LA SVOLTA DEL CAV | 13 Novembre 2014

Il grande partito che non c'è

Italicum: ciò che serve (e manca) è un grande partito d'ispirazione liberale

di ROBERTO BETTINELLI

ITALICUM PATTO NAZARENO QUIRINALE BERLUSCONI RENZI

Chi ci guadagna dall’Italicum 2.0 sono Renzi e Berlusconi. Ma più Berlusconi di Renzi. E per un motivo ben preciso: rinunciando alle incomprensibili sparate sul voto animalista e sulle nozze gay, che non fanno che allontanarlo da un elettorato che gli è sempre rimasto fedele, ha finalmente sposato la linea della concretezza. Che è poi ciò che gli chiedono i sostenitori del centrodestra, che ci sono ancora e che sono stanchi di assistere a faide e lotte fratricide. Non è retorica. Proprio su questo punto, la responsabilità di governare il Paese in un momento drammatico, è avvenuta la rottura che ha portato alla nascita del Nuovo centrodestra, debole nei sondaggi, ma abbastanza forte in parlamento e capace di superare test mortale delle elezioni europee. 

Non è un caso che il primo ad applaudire alla tenuta del Patto Nazareno sia proprio Angelino Alfano, l’uomo simbolo della scissione e che ormai, con grande franchezza e umiltà, è il primo a riconoscere che l’esperimento non ha funzionato e che la separazione non conviene a nessuno: né a chi si è illuso di staccarsi da Berlusconi, né a chi ha deciso di non correre il rischio più per ignavia che per convinzione, né per il Cavaliere che da quando c’è Renzi a dominare la scena non può più impugnare la sua arma prediletta: l’anticomunismo. 

Berlusconi si siede al tavolo, quindi, e tratta. Su tutto, come è giusto che sia: legge elettorale e Quirinale. Renzi, dal canto suo, aveva bisogno del nulla osta. Non per farsi scudo davanti all’opinione pubblica, che in questo momento è tutta dalla sua parte. Ma per frenare le ambizioni della minoranza interna del PD: Bersani, D’Alema, Epifani, Damiano, Civati, Fassina. I gufi del conservatorismo sinistrorso che hanno tentato di contestare il premier nella riunione della segreteria nazionale dopo il faccia a faccia con il Cavaliere, ma che ancora una volta hanno rimediato una brutta figura con la loro strutturale incapacità di sganciarsi dal modello di una politica che all’urgenza dei fatti preferisce la fannullaggine delle polemiche. 

Il Patto del Nazareno era tutto tranne che defunto. Già la sera prima, comodamente seduto nell’elegante e fluorescente salotto di Porta a Porta, Renzi aveva dato per certo che il Cavaliere non avrebbe mai fatto saltare l’accordo. I problemi di Forza Italia, a detta del presidente del Consiglio, erano tutti da attribuire alle intemperanze dei seguaci berlusconiani. Poco prima lo stesso Cavaliere, nella riunione con i fedelissimi a Palazzo Grazioli, aveva riportato ordine nelle sue truppe aprendo nuovamente a Renzi sull’Italicum, ma intimando di non essere disposto a “subire diktat”. 

I giornali, nonostante i segnali della tenuta dell’accordo fossero chiari, hanno farcito le prime pagine di titoli contro la tenuta del Patto del Nazareno e sulla tentazione di mandare tutto a monte di cui sarebbe stato preda il Cavaliere. Fumo negli occhi. Come spesso accade con gli organi di informazione, abituati a operare tagli e omissioni. La cronaca politica, si sa, è la più esposta ai rischi degli interventi chirurgici redazionali. 

L’Italicum è vivo e vegeto: capilista bloccati, soglia al 40%, non si sa ancora se il premio andrà alla lista come vuole Renzi o alla coalizione come preferisce Berlusconi, incerta anche l’asticella d’entrata dei partiti minori. Il primo che la vorrebbe intorno al 3%, mentre per l’altro dovrebbe essere più alta. Ma sono dettagli. La sostanza è che i due leader si parlano e, soprattutto, Berlusconi è disposto a collaborare. 

Lo sapeva Renzi, che non ha mai smesso di credere di trovare nell’ex presidente del Consiglio un interlocutore affidabile, e lo sapeva Berlusconi alle prese con un partito che non è neanche l’ombra di quello che è stato in passato e che deve fare i conti con le ambizioni ingestibili di una fronda interna che ha il merito di rivendicare un minimo di autonomia, ma anche l’indubbio demerito di non possedere una propria forza elettorale. Brunetta e gli altri sbeffeggiano ogni giorno i transfughi del Nuovo centrodestra per l’esiguo peso elettorale, ma a loro andrebbe anche peggio se provassero a staccarsi dall’ombrello berlusconiano. 

Berlusconi ha dimostrato di essere un politico di rango e ha posto il primo mattone per ricostruire il centrodestra. E' un compito che spetta a lui. Ciò che manca è un grande partito d'ispirazione liberale che possa rapresentare l'alter ego dello statalismo e del dirigismo PD. 

Ma a Renzi bisogna riconoscere che, al netto delle recenti e strategiche aperture a Grillo, il Patto del Nazareno l’ha voluto a tutti i costi. Così potrà andare alle elezioni e conquistarsi quella legittimità popolare che ancora gli manca dimostrando quanto poco spazio hanno nella mente e nel cuore degli italiani i gufi che ogni giorno lo maledicono e tentano di scavargli la fossa con ogni mezzo. 

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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