VENTO DI SCISSIONI | 16 Febbraio 2017

Il Pd e il finto congresso di Matteo Renzi

Renzi si dimette e lascia il Pd nelle mani del fidato Orfini con lo scopo di far schiantare Gentiloni e portare l’Italia alle urne senza legge elettorale. Un folle che si merita la scissione

di ROBERTO BETTINELLI

La strada delle dimissioni dalla segreteria del Pd per implementare il congresso lampo che dovrebbe celebrarsi a tappe forzate prima delle amministrative rivela il vero obbiettivo di Renzi: guidare il partito nelle prime elezioni disponibili così da rinnovare una leadership tutt’altro che salda e, subito dopo, decretare la fine del governo Gentiloni imponendo di fatto la consultazione nazionale.

Ripercorrendo le tappe è ben visibile il piano dell’ex premier che, dopo la batosta del referendum del 4 dicembre, ha tentato una difesa tanto disperata quanto vana della poltrona a Palazzo Chigi. Costretto a capitolare per lasciare il posto a Paolo Gentiloni, Renzi ha provato fin da subito a minare il cammino dell’esecutivo grazie al ruolo di titolare del Nazareno e forte della fedeltà di un nutrito gruppo di parlamentari. Un’azione ‘traditrice’ che non ha avuto modo di passare sotto silenzio al punto da irritare i poteri forti attivi nel campo del centrosinistra e che coincidono con il livello istituzionale massimo, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e l’ex sponsor Giorgio Napolitano. Entrambi, ragionevolmente, ritengono che non ci siano le condizioni per andare al voto avendo la confortante certezza di poter garantire la governabilità del Paese. Da qui lo stop a Renzi che si è trovato isolato reagendo nel solito modo irresponsabile che abbiamo imparato a conoscere: ha annunciato le dimissioni consegnando il partito nelle mani del fidato presidente Orfini così da poter gestire in casa l’intero processo.

Che Renzi dovesse lasciare la guida del partito, dopo le umilianti ‘tranvate’ delle amministrative e soprattutto del risultato disastroso del referendum, si sapeva. Il Pd non poteva evitare di fare i conti riflettendo sulla linea che nel giro di mille giorni ha rotto traumaticamente con alcuni capisaldi della storia della sinistra. Prima spezzando il legame operativo con i sindacati a partire dalla Cgil di Susanna Camusso e poi recidendo, sul fronte culturale e identitario, la storica immedesimazione nei principi della carta costituzionale. Una tabula rasa che ha colpito anche il regionalismo con la conseguenza di soppiantare il riconoscimento dell’autonomia dei territori a tutto vantaggio di un soffocante neocentralismo. Che cosa abbia fruttato la svolta in termini di apprezzamento elettorale è stato evidente a tutti ma soprattutto a Matteo Renzi che è stato obbligato a rinunciare con grande difficoltà e imbarazzo alla carica di presidente del consiglio.

La solitudine del leader resta il grave, strutturale e logorante difetto del Pd come si ricava dalla ferma resistenza della sinistra dem che, anche sulla tempistica e sulla modalità del congresso, denuncia l’innegabile eccesso di personalizzazione minacciando una scissione che porterebbe alla costruzione di un’alternativa capace di comprendere pezzi da novanta come i governatori Emiliano e Rossi, il candidato alle primarie Speranza, l’ex presidente del consiglio D’Alema, Bersani e Cuperlo. Insomma tutti coloro che vogliono sì il congresso ma secondo un percorso di avvicinamento che rispetti la data della scadenza naturale del mandato, fissata nel prossimo autunno, permettendo così al governo Gentiloni di continuare ad operare avviando nel frattempo una discussione autentica sugli errori commessi in passato e sulle ragioni di un ormai indispensabile rilancio. Una proposta di buon senso, vista l’assenza di una legge elettorale omogenea per Camera e Senato, ma che collide violentemente con i piani di Renzi che sa di rappresentare l'unica scelta per il centrosinistra qualora si ricorresse al voto con una legge proporzionale e secondo una tabella di marcia più stringente.

Uno scenario che vedrebbe uscire dalle urne una situazione così incerta e confusa da rendere indispensabile l’alleanza con Alfano e Berlusconi. Un traguardo che richiede un Pd lontano dai desiderata della sinistra dem e in perfetto stile Leopolda dove l’identità originaria risulterebbe annacquata al punto da essere del tutto irriconoscibile. Il  giudizio del presidente della Regione Puglia Paolo Emiliano, sintetizzato nella frase «Renzi sta con i ricchi», è un segnale inequivocabile di una sensibilità che a fatica può conciliarsi con il progetto politico di Renzi che ormai deve vedersela non solo con gli scissionisti, certi del fatto che a sinistra del Pd ci sia spazio per un altro contenitore come seguita a ripetere lo stesso D’Alema che non perde occasione per citare i sondaggi favorevoli, ma con il pericoloso ‘Campo Progressista’ lanciato di recente dall’ex primo cittadino milanese Giuliano Pisapia che ha in mente un programma e un sistema di alleanze del tutto opposto agli schemi del furbo equilibrismo renziano.

Pisapia punta a scavalcare il Pd a sinistra intaccando il consenso grillino, aggregare tutte le forze a ridosso del centro politico, stimolare il civismo mostrando però una netta e impermeabile chiusura verso qualsiasi ipotesi di collaborazione con gli alfaniani. Berlusconi, a questo riguardo, non viene contemplato come un interlocutore degno di nota.

Renzi non vuole il congresso per salvare il Pd ma solo sé stesso. Il che sta a significare che si tratterà di un congresso ‘finto’, inutile ai fini di una sincera e profonda rivisitazione delle proposte programmatiche, subordinato all’unico fine dell’ex premier: candidarsi a premier nelle prossime elezioni politiche. Altra cosa sarebbe un processo di più lenta e autentica maturazione, o ‘costituente’ come lo definisce D’Alema, agevolato dal presidio di un governo amico e destinato a sfociare nel confronto del prossimo autunno. Un’azione decisamente più funzionale alla meta di tenere insieme un partito lacerato dall'incubo angosciante della scissione che, visto il comportamento, Renzi si merita in pieno. E che se non verrà arrestata, con un bagno di umiltà da parte dell’ex segretario, condurrà il Pd all’appuntamento elettorale in condizioni così deboli e stremate da pregiudicare un qualsiasi esito positivo. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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