POLITICA NEL PANTANO | 19 Dicembre 2016

Il PD nel caos e il dualismo premier-segretario

Nel PD regna la confusione. Dopo le lotte intestine sul referendum, nel partito di maggioranza torna il dualismo premier-segretario. Cosa riserva il confronto Renzi-Gentiloni? Governo pre elettorale in bilico o esecutivo di ‘stabilità’ fino al 2018?

di LUCA PIACENTINI

La mancanza di una sedia per Paolo Gentiloni al tavolo che conta all’assemblea nazionale del Partito Democratico è certamente un banale contrattempo. Niente di preparato. Anzi, un classico intoppo ‘da palco’. Riflettendo, però, sul quadro politico desolante restituito dall’attuale maggioranza, il disguido può essere anche preso come spunto per analizzare il caos che continua a regnare nella principale forza parlamentare. 

Una confusione che, se prima del 4 dicembre assumeva la forma delle diverse posizioni e delle mille sfumature sul quesito referendario, dopo la deblacle di Matteo Renzi e la nascita del ‘nuovo’ esecutivo ha subito una mutazione. Alle tensioni maggioranza-minoranza dem e agli scontri verbali al vetriolo sul modello Giachetti-Speranza, si aggiunge un ulteriore elemento di frizione: il dualismo premier-segretario. 

A sinistra è un ritorno al passato. Un cortometraggio già visto. La ricaduta in un vizio politico che non ha mai portato bene ai protagonisti, tanto meno all’inquilino di Palazzo Chigi: è la dialettica Prodi-D’Alema e Prodi-Veltroni, per andare indietro di un decennio; in tempi recenti abbiamo assistito alle scaramucce Letta-Renzi, con l’ormai famoso hashtag «#Enricostai sereno» twittato dal neo segretario fiorentino fresco di scalata democratica. Ebbene: Gentiloni ha motivo per ‘restare sereno’? 

Tradotto: riuscirà a traghettare il governo verso gli obiettivi che si è posto (e che al momento sono tutt’altro che chiari) e ad accompagnare il parlamento lungo l’iter di approvazione della legge elettorale? Oppure va solo interpretato come un premier debole, quasi eterodiretto, messo lì quale soluzione di compromesso per consentire a Renzi di tirare i fili da dietro le quinte? 

Di certo l’attuale governo è politico e non tecnico. Lo segnalano due elementi: anzitutto l'assenza di forze di opposizione o di un’ampia coalizione a sostenerlo (anzi, al Senato la maggioranza è risicata), in secondo luogo la pressoché identica composizione rispetto al precedente esecutivo, con la presenza di due insider renziani sul ponte di comando (Lotti ministro e Boschi sottosegretario). Se politico, dunque, il governo non potrà che procedere in sintonia con le indicazioni del Partito Democratico. Ergo: con i desiderata del segretario nazionale Matteo Renzi. 

In un sistema parlamentare il fatto che presidente del Consiglio e segretario della principale forza di maggioranza siano persone diverse espone il governo a potenziali tensioni, anche fortissime. 

Chi detta le regole del gioco? Chi decide quali provvedimenti debba o non debba votare il gruppo parlamentare? Chi segnala i temi cruciali sui quali condurre la battaglia? Fino alle dimissioni, Renzi è stato onnipresente. E l’unico controcanto è stata la flebile voce interna della minoranza dem. Ma un conto se è Bersani a criticare Renzi, un altro se è Renzi ad avere in mano il ‘microfono’ per indicare le cose da fare. 

Cosa accadrà tra Renzi e Gentiloni? Al momento nessuna frizione. Almeno esplicita. Anzi, finora i commentatori annoverano Gentiloni tra i fedelissimi. Ma non è infondato ipotizzare differenze di vedute, se non altro per le esigenze diverse imposte dal ruolo, l’uno istituzionale e improntato alla stabilità, l’altro più politico e con un leader azzoppato che non vede l’ora di rifarsi dopo la sconfitta.

Secondo quella che ai più è sembrata un’abile strategia comunicativa per evitare imbarazzi al premier seduto al tavolo della direzione, non è stato Renzi ma Graziano Del Rio a richiamare la necessità di andare al voto il prima possibile, assecondando così il verdetto delle urne. 

Ma nei suoi discorsi alle camere Gentiloni più che segnalare una scadenza ha posto l’accento sulla durata: il governo resta finché ha la fiducia del Parlamento. Alla lettera è una frase lapalissiana. Ma pronunciata in questo contesto potrebbe voler dire molte cose. C’è poi un altro elemento, tutt'altro che secondario: le scelte del capo dello stato, il solo che può sciogliere le camere e indire nuove elezioni. Troppe variabili per scommettere in ogni caso sulle elezioni anticipate? Forse. Di certo il ritorno del dualismo premier-segretario aumenta la confusione in cui annaspa la politica. 


LUCA PIACENTINI

Giornalista professionista. Inizia nel 2001 con la cronaca nera e giudiziaria, nel 2005 approda in televisione. Dopo l’esperienza di comunicazione politica per enti e associazioni, fonda L’Inviato quotidiano, giornale on line di cui è condirettore

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