DEMOCRATICI | 03 Luglio 2017

Il Pd sbagliato di Matteo Renzi

Renzi sotto accusa nel Pd. E non solo a causa della sconfitta delle elezioni comunali. La sua idea di partito non è più condivisa dalle gerarchie e dal popolo della sinistra. Ergo non è più un leader

di ROBERTO BETTINELLI

Il malessere è nazionale e la sconfitta pure. Renzi e i suoi fedelissimi stanno cercando in ogni modo di derubricare la debacle delle elezioni comunali a mero episodio locale. E come tale insufficiente per processare l’operato del leader. Reazione prevedibile quella di Renzi, vista l’endemica incapacità di riconoscere le battute d’arresto per quanto clamorose, ma in questo caso è destinata a fallire.

Sul campo il segretario del Pd non ha lasciato solo città simbolo che, mai e poi mai, sarebbero dovute andare al centrodestra. Ma è tutta la strategia ad essere messa in discussione. L’autonomia del Pd, infatti, non convince più e fa bene il ministro Orlando ad individuarne i punti di approdo: un assetto oligarchico e personalistico del partito già in atto e che può solo peggiorare, il rifiuto di una federazione delle sinistre destinata a ricucire un fronte sempre più frastagliato a causa delle intemperanze assolutiste del titolare del Nazareno, la spinta per una legge elettorale proporzionale che è da interpretare come il preludio della volontà di raggiungere accordi in parlamento anche con le forze di centrodestra.  

Orlando è arrivato a proporre un referendum fra gli iscritti qualora ci fossero eventuali patti con Forza Italia al fine di varare governi comuni in futuro e mette in guardia il Pd nel caso si perseverasse con la prospettiva autonomista sorta ai tempi di Veltroni,. Uno scenario tanto caro a Matteo Renzi e tutto rivolto a costruire un contenitore politico così aggregante da non richiedere l’esistenza di alleati al di fuori del proprio perimetro. Ma i numeri, per questo progetto, non ci sono più. Il Pd, infatti, non raggiunge il 30%. Un limite che lo relega nell'isolamento e lo rende strutturalmente inadeguato a fronteggiare il ‘modello coalizionale’ della destre.

Il contesto inoltre, da quando ci sono anche i grillini, è tripolare. Per Orlando, Bersani, D'Alema, Pisapia e motissimi altri cancellare il solo esperimento di successo che la sinistra italiana ha conosciuto nella storia recente, ossia le grandi unioni tenute a battesimo da Romano Prodi, significa votarsi al fallimento.

Renzi, in questo momento, è sotto accusa non solo per un fatto contingente, il crollo del Pd nelle elezioni comunali, ma anche perché la sua visione di lungo periodo non è più percepita come una garanzia di successo. Il leader non è più in grado di mettere in sicurezza l’aderenza del Paese al programma del principale partito della sinistra. Né è in grado di soddisfare la necessità di arginare la crescita elettorale degli avversari. Ergo non è più un leader. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

AUTORI

COMMENTI

Non ci sono commenti per questo articolo.