PENSIERO UNICO | 01 Aprile 2015

Il mito della 'emozione' che limita il giudizio

Il 'pensiero unico' ha innalzato l'emozione a vera e propria religione, criterio di scelta in qualunque tipo di contesto ci si trovi. Un modo per distrarre dal pensiero e quindi dalla capacità di formulare un vero giudizio

di GIUSEPPE ZOLA

Un’altra parola che viene sempre più spesso usata dal “pensiero unico”, tanto da farla diventare insopportabile, è la parola “emozione” (con tutti i suoi derivati, tipo: «mi ha emozionato», «mi sono emozionato», «ma che emozione!»). Nei talk show credo che sia la parola più usata; nelle giurie in cerca di nuovi artisti, il criterio di giudizio per valutare un nuovo cantante o un nuovo comico o, persino, un nuovo pattinatore, è se ha emozionato oppure no. Non parliamo, poi, del mondo dello sport, dove, per nascondere la nullità di molti commentatori e di moltissimi atleti, si condiscono le domande e le risposte con la parola magica: “emozione”. E’ sempre più evidente come, sotto tale parola, in realtà, non vi sia niente.

Un recente breve articolo di Mons. Luigi Negri (Arcivescovo di Ferrara) mi ha fatto capire che, a buon diritto, la parola emozione può e deve essere inserita nel discorso che, da un po’ di tempo, stiamo facendo circa il “pensiero unico”, il quale ha tutto l’interesse, per meglio gestire il potere, che la gente pensi il meno possibile. Al pensiero collettivo (e tendenzialmente dittatoriale) sta molto bene, allora, che le persone si rifugino nel campo non minato delle emozioni, che distraggono dal giudizio circa la ricerca della verità e, quindi, di una società più libera e più giusta. Così scrive Mons. Negri: «La posizione permessa dall’ideologia è quella di essere spunto per una serie di emozioni di carattere psicologico, affettivo, sentimentale. Le varie religioni sono accettate perché sono fonti di emozioni per coloro che vi partecipano... La religione-emozione è una religione che alla fine è funzionale al potere perché predispone anche gli uomini religiosi ad accettare come indiscutibile il potere degli altri». Insomma, il mito della “emozione” distrae dal pensiero e quindi dal giudizio e ciò deve preoccupare non solo l’uomo religioso, ma anche ogni uomo pensante e, in particolare, l’uomo “liberale”.

In particolare, in Italia sono i cattolici a cadere nel trabocchetto. Faccio un esempio che può sembrare azzardato, ma non lo è. Il nostro premier Renzi ha preso un sacco di voti, quando ancora non aveva fatto nulla, perché è riuscito ad emozionare gli italiani, anche senza ragioni vere. E li ha emozionati con parole tratte dal repertorio della sua poetica esperienza scoutistica. Ma, una volta al potere, a sua volta “emozionato”, il nostro premier non fa che eseguire, in campo economico, ciò che la UE ordina e, nel campo fondamentale dell’impostazione antropologica, non fa che prendere ordini dal pensiero unico della cultura gender. A che serve un cattolico molto emozionato, ma succube della cultura che sta combinando disastri in tutto l’occidente?

Allora, meno futili emozioni, ma più giudizi basati sui reali bisogni e sull’esperienza di un popolo libero dal “pensiero unico”. E’ ancora possibile.


GIUSEPPE ZOLA

Giuseppe Zola svolge la professione di avvocato a Milano. E' stato vicesindaco e assessore a Palazzo Marino.

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