IL NORD SI RIBELLA | 08 Giugno 2015

Il partito? «Impensabile senza forte radicamento al Nord»

«La Lombardia è la locomotiva d’Italia: impensabile un grande partito di centrodestra senza forte radicamento al Nord». Il capogruppo di Ncd-Ap Luca Del Gobbo sottolinea l’urgenza di lanciare l’alternativa alla sinistra. Sull'immigrazione: emergenza Ue

di LUCA PIACENTINI

«E’ impensabile un grande partito di centrodestra senza forte radicamento al Nord, che è la locomotiva d’Italia, una zona tra le più sviluppate d’Europa». Il capogruppo del Nuovo centrodestra nel Consiglio regionale lombardo Luca Del Gobbo rilancia la questione settentrionale aperta dall’europarlamentare Massimiliano Salini dopo l’esito deludente di Area popolare al Nord. Un tema scottante affrontato anche dal coordinatore nazionale Gaetano Quagliariello che, nell’intervista rilasciata all’Informatore, ha sottolineato la necessità di porre a tema in modo concreto la leadership dell'area che traina l'economia del paese. Sullo scontro Stato-Regioni, Del Gobbo parla di incapacità politica del presidente del Consiglio Matteo Renzi: «Dobbiamo costruire un’alternativa credibile». Come? Vocazione nazionale, classe dirigente selezionata in base al merito e coinvolgimento popolare: «Il modello è quello di Aznar, che in Spagna federò i partiti regionali e sconfisse la sinistra». 

Dalle colonne del quotidiano Libero l’europarlamentare Massimiliano Salini ha lanciato la provocazione: ricostruire il centrodestra subito o si rischia l’azzeramento. E’ d’accordo? 

«Condivido l’analisi dell’onorevole Salini. La situazione italiana è anomala e non si addice ad una democrazia matura. Da una parte c’è Renzi, che incarna la proposta della social democrazia europea, dall’altra ci sono gli estremi, Grillo e Salvini. Nello schema politico manca un polo, che immagino come la versione italiana del Partito popolare europeo. In ogni stato occidentale ci sono due proposte alternative che competono per costruire il bene comune. In alcuni momenti della storia, come accaduto in Germania, possono anche governare insieme. Ma oggi in Italia non è così: chi non trova in Renzi la risposta alle proprie domande non ha alternative credibili. La soluzione è costruire in Italia il Ppe». 

Nelle regioni del nord il risultato elettorale di Area popolare è deludente. All’Informatore il coordinatore nazionale Gaetano Quagliariello ha dichiarato che la questione della leadership settentrionale va posta in modo concreto. 

«Concordo col senatore Quagliariello. Ncd, oggi Area Popolare, è un’esperienza importante: prendendosi responsabilità di governo ha impedito che il paese precipitasse nel caos. Ma per rilanciare davvero l’azione di un soggetto moderato servono due cose: una leadership del nord e un partito nuovo sul modello del Ppe, con una classe dirigente selezionata in base a criteri meritocratici. Questo partito deve avere una forte rappresentanza nell’area settentrionale. Per varie ragioni. Le elezioni comunali di Milano si terranno il prossimo anno, e potrebbero essere un banco di prova importante. Ma, soprattutto, il Nord, in particolare la Lombardia, è la locomotiva d’Italia, una delle più importanti regioni d’Europa. E’ impensabile un partito popolare con vocazione nazionale, che non abbia un forte radicamento in quest’area. Ho in mente il modello di Aznar: fu un’aggregazione di soggetti regionali, federati in un grande partito nazionale, a portarlo alla vittoria, diventando premier della Spagna e ottenendo un successo allora insperato. In Italia dobbiamo fare altrettanto: ricostruire dal basso, senza leadership calate dall’alto, contrapporre al centralismo esasperato la sussidiarietà orizzontale, ridare spazio alla persona, e centralità a tanti soggetti, imprenditori, associazioni e corpi intermedi, che da sempre fanno l’Italia». 

