L'UNIONE FA LA FORZA | 18 Novembre 2016

Il Patto del Nord e la rinascita del centrodestra

Una opposizione credibile di centrodestra c’è già ed è costituita dal patto di governo siglato dai governatori Maroni-Toti-Zaia. Una proposta che non ha bisogno di un leader nazionale e che al momento opportuno farà la differenza

di ROBERTO BETTINELLI

L’alternativa ad un centrodestra in disperata ricerca di leader, e incapace di competere alla pari con il Pd di Renzi e i 5 Stelle di Grillo, c’è già. La prova è da rintracciare nell’efficacia dell'opposizione che stanno conducendo i governatori del nord: Roberto Maroni, Luca Zaia, Giovanni Toti.

Un’azione che, senza troppo rumore, è in grado di riscrivere la narrazione dominante secondo la quale l’impossibilità di disporre attualmente di un figura carismatica che funzioni da collante condannerebbe Lega Nord, e soprattutto Forza Italia, a quella che lo stesso Cavaliere ha definito una impietosa «irrilevanza».

Un’analisi che sembra acquisire maggiore forza dopo le recenti fibrillazioni tra Matteo Salvini e Stefano Parisi che, candidati entrambi alla guida del centrodestra, sono entrati fatalmente in collisione.

Ma il fatto che il leghista Salvini e il centrista Parisi risultino incompatibili, non deve far cadere nell’errore di considerare chiusa la partita a tutto vantaggio dei dem o dei grillini. Il segretario del Carroccio e l’ex sfidante di Sala nelle comunali di Milano non sono i soli ad offrire una via di uscita per assicurare la tenuta, anche elettorale, del polo delle destre che dopo Silvio Berlusconi non ha più avuto una guida sicura e vincente. Esulando dalla questione del leader, per quanto strategica, la sempre più efficiente sinergia fra i governatori di Lombardia, Veneto e Liguria dimostra che una concreta possibilità di opposizione esiste.

Roberto Maroni, Luca Zaia e Giovanni Toti hanno sottoscritto il documento dal titolo il ‘Bilancio dei virtuosi’ segnando un momento di rottura non solo con il governo Renzi che ha licenziato per il 2017 una legge di bilancio che aumenta deficit e debito, ma con la prassi autolesionista che da troppo tempo detta legge nelle relazioni interne al centrodestra.

Una prassi che ha visto, stando agli ultimi episodi, Parisi e Salvini venire mediaticamente alle mani con il solo risultato di portare alla luce le debolezze strutturali di entrambi. Parisi, pur avendo il pregio di un profilo rassicurante e per certi versi unico in uno scenario politico dove ormai si muovono solo ‘strilloni’ e abili venditori di promesse, non può certo illudersi di rilanciare una proposta neocentrista che ha già dimostrato ampiamente, da Monti ad Alfano, di non potere contare su un reale riscontro nel Paese. Al tempo stesso Salvini rivela di avere il fiato corto rispetto all’ambizione di un primato nazionale che, per godere dell’autorevolezza necessaria ai fini della conquista del governo del Paese, non può che superare i limiti del regionalismo leghista e attenuare i toni populisti.

In questo contesto, mentre Renzi perde consenso nella cruciale campagna referendaria dove i ‘no’ guadagnano sempre più terreno rispetto ai ‘sì’ e dove il Movimento 5 Stelle incomprensibilmente non indietreggia nei sondaggi nonostante gli errori grossolani della Raggi e lo scandalo delle firme false dei consiglieri palermitani, il patto Maroni-Toti-Zaia diventa una umile ma solida garanzia di buon governo.

Al punto che, in confronto al duello Parisi-Salvini che indebolisce solamente il centrodestra agli occhi degli elettori e al pantano parlamentare dove Lega e Forza Italia sono ridotte all’immobilismo dal dispotismo renziano, l’asse dei governatori del Nord emerge come una soluzione praticabile in cui l’elemento della leadership scivola in secondo ordine rispetto all’unità dei programmi e alla compattezza dei protagonisti.

L’univoco attacco alla finanziaria che «prevede maggiore spesa per 19,5 miliardi e 15 miliardi di copertura a deficit mentre in campo sanitario, a conti fatti, nel triennio '17-'19, ci sarà una riduzione di 6,6 miliardi»; la radicale opposizione alla riforma della Costituzione dove «non ci sono risparmi autentici, ma solo pochi spiccioli»; il rifiuto di un ritorno al centralismo a discapito delle «regioni che rispettano l'obbligo del pareggio di bilancio dal 2015 mentre lo Stato l’ha spostato al 2019»; la proposta di «lasciare ai Comuni, Città metropolitane ed ex Province oggi Aree Vaste i completi gettiti dei tributi locali e di poter utilizzare le proprie risorse finanziarie per la realizzazione di opere pubbliche e in generale per attivare investimenti pubblici».

Sono tutti i punti di un programma che mira a non accettare supinamente il verbo renziano sigillando una opposizione che prende forza dal fatto di guidare due delle regioni più importanti del Paese e che risulta credibile anche in assenza di un leader nazionale che possa contendere il campo a Renzi e Grillo.

E’ il segnale di una esperienza politica che, a differenza del ceto parlamentare azzurro e leghista come della situazione che accomuna Parisi e Salvini, si confronta quotidianamente con la sfida del governo e della costruzione del bene comune condividendo metodi, prospettive, valori.

Una ‘posizione’ che è in grado di tradursi in una forza politica che, a dispetto delle divisioni di facciata e di tutte le previsioni funerarie sul futuro del centrodestra, lotta contro il neocentralismo renziano accantonando il falso problema dei personalismi e procedendo con successo anche senza avere a disposizione ‘l’uomo della provvidenza’.

Ma aspettando, semplicemente, che i rivali si logorino come sta accadendo a Renzi a causa dell’improvvida decisione di lanciarsi nel vicolo cieco del referendum o ai grillini che, a causa di un patologico giustizialismo, rischiano di essere travolti dal potere dei giudici che hanno contribuito ad espandere oltre ogni misura democraticamente tollerabile.

 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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