BUFALE | 02 Luglio 2018

Il multiculturalismo razzista di Saviano

Quattro ragazze italiane di colore hanno vinto una medaglia. Anziché viverla come una gioia sportiva, i soloni alla Saviano hanno sproloquiato su razzismo e multiculturalismo. Il punto più basso che l’ideologia abbia mai raggiunto

di ROSSANO SALINI

Le prime a sentirsi offese dovrebbero essere loro. Le quattro straordinarie campionesse che, con il loro sorriso limpido e lontano anni luce dalle torve e ideologiche passioni degli strumentalizzatori di turno, semplicemente esultano per il grande risultato sportivo ottenuto, sventolando con gioia il tricolore della nazione cui orgogliosamente appartengono.

Dovrebbero essere proprio loro a sentirsi offese, strappate dallo sport che amano e per cui stanno certamente faticando giorno dopo giorno, per essere trasportate a loro insaputa nel bel mezzo di una tormenta politico-ideologica ed essere sventolate da militanti trinariciuti di turno come l’emblema di una fantomatica categoria dello spirito denominata l’“anti-Pontida”.

A capo di questa banda di spacciatori di presunte notizie, piegate e distorte per metterle al servizio di un’ideologia che sempre più trasforma la realtà in una pura base sperimentale da utilizzare a piacimento per tentare di dimostrare i propri assunti, vi è il solito Saviano.

Arriverà prima o poi il giorno in cui qualcuno spiegherà il motivo per cui un pensatore banale come lui, uno scrittore che scrive male, un giornalista che copia le notizie, un insulso venditore di facili dogmi e rassicuranti punti esclamativi, debba essere considerato un intellettuale, un punto di riferimento nel dibattito culturale di oggi. E forse sbagliamo anche qui a prenderlo in considerazione, anziché scansarlo come merita data la sua mediocrità intellettuale e culturale. Ma sulla questione delle quattro bravissime vincitrici della staffetta 4x400 ai Giochi del Mediterraneo, Saviano ha dato veramente il massimo, sintetizzando in poche e sconclusionate parole quanto di peggio si potesse dire su un fatto che altro non è che un bellissimo risultato sportivo.

«I loro sorrisi sono la risposta all’Italia razzista di Pontida», ha sentenziato il sacerdote del progressismo di casa nostra, aggiungendo: «L’Italia multiculturale nata dal sogno repubblicano non verrà fermata». La definizione di “Italia razzista di Pontida” sarebbe da querela. A prescindere dal fatto che possano piacere o no Salvini e i suoi supporter, il ditino puntato di chi dall’alto del proprio scranno affibbia patenti e nomignoli genericamente distribuiti a un intero e indistinto gruppo di persone è quanto di più deplorevole si possa sentire. Non si ha più nemmeno l’accortezza di criticare il messaggio politico, di entrare nei dettagli, di mettere in guardia sui rischi. Niente di tutto questo: con giudizio secco e indiscutibile (l’accennata comodità dei punti esclamativi, di cui parlava Oriana Fallaci) quella viene definita tout-court come “Italia razzista”. Eccola, la mirabile agilità degli intellettuali di oggi.

Ma non basta. A questo si aggiunge la ancor più incredibile seconda parte del messaggio, dove - con  un vero e proprio strafalcione linguistico e concettuale - si introduce il termine “multiculturalismo” dove questo non c’entra affatto. Che vi è mai di multiculturale nelle quattro vincitrici della staffetta? A meno che non si voglia insinuare, questo sì con atteggiamento palesemente razzista, che un diverso colore della pelle implichi ipso facto una diversa cultura e un diverso pensiero. Non so nulla della storia delle quattro atlete, ma quel che per certo tutti sappiamo è che sono regolarmente cittadine italiane e che pertanto gareggiano sotto i colori azzurri. Il multiculturalismo non ha nulla a che fare con tutto questo: potrebbero essere benissimo quattro ragazze che condividono in tutto e per tutto la nostra cultura, senza alcuna distinzione dovuta al diverso colore della pelle. Nessuno dovrebbe permettersi di insinuare una automatica differenza culturale legata al loro aspetto fisico.

Siamo insomma di fronte all’ennesimo caso in cui la storpiatura ideologica della realtà mostra tutti i suoi limiti e le sue bassezze. Ripeto: non c’è bisogno di essere simpatizzanti di Salvini per rendersi conto che ci vuole un po’ più di senso della realtà, e smetterla di innamorarsi delle proprie idee pensando che siano la soluzione di tutto e che rappresentino la salvezza del paese.

La salvezza non sta né in Salvini, né in Saviano. Sta in un ritorno a un sano realismo, al guardare le cose come stanno e chiamarle con il loro nome, uscendo da questo clima pazzesco dove l’ideologia è tutt’altro che morta, ma semplicemente vive in forme e con nomi diversi. La contrapposizione tra le tifoserie respingimenti vs accoglienza, lungi dall’essere un confronto schietto tra posizioni diverse, non è altro che il punto più basso che lo scontro ideologico nel nostro paese abbia mai raggiunto.


ROSSANO SALINI

Laureato con lode in Lettere Classiche, dottore di ricerca in Italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su testate nazionali (Il Riformista, Il Giornale, L’Osservatore Romano, Liberal, Panorama Economy). Ha lavorato al quotidiano on line 'ilsussidiario.net', dopo aver direttamente partecipato all’attività di elaborazione e avviamento del progetto editoriale. Ha lavorato per enti e associazioni nell'ambito dell'attività di comunicazione e ufficio stampa.

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