STATALI & NOTABILI | 02 Dicembre 2016

Il nuovo che avanza con Renzi: Prodi e la Cgil

Gli ultimi endorsement a Renzi: Prodi e Cgil-Cisl-Uil. Firmato il contratto con gli statali anche se la copertura non c’è. Sindacati e notabili Dc, ecco il nuovo che avanza al fianco di Renzi

di ROBERTO BETTINELLI

E così, a pochi giorni dal referendum costituzionale, l’inno al cambiamento di Matteo Renzi si arricchisce di due testimonial di eccellenza: Romano Prodi e i sindacati. E’ dall’ex presidente del consiglio e dell’Iri, fondatore dell’Ulivo e già notabile della Democrazia Cristiana ai tempi della prima repubblica, che è arrivato l’ultimo e appassionato endorsement a favore dei ‘sì’.

Prodi, pur riconoscendo che «le riforme proposte non hanno certo la profondità e la chiarezza», ha dichiarato di sentire «il dovere di rendere pubblico il mio sì». Una frase contorta che nasconde il vero motivo: salvaguardare il Pd e le sue ambizioni di governo. E’ facile prevedere che il maggiore partito della sinistra italiana, nato sotto la regia dello stesso Prodi legato a doppio filo con i leader del vecchio Pci, verrebbe travolto da un’eventuale sconfitta a tutto vantaggio del centrodestra e del Movimento 5 Stelle.

Prodi, tutto tranne che il simbolo del ‘nuovo che avanza’ tanto caro al premier, è diventato in porssimità del voto lo sponsor più convinto del ‘sì’.

Come se non bastasse, con una tempistica che non può non essere sospetta, Renzi ha chiuso con Cgil, Cisl e Uil l’accordo politico per l’aumento dei compensi dei dipendenti pubblici. Una cosa ben diversa dal rinnovo del contratto tout court ma che non può che essere letta alla luce del momento critico che stanno vivendo il governo e il presidente del consiglio proprio a causa del referendum.

Renzi, il leader del riformismo che era disposto a rompere con i sindacati pur di rinnovare radicalmente i mali atavici di un potere pubblico invasivo e opprimente, è tornato a fare opera di sindacato per gli statali. O, forse più realisticamente, per sé stesso.

Siamo alla vigilia del referendum costituzionale e quello che per Renzi doveva essere un risultato nettamente a favore dei ‘sì’, capace di donargli l’investitura popolare che non ha mai avuto, è diventato una trappola potenzialmente mortale. I ‘no’, umilmente senza il clamore dei mezzi mediatici che il premier non ha esitato a riversare addosso agli italiani con una brutalità che non ha eguali nella storia repubblicana, sono risaliti inaspettatamente nei sondaggi.

Renzi, timoroso di perdere la poltrona ‘presidenziale’, ha reagito a suo modo e sfoderando il mix di ardore, furberia e calcolo per accreditarsi davanti ai 3,3 milioni di dipendenti pubblici.Da qui l’ennesima mancia elettorale che liscia il pelo alla triade Cgil-Cisl-Uil che, notoriamente, sa movimentare milioni di voti. Il potere di veto delle sigle storiche del sindacato, per quanto ridimensionato a causa dell’esercito di pensionati che milita al loro interno, è tuttora intatto. Un sostegno che Renzi sembrava essersi giocato nell’avvio dell'avventura governativa quando all’insegna dello slogan della rottamazione andava alla caccia degli elettori berlusconiani, ma che ora è diventato indispensabile. Il futuro politico del premier e del Pd sono fatalmente legati all’esito del voto del 4 dicembre.

E così Renzi, fregandosene del fatto di non avere la sufficiente copertura finanziaria, ha messo sul piatto un aumento di 85 euro al mese. Una decisione che ha subito allarmato i dipendenti pubblici già beneficiari del bonus degli 80 euro che, rischiando di sforare i 26mila reddito, rischiano di perdere la maggiorazione. Un’impasse che il premier ha affrontato secondo le logiche finalizzate esclusivamente al consenso personale. E cioè rinviando la soluzione a data da destinarsi.

Il contratto vero e proprio è da rimandare ad una successiva fase di negoziazione fra la triplice e l’Aran, l’agenzia deputata a finalizzare la trattativa, ma fin da ora è certo che dei 3 miliardi che dovrebbero essere reperiti per l’anno prossimo, infatti, almeno due mancano all’appello. Spinto dalla necessità di raccogliere voti in vista del referendum, Renzi ha sborsato soldi che lo Stato al momento non possiede e che saranno certamente recuperati vessando ulteriormente il settore privato.

Il finto contratto di Renzi prevede interventi che ampliano i privilegi del pubblico. I «nuovi sistemi di valutazione» per misurare la produttività degli statali, che a giudicare dall’esultanza dei sindacati e dalla scarsa capacità di assicurare efficienza di tutti i tentativi finora messi in campo, appaiono tutto tranne che una garanzia di efficienza.

I «tassi medi di presenza» che dovrebbero combattere l’assenteismo, come  le migliorie in materia di malattie, congedi, permessi, welfare e precariato sembrano ribadire lo iato esorbitante e intollerabile rispetto a ciò che accade nel privato.

Alla luce di tutto questo è facilmente comprensibile la soddisfazione di Susanna Camusso della Cgil, di Annamaria Furlan della Cisl e di Carmelo Barbagallo della Uil. Quest’ultimo ha commentato: «Un accordo così un anno fa ce lo potevamo sognare». Come dargli torto. Ma un anno fa Renzi non rischiava di perdere tutto. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.