VERSO LE ELEZIONI | 16 Febbraio 2018

Il partito senza leader e la sinistra che non c'è

Senza voti, diviso e con un leader che non riesce più ad essere credibile agli occhi del Paese. E’ il ritratto del Pd di Matteo Renzi. Un partito che non riesce ad essere di sinistra e non convince gli indecisi

di ROBERTO BETTINELLI

Senza voti, diviso e con un leader che non riesce più ad essere credibile agli occhi del Paese. E’ il ritratto del Pd di Matteo Renzi che nelle ultime settimane ha dovuto sistematicamente rivedere i propri obbiettivi fino a scivolare, nelle prospettive del voto, dietro al centrodestra della triade Berlusconi-Salvini-Meloni e a un Movimento 5 Stelle che non sembra aver accusato più di tanto il colpo di rimborsopoli.

Renzi era partito, come sempre, con grandi annunci. Nelle sue visioni il Pd poteva battere tutti gli avversari e candidarsi alla guida della nazione. Ma la nascita di Liberi e Uguali, con la designazione dell’ex magistrato antimafia e già presidente del Senato Pietro Grasso a leader della nuova formazione, ha creato una valida alternativa a sinistra mandando in frantumi il sogno maggioritario del partito renziano. Un’intera area politica dove militano figure di piano quali Speranza, d’Alema e Bersani ha avviato un percorso che ha portato alla decisione di correre alle elezioni politiche in modo autonomo. Così è stato pure in Regione Lombardia, con il rifiuto di appoggiare il renziano Gori, ma non nel Lazio dove Giuseppe Zingaretti ha saputo ricucire le ferite. Liberi e Uguali, stando ai sondaggisti, ha una forza tutt’altro che residuale stimata a livello nazionale intorno al 7%. Il Pd, invece, lotta disperatamente per attestarsi al 25%. Il che sta a significare che non solo non ha i numeri per affermarsi nella competizione tripolare contro i 5 Stelle e il centrodestra, ma non riuscirà nemmeno a diventare il primo partito. Un risultato, questo, che Renzi ha tentato di spacciare come un surrogato del successo dopo il tracollo nei sondaggi.

Le cause dello stato comatoso in cui si trova oggi quello che fino a ieri era il ‘partito del governo’ per eccellenza è tutto da rintracciare nelle scelte, sbagliate, del leader e di un ceto dirigente fin troppo compiacente. Renzi ha fatto prevalere l’obbiettivo di catturare gli elettori moderati sulla necessità di offrire un programma di misure rivolte alla giustizia sociale. L'esperienza del suo esecutivo vale come una cartina di tornasole. Jobs Act, voucher e referendum sulla riforma costituzionale hanno rappresentato i punti principali di una proposta che, nel mondo della sinistra, ha creato delusione e rancore. Al tempo stesso l’incapacità di dare una svolta sul versante dell’immigrazione e della sicurezza ha vanificato la strategia messa in atto per conquistare la fascia degli elettori indecisi. Un quadro al quale si aggiungiono errori di minore spessore ma che hanno contribuito ad espellere il Pd dalla contesa per la leadership del Paese: la deriva ideologica incarnata da provvedimennti come la legge Fiano, l’ossessione di salvaguardare i membri del ‘giglio magico’ come Maria Elena Boschi, il rinnovato e maldestro europeismo in coincidenza con lo ‘scippo’ dell’Agenzia del Farmaco ai danni dell’Italia e che si giustifica solamente con il tentativo di lanciare un messaggio rassicurante immediatamente smentito dagli attacchi livorosi contro Di Maio e Salvini.

Non è un caso se oggi Gentiloni e la Bonino sono preferiti a Renzi che, tra i leader dei partiti nazionali, risulta l’ultimo in classifica. La scelta di non presenziare alla manifestazione antifascista di Macerata, dove il Pd è stato tra gli iniziatori di un inutile corteo antirazzista dopo che la magistratura ha arrestato tre nigeriani per aver ucciso e fatto pezzi la 18enne Pamela, è risultata infelice e controproducente al punto da scatenare forti critiche verso il titolare del  Nazareno.

Un partito senza leader, giunto al grado più basso del suo gradimento e costretto a subire situazioni imbarazzanti come la candidatura del democristiano Casini a Bologna contro l’ex governatore Errani. Un partito che ha, però, responsabilità enormi dal momento che tanti dirigenti, spinti da una valutazione fin troppo opportunistica davanti al ‘modello 40%’ di Renzi, si sono rapidamente convertiti al credo della rottamazione. Ma il pentimento è nell’aria. E diventerà ancora più tangibile alla chiusura delle urne. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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