FAMIGLIE | 23 Gennaio 2015

Il Papa, i conigli e la non-regola del tre

Fare figli e starci veramente di fronte, responsabilmente. Ecco a cosa ci ha invitato Papa Francesco. Parola di mamma di quattro bambini

di EVA ANELLI

«Ma quindi io che ne ho fatti 7 sono scema?» «Tre?? No, Papa Francy, non ci siamo: io che due mi bastano e avanzano e adesso se vedo in giro una donna incinta mi viene il vomito dico: allora sbattezzatemi pure». Io le donne le amo. Ma tanto. Le donne sono quegli esseri umani che qualsiasi cosa accada le riguarda, sempre, personalmente. Visceralmente. Che nelle questioni entrano sempre con entrambi i piedi, che ci sprofondano fino alla vita, nelle questioni.

Va da sé quindi che da quando Papa Francesco avrebbe detto che essere cattolici non significa mica essere conigli (considerazione che ha fatto molto arrabbiare, useremo eleganza, i cattolici), ma anche che la famiglia cristiana è tale dai tre figli, minimo, in su (il che invece ha smottato le ultime certezze dei non-cattolici), si è sollevato un tale disorientamento sui social (e nei bar di signore agées, ma non solo, da me frequentati) che manco fosse stata annunciata la VERA fine di Grey's Anatomy. E, ovviamente, le più confuse, le più sul pezzo, le più “aiutatemi a capire”, sono le donne, che sembrano ognuna aver ricevuto una uozzappata dal Pontefice con su scritto: «Hai sbagliato tutto!» (faccina arrabbiata). Siccome nella categoria rientro anch'io con l'aggravante della maternità plurima, non posso che accendere un lumicino in questo tunnel popolato da donne allo sbando e provare – per empatia, simpatia, immedesimazione – a dir due cose.

Innanzitutto, dovreste ormai sapere che Papa Francesco ottimizza i viaggi in aereo da un posto visitato verso casa, o viceversa, per rilasciare conferenze stampa a un ristretto gruppo di giornalisti di diverse nazionalità e proprio da una di queste (l'ultima, di ritorno dalle Filippine) è stata estrapolata la frase sui conigli. Che, per la precisione – e in risposta a un giornalista che gli chiedeva un parere sul fatto che nelle Filippine molti non siano d'accordo con le idee della Chiesa sulla contraccezione perché il numero elevato di persone è lì visto come una delle principali cause della povertà – faceva così: «Io credo che il numero di tre per famiglia, che lei menziona, secondo quello che dicono i tecnici, è importante per mantenere la popolazione. Tre per coppia. Quando si scende sotto questo livello, accade l’altro estremo, come ad esempio in Italia [...] il calo della popolazione. Per questo la parola-chiave per rispondere è quella che usa la Chiesa sempre, anch’io: è “paternità responsabile”. [...] Quell’esempio che ho menzionato poco fa, di quella donna che aspettava l’ottavo e ne aveva sette nati col cesareo: questa è una irresponsabilità. “No, io confido in Dio”. “Ma guarda, Dio ti dà i mezzi, sii responsabile”. Alcuni credono che – scusatemi la parola – per essere buoni cattolici dobbiamo essere come conigli. No. Paternità responsabile. Questo è chiaro e per questo nella Chiesa ci sono i gruppi matrimoniali, ci sono gli esperti in questo, ci sono i pastori, e si cerca. E io conosco tante e tante soluzioni lecite che hanno aiutato per questo. [...] È anche curiosa un’altra cosa, che non ha niente a che vedere ma che è in relazione con questo. Per la gente più povera un figlio è un tesoro. [...] Dio sa come aiutarli. Forse alcuni non sono prudenti in questo, è vero. [...] Ma bisogna guardare anche la generosità di quel papà e di quella mamma che vedono in ogni figlio un tesoro».

