GERMANIA AL COLLASSO | 15 Settembre 2015

Migranti, la Merkel ci ripensa e chiude le frontiere

Dopo neanche una settimana in cui si è illusa di poter dare una lezione di moralità al mondo, la Merkel ha richiuso le frontiere. Una sconfitta che fa il paio con quella di Renzi al quale i leader europei hanno chiuso le porte in faccia sulle quote

di ROBERTO BETTINELLI

Dopo una sola settimana di politica delle porte aperte la Germania è arrivata al collasso. Il primo a lanciare l’allarme è stato il sindaco di Monaco di Baviera. Davanti all’ondata di profughi, o presunti tali, nel giro di pochi giorni si è passati dall’accoglienza integrale alla perplessità e ai dubbi di aver messo in moto un meccanismo insostenibile. Un’incertezza che mal si addice alla reputazione efficientista e pianificatrice del governo tedesco, ma che in fondo risponde alla realtà come dimostra l’analoga decisione di Francia, Olanda, Austria, Slovacchia mentre Ungheria e Serbia hanno fatto ricorso all’esercito.

Il proposito tedesco di accogliere 500mila profughi, solo siriani, a pochi giorni dall’apertura delle frontiere ha incontrato i primi gravi problemi sul fronte organizzativo e logistico. Risolvibili, certo, ma solo sulla breve distanza. Pensare che la marea umana possa arrivare a un milione di migranti entro dicembre ha costretto a rivedere pragmaticamente i termini del programma di aiuto. La Merkel ha dovuto fare dietrofront. Nel giro di 24 ore ha chiuso i confini meridionali con l’Austria, attraverso i quali si muove la fiumana infinita che proviene dalla ‘rotta’ balcanica. Una svolta che si è spinta a sospendere Schengen. Un sollievo solo temporaneo dal momento che a distanza di un giorno la Germania ha ripristinato il trattato della libera circolazione delle persone ma non i controlli alle frontiere. 

La politica dei controlli ha lo scopo di respingere i non siriani. Si tratta dei ‘migranti economici’. E’ la categoria di persone che l’Italia irresponsabilmente accoglie da oltre vent’anni senza alcun tipo di filtro e di autotutela. L’importante per loro è ‘entrare’ a tutti i costi. Una speranza che il governo di Berlino ha riacceso nuovamente con le immagini degli applausi alla stazione ferroviaria di Monaco di Baviera e con le frasi utopiche della Merkel che hanno fatto il giro del mondo. Un atteggiamento che ha consacrato il cancelliere tedesco come il simbolo dell’umanità. Ma che è durato ben poco. 

Intanto a Bruxelles i ministri dell’Interno dei 28 hanno promesso misure più dure contro gli scafisti. Utilizzare la forza è il nuovo slogan. Vuol dire che sarà possibile attaccare militarmente i trafficanti. Ma per il resto il summit non ha prato a nulla. Sulle quote dei profughi da ripartire fra i Paesi membri che ora sono ospitati in Italia, Grecia e Ungheria c’è stata una contrazione considerevole: da 160mila a 120mila. Una vera sconfitta per l’esecutivo guidato da Matteo Renzi che puntava a cifre maggiori. I Paesi dell’Est Europa hanno eretto un fronte comune contro l’assegnazione dei profughi al punto che è stato impossibile individuare criteri e modalità di azione comuni. Un comportammo che la dice lunga sulla praticabilità della demagogica politica di accoglienza impostata dal binomio Renzi-Merkel. 

Resta il fatto che, nonostante i tentativi propagandistici del premier italiano di ricostruire la vicenda presentando Berlino al traino di Roma, la Merkel ha finora circoscritto l’impegno tedesco alla sola accoglienza dei profughi siriani. Un’immigrazione di élite, in gran parte laureati e dotati di istruzione, in fuga dai massacri dell’Isis. Un’operazione di salvaguardia che Renzi non ha minimamente tentato di portare a termine, continuando nel solco di una ricezione passiva e senza protezione degli sbarchi con il risultato di ammassare folle di disperati che spesso profughi non sono, con un basso o assente livello di istruzione, non assimilabili da un sistema produttivo che non ha certo la forza espansiva dell’economa tedesca e che già non riesce a garantire posti di lavoro. 

Mentre Renzi fotografa la catastrofe dell’esistente e non ha un solo euro da spendere, la Merkel è stata costretta a rivedere un piano che può contare su un budget astronomico di sei miliardi che solo la principale potenza economica europea può permettersi. La differenza è enorme ma davanti a un milione di profughi in arrivo è evidente che nemmeno una cifra di questa entità appare sufficiente. Il costo dell’immigrazione, come l’Italia sa bene, è ben più alto perché dopo la fase dell’accoglienza è necessario operare perché vada in porto la fase dell'integrazione. Questa è la sfida più grande. Che l’Italia ha già perso. Ma la sensazione è che nemmeno Berlino possa vincerla.


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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