La tensione tra governo e Regioni è alle stelle: anche il neogovernatore della Ligura Giovanni Toti si è aggiunto al coro di critiche sull’accoglienza dei migranti. Il presidente della Lombardia Roberto Maroni ha minacciato il taglio dei fondi ai Comuni che accolgono gli immigrati. Perché, dice, la Lombardia ha fatto la sua parte. Come valuta questa posizione?

«Maroni ha posto un problema centrale e di assoluta gravità. Oggi l’immigrazione ha connotati biblici: ci troviamo di fronte a persone che fuggono dalle guerre, in centinaia di migliaia arrivano in Italia. Ma non penso che la risposta giusta sia penalizzare i Comuni, che devono già fare i conti con le situazioni critiche generate dai tagli dei governi centrali. Faccio una controproposta: il problema va affrontato in Europa. Si è appena conclusa la presidenza italiana del semestre europeo: la politica di Renzi e della Mogherini non ha dato risultati, l’Ue si sta disinteressando della questione, come se fosse solo italiana. Mi potrei esprimere con una provocazione: non siano le Regioni a chiudere i rubinetti ai Comuni, ma sia l’Italia a interrompere i contributi all’Europa. Questo per dire che i problemi si affrontano con una corretta politica internazionale, non minacciando di affondare i barconi. Dobbiamo intervenire con la diplomazia, la politica estera e la cooperazione internazionale». 

Quindi pensa che l’attuale scontro tra Stato e Regioni sia frutto dell’incapacità di Renzi nel gestire la situazione?

«E’ l’esito dell’incapacità di questo governo. Non dimentichiamo che il ministro dell’Interno Alfano deve affrontare una situazione di assoluta emergenza, quando questi migranti ormai sono già in Italia. Ma le navi che vanno a prenderli rispondono al ministro della Difesa, mentre la politica internazionale è svolta dal ministro degli Esteri. In questi mesi è stata imputata ogni responsabilità ad Alfano, che sta facendo tutto il possibile ed è solo l’ultimo anello della catena. Chiamo in causa gli altri ministri e il presidente Renzi: qual è la politica sull’immigrazione del presidente del Consiglio? Quali piani propone il ministro della Difesa che manda le navi a prendere i migranti? Come si sta muovendo il ministro degli Esteri, che deve portare avanti una politica efficace di relazioni internazionali?». 

Le elezioni hanno dimostrato che il centrodestra unito può battere la sinistra, come è avvenuto in Liguria. Il rapporto con la Lega è quindi irrinunciabile. A quali condizioni si può ricostruire un’alleanza? 

«Serve un partito di centrodestra forte che faccia da guida e riporti a Lega su posizioni meno estreme, le quali implicano responsabilità di governo. Al Carroccio lo sanno bene: sono capogruppo di Ncd in Consiglio regionale e vedo chiaramente che le posizioni di Maroni non sono quelle di Salvini. In Lombardia c’è una Lega che si trova di fronte problemi da risolvere, dalla scuola alla sanità, dalle infrastrutture al territorio. In Consiglio regionale si dialoga, a volte ci si confronta in modo vivace. Ma alla fine si prendono decisioni condivise per il bene dei cittadini. Serve un soggetto che faccia da traino e segni l’orizzonte politico. La sua mancanza ha fatto sì che avesse la meglio una Lega urlatrice che parla alla pancia della gente, e che ha fatto lievitare i voti di Salvini. Il nuovo partito riporterebbe al urne quel 50 % di cittadini che alle regionali non hanno votato. L’area moderata c’è, ma oggi non si sente rappresentata. Il modello visto in Liguria e in Lombardia dimostra che il centrodestra può essere vincente: dobbiamo ripartire da qui per costruire una proposta nuova e accattivante su scala nazionale. La sfida è dare vita ad un soggetto moderno, europeo, in grado di mettere sul tavolo risposte serie alle sfide attuali, che sono la crisi economica, il lavoro e l’immigrazione. Su queste proposte concrete costruiremo il dialogo con la Lega».

 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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