SCENARIO | 18 Marzo 2015

Il pericolo trasformista e il troppo potere della sinistra

Il caso Lupi. Il governo Renzi vacilla. L’alleanza Pd-Ncd, da sempre in bilico tra responsabilità e rischi di trasformismo. Ma il troppo potere della sinistra significa la fine delle riforme

di ROBERTO BETTINELLI

Il governo Renzi vacilla per la prima volta. L’arresto del deus ex machina del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza ha avuto una importante ripercussione sulla vita dell’esecutivo gettando nel fuoco delle polemiche il ministro Maurizio Lupi.

L'esecutivo è sotto assedio, ma non cadrà. Anche se il caso ha portato alla luce due nodi cruciali dell’alleanza fra Pd e Ncd che evidenziano tutto lo smarrimento e l’incongruenza della stagione di transizione che sta vivendo la politica italiana. Un periodo dove spopola il nichilismo dell’antipolitica e dove i leader che invocano la responsabilità stanno tentando disperatamente di ricucire la fiducia fra cittadini e istituzioni. Una scelta ardua e legittima, ma che si porta in seno alcuni pericoli connessi all’abbandono delle tradizionali categorie della destra e della sinistra. Un programma che deve essere necessariamente a tempo se non si vuole buttare via la regola aurea dell’alternanza. Il sale della democrazia. 

Non sarebbe corretto continuare se non si sottolineasse un aspetto decisivo della vicenda: il ministro Lupi non è indagato. A suo carico non c’è nessuna contestazione della magistratura. Non si è intascato un euro. Ciò che si rimprovera a Lupi, e non sono i giudici a farlo ma i titoli dei giornali oltre che gli avversari politici, è un incarico all’Eni per il figlio Luca, ingegnere neolaureato retribuito con la cifra di 2mila euro lordi mensili, e il fatto di aver beneficiato di alcuni regali da parte di un amico di famiglia che figura tra gli arrestati. Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma le carte dell’inchiesta della Procura di Firenze dicono chiaramente che non si tratta di corruzione. Non c'è nessun reato. Solo i cadeaux di una persona facoltosa molto legata al ministro al punto da ospitarlo con la famiglia nella sua villa al mare e regalare un Rolex al figlio per la laurea. Discutibile, ma non illegale. 

Fatte le dovute precisazioni, torniamo all’alleanza fra Pd e Ncd. Il partito di Alfano, come hanno sempre sostenuto i suoi dirigenti, si riconosce nell’area di centrodestra. Più centro che destra. Ncd, insieme all’Udc, ha dato vita al progetto di Area Popolare che tenta di radicare in Italia la lezione del Partito Popolare Europeo. Un contenitore, il Ppe, che ha mille difetti. Ma anche un grande pregio: al suo interno i deputati di Forza Italia, Ncd e Udc militano nello stesso gruppo che si contrappone alla sinistra di S&D e dei Verdi. In Europa, quindi, Ncd è situato nel suo terreno più naturale. Una situazione molto diversa da quella italiana dove ha stretto un’alleanza con il Pd. Una collaborazione che evidenzia una immediata incoerenza con lo stesso nome del partito, Nuovo Centrodestra, e che è il frutto della fase precedente quando il presidente del Consiglio era Enrico Letta. Una coalizione anomala che ha stilato un’agenda in cui figurano al primo posto le riforme vitali per far ripartire il Paese. Un governo di emergenza, quindi, animato da una missione nobile per quanto estremamente difficile da far capire a un elettorato ormai avezzo al bipolarismo. D’altronde, che la comprensione non sia proprio stata automatica, è dimostrato dagli esiti deludenti delle urne e dei sondaggi. 

