CAMPAGNA ELETTORALE | 20 Gennaio 2018

Il Pd di Renzi, le ragioni del declino

Il declino del Pd di Renzi. Un partito ibrido che non convince gli italiani e che non può competere né con il liberismo della destra né con lo statalismo dei 5 Stelle

di ROBERTO BETTINELLI

Uno dei fenomeni per certi versi più stupefacenti della campagna elettorale in corso è indubbiamente la situazione di grave difficoltà in cui versa il Pd. Un partito che, ricordiamolo, ha avuto l’onore e l’onere di guidare gli ultimi governi repubblicani e che ai tempi nemmeno troppo remoti della rottamazione renziana sembrava esere diventato imbattibile.

Dopo le dimissioni forzate imposte dalla sinistra e dall’Europa a Silvio Berlusconi nel 2011, a partire da Monti fino a Letta e Renzi le sorti politiche della nazione sono state prese in carico dal Partito Democratico. Ma invece di rafforzarsi, in questo periodo, il Pd si è indebolito al punto da andare incontro ad una scissione con la nascita di MDP e poi di Liberi e Uguali. Una parentesi temporale, questa, in cui è letteralmente esploso l’astro di Matteo Renzi. A ben vedere si potrebbe trarre una lezione dall’andamento di questi ultimi due anni: più emergeva Renzi e più s’inabissava il Pd. Una tendenza logorante che oggi sembra aver toccato il fondo con il titolare del Nazareno che, all'apice della notorietà, nella corsa a tre con Di Maio e Berlusconi è scivolato in coda. Secondo previsioni bipartisan i dem alle prossime elezioni prenderebbero una batosta al Nord da parte del centrodestra, al sud finirebbero ‘asfaltati’ dai 5 Stelle mentre riuscirebbero ad opporre una resistenza degna di nota nelle regioni rosse della Toscana e dell’Emilia.

Le ragioni di un insuccesso di così grande portata sono diverse anche se, vista l’impostazione carismatica dei partiti odierni, sono in prevalenza da ricercare nella personalità e nelle decisioni del leader. Matteo Renzi, infatti, non ha più una linea d’azione di facile comprensione e coerente. Sempre che l’abbia mai avuta. Un interrogativo legittimo, questo, ma al quale si può rispondere sostenendo che lo slogan della rottamazione per quanto rozzo e semplicistico era stato comunque interpretato dall’elettorato come un programma politico. Purtroppo per Renzi, però, il cambiamento non si è realizzato ed il segretario del Pd non è stato in grado di partorire nulla di altrettanto convincente.

Oggi il centrodestra propone una flat tax al 23%, l’eliminazione dell’Irap e delle tasse sull’auto, sulla prima casa, sulle donazioni, sulle successioni. Porte aperte al liberismo, dunque, ma non solo. In sede giudiziaria sarà vietato il ricorso in appello per chi è stato assolto in primo grado. Il messaggio è chiaro: meno stato e più società. C’è qualcosa di più di un cumulo di desiderata. C’è, a tutti gli effetti, una narrazione con un inizio e una fine. Dove sono indicati valori, strumenti e traguardi.

D’altro canto i grillini hanno messo sul piatto un assegno mensile da quasi 2mila euro per le famiglie in difficoltà. A ciò si deve aggiungere il bagno di realismo sul tema dell’euro con un posizionamento più cauto per tranquilizzare i ceti produttivi, seguito però dalla dichiarazione di rivedere il tetto del 3% del rapporto deficit-Pil per rendere credibile un piano di investimento da 100 miliardi di euro da destinare alle opere pubbliche che ha, ovviamente, deliziato gli elettori del Sud Italia. Lotta alla povertà e aumento del debito pubblico per migliorare la qualità di vita degli italiani con una particolare attenzioni alle popolose regioni meridionali: i 5 Stelle evidenziano una linea d’azione e di pensiero opposta a quella del centrodestra ma altrettanto coerente. Il messaggio è: più stato e meno società. 

A fronte di queste proposte lineari e ‘cartesiane’ il Pd renziano risponde in modo contradditorio, tentenna, vacilla e non si espone. Prima si incancrenisce nella sterile ripetizione del Jobs Act e nella mitizzazione degli 80 euro in busta paga che rappresentano una risposta troppo labile per competere con le sirene dei grillini. Poi, sul fronte della riduzione delle tasse, c’è il tentativo di acquisire consenso cancellando il canone Rai che in fondo è poco o nulla rispetto a quanto vuole fare il centrodestra.

Renzi, in sintesi, non è in grado di proporre agli italiani un patto conveniente sul piano economico. Non lo può fare con chi ha un lavoro dipendente dal momento che il Jobs Act ha indebolito le tutele dell’articolo 18 per quanto, è vero, non le abbia nullificate. E non lo può fare con gli imprenditori che gli contestano una scarsa operatività come si evince dalle recenti critiche di Marchionne e De Benedetti. Pesa, inoltre, l'assenza di consapevolezza sull'emergenza migranti percepita dai cittadini come una vera invasione. E manca, infine, un sistema certo di alleanze. Il leader di Liberi e Uguali Pietro Grasso gli viene preferito nel mondo della sinistra-sinistra con il risultato che Renzi si ritrova isolato, infragilito dai continui attacchi e impossibilitato a competere con gli avversari. Ma oggi dire Renzi equivale a dire Pd. Debole uno, debole l'altro. E ormai anche i vertici del partito l'hanno capito tanto che il ministro Del Rio, chiamato a giudicare il ruolo dell'ex premier nella contesa elettorale, l'ha definito semplicemente 'uno della squadra'. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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