DEBITO GRECO | 24 Giugno 2015

«Il piano di Tsipras sacrifica imprese e ceto medio»

Grecia-UE, rush finale. Ma il piano statalista di Tsipras sacrifica imprese e redditi medi. Massimiliano Salini (Ncd-Ppe): «Così impossibile vera ripresa, l’Europa priva di una visione di lungo periodo»

di REDAZIONE

La road map per salvare l’economia greca ha un limite inderogabile: il 30 giugno. Un negoziato lungo cinque mesi che ha coinvolto tutti i livelli della governance di Bruxelles e del Fmi. I ministri delle Finanze europei sono chiamati a dare il via libera o a bocciare le ‘azioni di priorità’ elaborate dal governo di Atene. Una serie di misure che Tsipras ha messo sul tavolo per portare a casa l’ultima tranche di aiuti da 7,2 miliardi.  

Il piano di Atene prevede la salvaguardia delle pensioni degli statali che valgono sei miliardi di euro e stabilisce l’aumento del 12% della tassazione per le imprese che hanno un utile annuale superiore a 500mila euro, una tassa di solidarietà per chi guadagna più di 30mila euro mentre l’imposta sui redditi d’impresa salirà al 29%. Al vaglio c’è anche il rincaro dell’Iva. I provvedimenti fiscali valgono il 2% del Pil. Il ministro dell'Economia greco, Giorgios Stathakis, ha dichiarato alla Bbc: «Nuove tasse sui ricchi e sulle aziende, un aumento dell'Iva su alcuni prodotti ma non sull'elettricità, non ulteriori tagli a pensioni e stipendi pubblici». Frasi che evidenziano l'atteggiamento dell'esecutivo guidato dal leader di Syriza. Ma se la Grecia vuole evitare il default, bisogna stringere. Gli eurosummit devono sfociare in un accordo definitivo. 

A Bruxelles si vive con intensità e apprensione l’esito del negoziato come dimostra Massimiliano Salini, deputato Ncd-Ppe, membro delle Commissioni Trasporti e Industria e responsabile del dossier sulla convergenza e sulla trasparenza dei regimi fiscali europei. 

La Bce ha alzato la liquidità di emergenza per la banca centrale greca fino a 89 miliardi. Solo nell’ultima settimana la cifra è lievitata di tre miliardi. Sono dati allarmanti?
«Non si poteva agire in nessun altro modo. C’è stata la corsa agli sportelli delle banche. Se i dati diffusi sono corretti parliamo di cinque miliardi in pochi giorni. All’inizio della settimana si parlava di pre-ordini per il ritiro dei depositi di oltre un miliardo. Se la sfiducia dei risparmiatori continua di questo passo o addirittura è destinata a crescere è chiaro che il sistema bancario greco si troverebbe di fronte a una situazione insostenibile». 

Il piano di Tsipras è stato giudicato una ‘mazzata’ per le aziende. Che cosa ne pensa?
«Tsipras è stato fedele al suo mandato elettorale. Ha vinto grazie ai voti della sinistra. Ha spostato il peso del debito sugli unici soggetti che potrebbero portare fuori la Grecia dalla crisi: le imprese. E’ un calcolo meramente politico. Non mi stupisce che si sia comportato in questo modo. Sono molto più stupito per il fatto che il piano abbia incontrato la comprensione di Bruxelles». 

Eppure Tsipras rischia di essere bocciato dall’ala dura di Syriza…
«Un partito salito al potere con un messaggio di totale contrapposizione verso la moneta unica non può essere soddisfatto da alcun tipo di trattativa con Bruxelles. Al suo interno ci saranno sempre frange contrarie. Tsipras è un leader populista che ha promesso mari e monti per vincere le elezioni. E’ la grande lezione dell’antipolitica. Tanto forte alle urne quanto debole nell’affrontare i problemi quotidiani».

