DEBITO PUBBLICO | 18 Dicembre 2014

Il 'mostro' cresce ancora

La ripresa (lentissima) è in vista. Ma il debito pubblico rimane mostruoso, e nel 2015 continuerà ad aumentare. Se Renzi non riuscirà a fermarlo, finirà come negli anni Novanta: tutti a casa, una classe dirigente spazzata via

di LUCA PIACENTINI

Cresce l’export, migliora lo «scenario economico globale», anche se «l’incertezza rimane il maggiore ostacolo». Lo scrive il Centro studi di Confindustria (Csc) nell’ultimo rapporto sullo scenario economico italiano intitolato «Il rebus della ripresa». Il think tank degli industriali si è dimostrato uno dei più affidabili nell’azzeccare le previsioni. Aveva detto che la ripresa sarebbe iniziata nel 2015 e così, stando ai dati disponibili, avverrà. 

Anche se in modo quasi impercettibile: nel primo trimestre si stima che il Pil tornerà a crescere e farà registrare un +0,2%, per salire a quota 0,5% durante l’anno, mentre nel 2016 segnerà +1,1%. 

Tra le notizie positive del rapporto c’è il traino dell’export, cresciuto del 2,9% su base annua (rispetto ad ottobre 2013) e nonostante l’incubo della Russia (verso la quale le esportazioni sono precipitate del 15%). Il segnale generale è chiaro: se da un lato la crisi rimane devastante, dall’altro le nostre imprese tornano gradualmente competitive, soprattutto grazie al mercato estero, europeo ed extraeuropeo. 

L’ottimismo è d’obbligo, ma su tutto, e così è nel rapporto, devono prevalere realismo e cautela. Anche perché il 2014 si chiuderà comunque con un segno meno (-0,5%), la disoccupazione è massiccia («ha superato il picco del 13% in autunno») e, sullo sfondo, c’è il grande convitato di pietra dell’economia italiana: il debito pubblico impressionante. 

Il dato in crescita, riportato in una tabella del rapporto di Confindustria, lascia infatti quantomeno scettici sulle reali possibilità di manovra da parte del governo, schiacciato dalla costante emergenza di trovare le risorse con cui rifinanziare il debito e sfamare il ‘mostro’. 

Il Centro studi riporta che l’indebitamento dello stato cresce ancora, passando tra 2013 e 2014 dal 127,9% al 132,2% del Pil, mentre salirà al 133,8% nel 2015, per iniziare una lenta discesa (si spera) nel 2016. 

II debito pubblico, aggiungiamo noi, è un’eredità che pesa sulle spalle degli italiani. Una voragine aperta da una spesa statale fuori controllo. La domanda è: chi l’ha creata? Chi c’era al timone del paese? Chi non ha tenuto a bada il disavanzo, le uscite a fronte delle minori entrate? 

Sappiamo com’è finita negli anni Novanta. Gli italiani hanno punito chi governava spazzando via la vecchia politica. 

Negli ultimi 20 anni nonostante le promesse, purtroppo, le cose non sono cambiate. Il ‘mostro’ continua a divorare risorse e per fermarlo, salvo imboccare la solita scorciatoia alla faccia degli italiani (leggi: aumentare le tasse), ci sono poche strade, come ricorda l’economista Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni: «avanzi primari perduranti nel tempo e dismissioni di attivi pubblici sono le sole alternative possibili».

La svolta è un’opzione politica. La palla è in mano a chi ci guida. E al governo Renzi diciamo: si dia una mossa a cambiare le cose, la smetta una volta per tutte con gli spot anti crisi e faccia le riforme, prenda sul serio liberalizzazioni e privatizzazioni, attui senza timidezze quella spending review finita nel dimenticatoio. Prima che gli elettori si accorgano della ‘truffa’: tante parole, pochi fatti. 

Per tornare all’esplosione del debito pubblico tra gli anni Ottanta e Novanta, forse è bene ricordare al timoniere che il crollo del sistema non fu causato solo da Mani pulite, l’inchiesta che pure falcidiò i partiti politici. 

Il pool di Milano accese la miccia, ma fu la stessa classe dirigente a offrire la corda da bruciare sotto forma di totale assenza di credibilità. Delegittimata dall’incapacità di riformare welfare e mercato del lavoro, travolta dal debito pubblico, fu sfidata dal movimento referendario che tra 1991 e 1993 tolse le preferenze ed eliminò il proporzionale dal Senato, mentre la Lega Nord prendeva piede in quella che storicamente era l’area bianca del dominio incontrastato della Dc. 

I cittadini non ne potevano più. E colpirono con l’unico strumento legittimo, il voto, mandando tutti a casa. La storia, come il tempo, è lineare. Ma le vicende politiche si ripetono. E, dal segreto dell’urna, un nuovo tsunami elettorale potrebbe abbattersi sull’attuale guida dell'Italia. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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