La volontà di governare insieme al Pd fino al 2018, più volte espressa da Alfano e ribadita anche da Renzi che farebbe di tutto pur di non rimanere da solo a Palazzo Chigi in balia delle faide del suo partito, espone il contraente più debole, Ncd, a un grosso rischio. Il trasformismo. La possibilità di congelare lo status quo è molto alta. Un’alleanza temporanea potrebbe cristallizzarsi in modo stabile e duraturo, complice la nuova legge elettorale dell’Italicum che prevede una soglia di sbarramento molto bassa. Stando alla versione attuale, infatti, sarebbe sufficiente un misero 3% per entrare in parlamento. Una soglia alla portata di Ncd. La tentazione sarebbe allora quella di racimolare i voti necessari per assicurarsi l'ingresso a Montecitorio, rassegnandosi ad esercitare un ruolo ancillare rispetto al Pd e rinunciando al piano ambizioso di costruire un’alternativa di centrodestra che possa opporsi sia a Renzi sia alla Lega di Salvini. Significherebbe, di fatto, la morte del partito. Ma non dell’élite romana. Finora Alfano ha sempre smentito la possibilità che il pericolo possa materializzarsi, ma secondo gli standard della politica, soprattutto di quella italiana, tre anni di governo sono un’eternità. 

D’altro canto, vista l’offensiva violentissima della sinistra Pd, di Sel, del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord, è lecito aspettarsi che Renzi possa decidere di uscire da una situazione così complicata sbarazzandosi di quello che ha definito senza mezzi termini «un problema». Ma qualora Lupi sia costretto a lasciare l’esecutivo risulterebbe grandemente diminuito il peso della forza più moderata e liberale, a tutto vantaggio della sinistra. E’ questa la seconda questione cruciale. Gli italiani si troverebbero ad avere a che fare con un esecutivo retto da un premier che ha superato la prova delle urne solo indirettamente e mai vincendole in prima persona, ottenendo successi negli appuntamenti intermedi delle europee e delle regionali. Risultati neanche minimamente avvicinabili, per importanza e legittimità, alle elezioni nazionali. Senza essere stata consacrata dalla volontà popolare, la sinistra avrebbe l’opportunità di esercitare una capacità di influenza ben maggiore rispetto a quella che ha avuto finora. 

Che a Renzi sia simpatico Lupi è una falsità. Fra i due non corre buon sangue. D’altronde, nei corridoi del palazzo, il suo allontanamento volontario o coatto dall’esecutivo è stato annunciato e smentito più volte. Sicuramente Lupi, nelle riunioni del Consiglio dei ministri, ha sempre fatto valere posizioni non certo affini a quelle di un Pd che resta, nonostante il restyling renziano, un partito statalista e dirigista. Eliminarlo senza avere in cambio alcuna garanzia di veder ripristinati pesi e contrappesi, significa rompere un equilibrio molto delicato. L’inevitabile conseguenza sarebbe un incremento eccessivo del potere della sinistra, notoriamente incapace di dare risposte che non siano ideologiche su temi come fisco, scuola, lavoro, impresa, famiglia. Un errore politico che rischia di compromettere la possibilità di fare le riforme che gli italiani aspettano ormai da troppo tempo. Un traguardo che il Pd non è in grado di assicurare da solo e che può essere conseguito solo avendo al fianco un partner che non soffre di complessi di inferiorità, ben saldo nella difesa di un’identità inequivocabilmente alternativa alla sinistra. In caso contrario la vera emergenza da affrontare il prima possibile diventa il voto. Non più il governo. 


ROBERTO BETTINELLI

Roberto Bettinelli si laurea con lode in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Milano scrivendo una tesi sul politologo americano Robert A. Dahl. Sempre a Milano consegue la laurea nel corso magistrale di Lettere Moderne. Giornalista professionista. Studia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano dove consegue la laurea triennale in Scienze della Comunicazione e la specialistica in Comunicazione politica e sociale. Si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Ha fondato e diretto la testata online l’Inviato Quotidiano. Laureato con lode all'Università di Bologna nel corso di laurea Dams indirizzo arte. Ha collaborato con enti e associazioni nell'ambito dell'attività di ufficio stampa e comunicazione politica. 

 

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