L’Unione Europea come esce dalla crisi greca?
«Un piano che prevede una punizione così severa verso le imprese non consente all’economia di Atene di ripartire. In una situazione in cui lo Stato è sull’orlo del fallimento, chi può creare ricchezza e lavoro? Le aziende. Chi può tenere i consumi ad un livello accettabile? Chi ha un reddito medio alto. Le categorie più produttive sono state massacrate». 

L’Europa doveva comportarsi diversamente?
«Considerata l’autorevolezza dei protagonisti e la durata del negoziato mi aspettavo un esito più virtuoso e aperto alle prospettive future dell’economia greca». 

Le istituzioni europee non avrebbero dovuto alzare la voce contro la Grecia?
«I debiti si pagano, sempre. Ma c’è modo e modo di pagarli. Credo che nella questione greca il ruolo delle banche francesi e tedesche abbia avuto la preminenza. Decisamente superiore rispetto ad ogni valutazione in merito agli intessi del sistema produttivo greco che, una volta chiuso l’accordo, si troverà ancora più in difficoltà».

Ma se l’alternativa è il default?
«Mi verrebbe da dire che c’è sempre un’alternativa all’alternativa del default. Tsipras ha salvaguardato il proprio bacino elettorale mentre l’Europa si è dimostrata non ragionevole, ansiosa di fare cassa e di corte vedute. Siamo in presenza di una realtà politica che rappresenta 330 milioni di cittadini e dove è ormai conclamata l’assenza di leadership». 

Perché non uscire dall’euro allora?
«L’Unione Europea è composta da 28 Paesi, ben nove dei quali, comprese economie forti come l’Inghilterra e la Polonia, non hanno né vogliono la moneta unica. Noi italiani abbiamo scelto un’altra strada. Proseguiamo, ma dobbiamo smetterla di fare gli eroi o i buonisti immolandoci ai piedi di un ideale di solidarietà che nei momenti topici, vedi l’emergenza immigrazione, si è rivelato un’autentica beffa. Teniamoci l’euro, ma secondo condizioni che devono essere convenienti soprattutto a noi». 

Insomma, secondo lei il semestre italiano e il governo Renzi non hanno rafforzato la posizione dell’Italia nell’UE…
«Il semestre italiano non ha lasciato alcuna traccia. Quanto a Renzi, il confronto con Tsipras è la prova che il can can mediatico abitualmente sollevato dal nostro presidente del Consiglio non ha conseguito alcun risultato concreto. Nella crisi greca sono state le banche tedesche e francesi a guadagnarci. Basta considerare lo schema che è stato utilizzato nel caso del debito di Atene. Sono stati gli Stati a farsene carico. Se prendiamo in esame le quote assegnate ai singoli Paesi, l’Italia è stata costretta ad assumersi la responsabilità di una cifra maggiore rispetto alle esposizioni dei nostri istituti di credito. Per dirla brutalmente, ci abbiamo smenato». 

Renzi che cosa poteva fare?
«L’Italia versa all’Unione Europea circa quindici miliardi di euro e ne incassa poco più di undici. Il nostro saldo è ampiamente negativo. Sono numeri semplici e comprensibili a tutti. E’ possibile che non valgano proprio nulla? La verità è che l’Europa si permette di non avere una leadership proprio perché non viene sfidata seriamente al suo interno. Renzi finge di farlo. In realtà è un conformista al seguito della Merkel». 

Tsipras l’ha fatto?
«A giudicare da come si è svolta la trattativa, l’Unione Europea ha dato evidenti segni di ‘sclerosi’. Da un lato ha messo Tsipras nelle condizioni di salvare il salvabile, dall’altro gli ha dato le armi per ammazzare le forze più competitive dell’economia greca. In un quadro del genere non mi meravigliano i dubbi, le perplessità e gli interrogativi senza risposta che sono ancora sul tavolo. Comportarsi in questo modo significa solo rimandare il problema».


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