Laddove l'accento è sul concetto di paternità responsabile più che sull'incriminato paragone con l'animale da cortile. Da madre di quattro con molti amici e conoscenti che ne hanno altrettanti o poco meno, quando ho letto quest'osservazione mi sono sentita sollevata dal fatto che a proporla sia stato, nientepopodimenoche, il Papa, perché io un po' l'ho sempre pensato, ma non osavo dirlo (che, lo so, non vale, come quando a scuola la professoressa fa una domanda a tutta la classe, nessuno risponde, la prof sconsolata e alzando gli occhi al cielo dà la risposta e un frescone viene fuori con «Prof, io la sapevo ma non l'ho detta perché avevo paura di sbagliare!», ma vabbè). So anche che il Pontefice voleva, soprattutto riferendosi a un contesto come quello delle Filippine, comprendere nel termine “responsabile” variabili serie come la salute della madre e dei figli, la condizione economica, la reale possibilità, assottigliata dalla costante ricerca di lavoro, di educare adeguatamente la prole, mentre per me l'osservazione nasce credo soprattuto da un più egoistico e mero «Che palle quelli che fanno un mucchio di figli e non li guardano – a Messa, al tal raduno, al parchetto, completa tu la frase a scelta – che poi tocca a me guardarli per loro» (perché no, non ce la faccio a vedere – estremizzo – bambino di un anno che tenta il bungee jumping dal tetto della Chiesa mentre i pii genitori sul sagrato discutono dei massimi sistemi mettendo un “Gesù” qui e un “preghiamo” là). Ma il concetto è quello. A me essere cristiana non ha tolto fatica e/o errori nell'essere madre: è evidente (ma a quanto pare forse non troppo se persino il Papa ha sentito la necessità di questa sottolineatura) che non si tratta di timbrare un cartellino quanto di starci di fronte, totalmente e per come si può, ai figli. Cioè, appunto, (anche) con fatica e/o errori. Umanamente. Il criterio è: farli, ma standoci veramente di fronte, non farli a cottimo, a prescindere. Quindi, perché chi in coscienza questo già lo fa, che ne abbia uno o ne abbia dieci, si è sentito, più che incoraggiato a continuare così, sminuito dal paragone col coniglio e ha convogliato tutta l'attenzione che il discorso del Papa meritava solo su quel particolare? Una coda di paglia che nasconde semplicemente (e questa ve la perdono) una pigrizia intellettuale tale per cui non ci si è letti l'intero intervento, ma ci si è fidati dei titoloni delle prime pagine (ah, i romantici...), o una malafede a priori verso ogni parola che esce dalla bocca del Papa?

Quel che è certo è che ad oggi la “famiglia numerosa”, cristiana o non che sia, fa effetto. Fa effetto sia nel senso di “che bello” che in quello di “che scemi”. Ancora l'altra sera, passando per il paese con tutti i miei quattro appresso, uno in spalla al marito, due a piede libero, la più piccola in passeggino, una signora a noi sconosciuta si è fermata e, sinceramente sbigottita, ci ha detto (non è la prima): «Tutti vostri?!» «Sì» «Che bello! Complimenti! Va' che bella famiglia!». Belli o scemi, uno o dieci figli, voglio trattenere di tutto questo (inutile) can can il ricordo che il Papa si è portato dietro di questo viaggio nelle Filippine: l'immagine dei tanti genitori, e molti di loro con tutta probabilità non se la stanno passando bene, che al suo passaggio sollevavano i figli per farli benedire. «Bisogna guardare anche la generosità di quel papà e di quella mamma che vedono in ogni figlio un tesoro».

Io non lo so come un coniglio guarda al proprio figlio; a me, in mezzo alla fatica e agli errori, piacerebbe guardarlo così.


EVA ANELLI

Laureata in Lettere Moderne all'Università degli Studi di Milano. Come giornalista si è occupata di cinema e attualità. Cura il blog "Il cielo in un tinello".

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.