avviene in particolar modo in quel momento cruciale e teso che è la campagna elettorale. Cioè la fase dell'ascesa, della conquista del potere (va be', Renzi non è stato eletto, ma ora soprassediamo su questo punto). Nel momento però in cui, in un modo o nell'altro, il potere lo si è conquistato, nel momento in cui si riveste una carica, e quindi una responsabilità oggettiva, parlare ancora di antipatia e di simpatia come di elementi cruciali nel rapporto con l'elettorato risulta non solo riduttivo, ma per un certo verso anche imbarazzante.

Renzi sta perdendo terreno dal punto di vista del consenso non per problemi di antipatia o di cattiveria. L'elemento dirimente è ben diverso: quando si governa, si viene messi alla prova per ciò che si è fatto o non si è fatto. Altro che simpatia o antipatia. La retorica del sogno, del cambiamento, della volta buona in cui cambiare il nostro paese appesantito da decenni di immobilismo, o si trasforma in azione politica concreta, o marcisce nel giro di pochissimo tempo. Questo è il problema con cui Renzi sta facendo i conti: si è guadagnato l'attenzione di un paese intero, calamitando su di sé anche il favore di una parte consistente dell'elettorato tradizionalmente di centrodestra, e tutto questo facendo leva su una propensione al cambiamento che è sembrata credibile, e finalmente decisiva. Alla realtà dei fatti, ha completamente deluso, e il suo grande cambiamento della nazione si è tradotto in un incomprensibile pasticcio sulla riforma del senato. È evidente che quando prometteva di far cambiare verso all'Italia tutti si aspettassero qualcosa di radicalmente differente rispetto a questo. Basti pensare all'enfasi con cui il premier proclama di aver abolito un ente inutile come il Cnel. Verissimo. Ma la domanda ovvia è: tutto qua?

Gli italiani hanno in questo momento la netta percezione che l'Italia non sia cambiata minimamente, e che le riforme messe in atto dal governo Renzi non siano nulla. Anzi, in certi casi queste riforme sono state un pasticcio di fronte agli occhi di tutti. Cosa sia successo delle Province, ad esempio, nessuno lo ha capito. Quale sia l'importanza cruciale della posta in gioco legata al referendum, nemmeno. Si litiga a non finire e ci si divide sul sì e sul no; ma la reale percezione di cosa sia cambiato con questa riforma costituzionale è assolutamente nulla. E il sospetto naturale è che nulla sia la percezione, per il semplice fatto che nulla è la riforma: doveva abolire il bicameralismo paritario, e l'ha trasformato in un bicameralismo ambiguo e pasticciato; doveva rendere più solido il nostro sistema di governo, e su questo invece non ha cambiato nulla; ha reso più forte il potere dello stato centrale a discapito delle regioni, ma ha lasciato intatto quel monte impressionante di sprechi che sono le regioni a statuto speciale. Insomma: il verso non è cambiato affatto, e quel poco, pochissimo che è cambiato per alcuni è talmente un nulla da non essere comprensibile, per altri invece che l'hanno capito è un cambiamento in peggio.

Di fronte a questa evidente delusione – per altro innegabilmente simile alla delusione generata nel suo elettorato a suo tempo da Silvio Berlusconi, che promise e non portò a termine la rivoluzione liberale – spostare l'attenzione sul campo delle emozioni, sulla capacità di essere più o meno simpatici, sul problema della cattiveria, risulta francamente ridicolo. La ricetta per una risalita nei consensi Renzi non la può certo trovare in un ennesimo cambiamento di strategia comunicativa. O si fa qualcosa di serio e di impattante sulla vita del paese, o non c'è speranza nemmeno per un enfant prodige come lui. È il governo, bellezza, e non puoi farci nulla. O, meglio, qualcosa sì: governare veramente, e smetterla di pensare a come risultare più simpatico.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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